Allegri, gioventù

Allegri, gioventù

Manlio Cancogni nasce a Bologna nel 1916. In gioventù insegna storia e filosofia, ma ben presto diventa una firma storica del giornalismo italiano. Collabora infatti con le principali testate: da L’Europeo e L’Espresso, al Giornale di Montanelli, con inchieste che hanno fatto la storia del giornalismo italiano, come per esempio Capitale corrotta, nazione infetta, che rivelò la prima Tangentopoli italiana e per la quale Cancogni rischiò il carcere per diffamazione.

Il suo primo romanzo, Delitto sullo scoglio, è del ’43 (Rizzoli). Tra i numerosi e fortunati romanzi della sua lunga carriera, dopo Azorin e Mirò (1948), il suo capolavoro giovanile, ha pubblicato tra gli altri: La linea del Tomori (1966) premio Bagutta, Il ritorno (1971) premio Campiello, Allegri, gioventù (1973) premio Strega, Quella strana felicità (1985) premio Viareggio. Con Fazi, l’editore che ha riproposto molte delle sue opere ormai introvabili, ha pubblicato Lettere a Manhattan e Il Mister (2000) premio Grinzane. Con l’editore Diabasis – oltre a Sposi a Manhattan – ha pubblicato anche L’impero degli odori (2001) e Gli scervellati (2003).

Allegri, gioventù è un libro estremamente godibile, allegro e affettuoso, scritto in maniera deliziosa e organizzato secondo una struttura teatrale: prologo, cinque atti, epilogo.

Si apre con la descrizione di un apocalittico temporale notturno che si abbatte su una vallata a forma di imbuto, della quale non ci viene detto il nome. È una vera e propria bufera, di quelle che si scatenano alla fine di un’estate troppo calda. Insiste per ore, sembra non avere mai fine, anzi, quando sta per allontanarsi ritorna ancora più furiosa, incapace di trovare una via d’uscita dal cerchio di colline che cingono la valle. I fulmini si susseguono a decine, e sono

Saette basse e lunghe come schioppettate radenti i declivi e l’orlo dei tetti, cattive come vipere guizzanti con la testa di fuoco, una dietro l’altra, in ogni senso.

Per ore quell’uragano terrorizza gli anziani abitanti della vallata, tappati nelle case ad occhi spalancati nel buio: Inesita e il colonnello Oscar, medaglia d’argento della Grande Guerra, che abitano a villa Magnolia; l’americana Peggy e il suo amante, il bel Nicola, da lei generosamente mantenuto, che risiedono invece alle Mimose; Marianna e Firmato nella casetta più sotto; Gildo nel casolare là in alto, l’unico forse a sentirsi ancora giovane, ancora animato dalla vera passione della sua vita, l’inseguimento e la cattura di qualsiasi donna gli capiti a tiro, proprio come si farebbe con un capo di selvaggina.

Tutti loro, anche quelli già da tempo immersi in una mesta, monotona routine, ricevono una tonificante sferzata di energia da tutta l’elettricità che la tempesta ha immesso nell’aria: tutti ne vengono rinvigoriti, quasi se ne nutrono, così come vengono ritemprati dall’arrivo del “nostro caro Carlo”, un valligiano di ritorno dall’America dopo quarant’anni di lontananza. Quel suo intercalare – allegri, gioventù – li scuote dal loro torpore, li rianima, mette in moto una girandola di nuove e vecchie emozioni. E fantasie. E mai spenti desideri.

Così, quando finalmente l’uragano se ne va

al mattino, che meraviglia, che incanto! Ancora vivi: e del passato, più niente: tutto inghiottito dalla luce viva del sole, dall’aria fresca, dai colori nuovi.

allegri gioventù
L’autore Manlio Cancogni.

tutti si scoprono ringiovaniti. Mossi da nuove passioni si affannano a rincorrersi felici tra i boschi, proprio come li vediamo sulla copertina del libro in edizione Rizzoli, disegnata da John Alcorn, colui che ha ideato i titoli di apertura di Amarcord di Fellini.

L’Oscar corse per una cinquantina di passi lungo la proda del fosso, piegato in due, sbandato, come quando nel vallone di Castagnevizza gli austriaci gli sparavano addosso e lui sentiva intorno alla testa gli odiosi zio, zio, zio delle pallottole. Boccheggiava, arrancava; aveva anche voglia di ridere.

Che cosa ne dirà l’Inesita? E poi l’onore, il decoro.

Parte un allegro caleidoscopio di nuove iniziative amorose. Come in una commedia degli equivoci della miglior tradizione, l’americana Peggy, già amante del bel Nicola, lo tradisce con il colonnello Oscar, che a sua volta concupisce Marianna, già attratta dal bel Nicola, il quale, chissà come, finisce a letto con Inesita che, invece, aspettava Carlo.

La gelosia la fa da padrona, e morde, proprio come in gioventù:

E chi può sopportare a cuor leggero di vedere due vecchie gallinone che s’entusiasmano per un vecchio gallo di montagna? Figuriamoci quel barbagianni dell’Oscar. Cominciò a darsi delle arie, a fare il pavone puntando il bastone verso l’oro fulvo delle colline, indicando ora un punto, ora l’altro, a casaccio, per attirare su di sé l’attenzione.

La competizione, la lotta per il possesso della preda infiamma e stravolge, ci si trova ad azzuffarsi per una anziana signora come si sarebbe fatto a scuola per la ragazza più bella della classe. Non è più tempo, però, fare a pugni è faticoso:

Era sempre più stanco il bel Nicola, la nausea gli saliva alla gola; fra poco vomiterà. Non gli importa dei sublimi motivi per cui è sceso in campo. Ha dimenticato anche il piacere della caccia, il piacere di colpire. Chiede solo d’essere lasciato in pace, di lasciarsi cader giù supino, le braccia aperte, gli occhi chiusi, con la Peggy che gli carezza la fronte, gli occhi.

La gioia è ritornata. Ci si è dimenticati della morte. E dell’autunno già alle porte. La vita, come sempre accade, presenta i suoi conti.

Quando l’autunno viene, l’imbuto lo piglia, lo succhia, lo rimescola e ti pare che non debba finire più, tanto è disordinato, senza capo né coda. Le nubi per esempio non hanno forma, sono come degli stracci che pendono addosso, d’un grigio sporco e confuso che nessun pittore potrebbe dipingere perché cambiano di continuo per via delle correnti d’aria che fanno su e giù.

….

È mai stato sereno? Sono mai accadute certe cose?

Non resta ormai che rassegnarsi a sognare. Immaginare. Vagheggiare. Accontentandosi di quanto offre il presente:

il caffè al mattino, il giornale (lo consegna alle dieci il portalettere) le carte, le quattro sigarette, la domenica un sigaro e un buon pranzetto. Il resto verrà, non c’è da dubitarne.

La saggezza consiglia di tornare a vivere da anziani quali si è fino al ritorno della prossima estate, non dimenticando però di coltivare nel frattempo dentro di sé quello spirito indomito che ognuno ha riscoperto, lo stesso che anche Carlo sente agitarsi in petto quando, in una mattina di neve, si chiude la porta alle spalle. È pronto a ripartire. La vallata non fa più per lui, adesso che la sua missione ha avuto successo.

Gli altri dormivano ancora nei loro caldi e ampi letti, coi sogni inafferrabili dell’amore soddisfatto così simile alla morte. Forse dovrebbe invidiarli? Sentire rimpianto, quando ha davanti un’estensione così vasta e così bianca, sulla quale stampare i primi passi? Alè, Carlo, che il mondo è grande e la strada è lunga. Allegri gioventù! Andiamo in altri paesi e in altre valli a portare ad altri disperati la buona novella.

allegri gioventù

ALLEGRI, GIOVENTÙ

Manlio Cancogni
Edizioni Rizzoli

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