Come un respiro

Come un respiro

Immaginate che una domenica di inizio estate, calda e assolata, bussi alla vostra porta di casa, mentre state per preparare il pranzo per dei vostri vecchi amici, «una signora appesantita dall’età», una perfetta sconosciuta e vi chieda solo di poter visitare la vostra casa, dove sostiene di aver vissuto per un breve periodo della sua esistenza, esattamente cinquant’anni prima.

La donna è lì per rivedere la sorella che ha perso di vista decenni prima, pronta a bussare alla sua porta di casa per parlare o, magari, solo per un lungo, strettissimo abbraccio, sperando che il tempo, nel frattempo, abbia sanato ogni ferita.

Ma la porta a cui quella donna, che avrà superato la settantina, con i capelli tinti di biondo che le «sfiorano le spalle lasciando intravedere un paio di preziosi orecchini antichi» non viene aperta dalla sorella bensì da Sergio che, con la moglie Giovanna, vive in quell’appartamento, nel popolare quartiere di Testaccio, in un edificio dei primi del Novecento, da un paio di anni.

Come un respiro - Ferzan Özpetek - Tribeca Film Festival
Ferzan Özpetek al Tribeca Film Festival 2010 – Photo by Mark Rifkin

La reazione dei due coniugi è di perplessità ma anche di umanissima pietà per una donna che appare stanca, provata, disorientata, forse anche malata, sicuramente, però, decisa a compiere quel passo.

L’anziana signora, che palesa modi aristocratici, esaltati da accessori di pregio, ha con sé solo una borsa dentro la quale sono stipate decine di lettere, tutte rigorosamente sigillate.

La prima è datata 23 ottobre 1969, l’ultima, invece, 20 giugno 2019, pochi giorni prima di quella imprevista, inattesa visita.

A chi sono dirette quelle missive? E perché dopo cinquant’anni Elsa decide di rivedere la sorella, mettendo in conto, però, un netto, sferzante rifiuto?

Questo, in estrema sintesi, è l’incipit del romanzo di Ferzan Özpetek dal titolo Come un respiro pubblicato per i tipi della Mondadori, sì proprio lui, il regista di film quali il celeberrimo Le fate ignoranti, il lirico Mine vaganti o l’ultimo La dea fortuna.

Il cineasta turco, infatti, da alcuni anni si cimenta e con successo con la letteratura, avendo pubblicato prima Rosso Istanbul e poi, nel 2015, Sei la mia vita.

Come un respiro, in realtà, come lo stesso Özpetek ricorda nei ringraziamenti finali, sarebbe il suo esordio letterario, essendo stato scritto prima del bestseller Rosso Istanbul, insomma il classico progetto dimenticato in un cassetto e riemerso dall’oblio solo dopo una chiacchierata con la sua editor, Nicoletta Lazzari.

Protagoniste del romanzo sono due sorelle Elsa e Adele, identiche per certi aspetti, tanto da essere scambiate, specie da bambine, per gemelle ma anche molto differenti.

Belle, affascinanti, oppresse da una madre malata e coccolate da un padre troppo spesso assente, ma anche ingenue al cospetto della vita e delle passioni, Elsa e Adele, per un motivo che il lettore scoprirà in modo avvincente nel corso del libro, si dividono affrontando, da separate, il destino in modo diametralmente opposto.

Elsa decide di fuggire, lasciando Roma e l’Italia, scegliendo di rompere con il passato e pensando di rifarsi una vita, di ripartire daccapo, distante da tutto e tutti. Elsa scappa lontano da giudizi facili, da responsabilità spesso eccessivamente pesanti, fugge da occhi indiscreti, da struggenti rimorsi e incalzanti rimpianti.

Non più virgole, né parentesi sul diario della sua vita ma un bel punto, da apporre, magari, scrutando il crepuscolo sul Bosforo.

Nell’autunno del 1969, mentre l’Italia vive momenti drammatici che toccheranno l’apice, alcune settimane dopo, in quel drammatico 12 dicembre, Elsa decreta di partire e dalla stazione di Venezia prende un treno per la Turchia, destinazione Istanbul.

Non si tratta, però, di un treno qualsiasi, ma del mitico Orient Express, il treno reso celebre dalla grande Agatha Christie con l’imperturbabile Poirot, quello con le cabine lussuose, gli inservienti eleganti e premurosi, i grandi specchi in cornice dorata distribuiti sui corridoi che Elsa, però, cerca accuratamente di evitare, per non vedere riflessa la sua paura, l’immagine plastica della sua fuga.

Come un respiro
L’iconico vagone ristorante dell’Orient Express.

Dopo tre mesi quella rapida partenza ha perso i connotati della fuga, assumendo, al contrario, quelli di una nuova, soddisfacente esistenza. Tutto muta, ogni cosa sbiadisce, ad eccezione del peso di un’assenza che non sparisce.

Sono partita da quasi tre mesi ma è come se fossero passati anni.

A Istanbul Elsa riparte davvero daccapo, puntellando la sua fragile esistenza con granitiche certezze, come l’hammam che apre, nonostante in molti, essendo lei una giovane donna, tentino di farla desistere.

Ma, alla fine, ha ragione lei perché quel progetto ambizioso, secondo alcuni folle, si trasforma nel giro di poco tempo in «un punto di riferimento irrinunciabile per tanti uomini in cerca di un luogo sicuro dove trovare il conforto dello spirito e il piacere della carne.»

Un successo che vale doppio perché, come Elsa stessa scrive in una lettera del 20 dicembre 1976, una donna a Istanbul «deve faticare il doppio per ottenere la metà di quello che realizzerebbe in un Paese occidentale.»

Adele, la sorella maggiore, ha scelto invece di vivere a Roma, di non scappare, preferendo affrontare il destino, scegliendo, al massimo, solo di abbattere un terrazzino, unica, pesante modifica alla fragile esistenza.

Queste due donne, che nel tempo dell’adolescenza erano un tutt’uno, stringendo l’ingenuo e segreto patto di non lasciarsi mai, ora si trovano distanti, divise da scelte, errori, rimpianti, rimorsi.

Come attrici di una tragedia greca si trovano a solcare il medesimo palco, sfiancate dal solleone romano, ma lo fanno in tempi diversi, con buona pace delle unità aristoteliche, indefettibile canone drammaturgico definito dal filosofo di Stagira.

A fare da corona ai loro racconti, alle loro emozioni, ai loro ricordi, come un moderno coro tragico, sei coppie di amici, ognuna con la sua storia, ognuna con il proprio fardello di misteri, parole non dette, fatali contraddizioni.

Come un respiro - Torre della Fanciulla
La Torre di Leandro, detta anche Torre della Fanciulla (in Turco: Kız Kulesi, “Torre della ragazza”), situata su un piccolo isolotto all’ingresso sud del Bosforo.

Come un respiro è caratterizzato da un indovinato schema narrativo che alterna il racconto in presa diretta, protetto dalle spesse mura domestiche dell’appartamento di Sergio e Giovanna, il luogo della tragedia, al romanzo epistolare, scandito dalle lettere scritte da Elsa e spedite alla sorella Adele che, per una ragione che il lettore scoprirà solo in seguito, non vengono mai aperte, mai lette.

In quelle missive, sullo sfondo di una fascinosa Istanbul fatta di moschee e bagni turchi, di gioielli preziosi e desiderio di modernità, c’è la testimonianza del riscatto di Elsa ma anche la sua fragilità, il desiderio di cauterizzare una ferita, di riannodare i fili sottili di un passato troppo distante.

La storia di Özpetek si dipana lieve, avvicendando pathos e racconto, svelando, pagina dopo pagina, diversi misteri, quelle mezze verità patrimonio della vita di molti di noi.

Come un respiro ha in sé tutti i consueti ingredienti che abbiamo imparato ad amare nei film di Özpetek, la coralità del racconto, l’intreccio di passioni mai davvero sopite, il desiderio di raccontarsi e ascoltare, i diversi piani narrativi che fanno sì che, anche il personaggio apparentemente minimo in questo romanzo, così come nei film del regista turco, sviluppi una sua fisionomia ben definita, rifuggendo dal semplice ruolo di mera comparsa.

Con penna felice Özpetek narra la vicenda di due sorelle, del loro legame inizialmente solidissimo che improvvisamente si spezza, mandando in frantumi le loro giovani vite che, al limitare delle scelte, prendono strade diverse, sotto cieli diversi, pur di anestetizzare l’umano desiderio di provare a perdonare.

Ma Özpetek racconta in filigrana anche le vite apparentemente serene di Giovanna e Sergio, dei loro commensali, storie metropolitane fatte di sguardi, sorrisi accennati, respiri interrotti.

Giovanna spalanca la finestra. L’aria della sera, profumata di pitosforo, invade la stanza richiamando alla realtà. Ha bisogno di disperdere il suo turbamento. E non è l’unica.

Probabilmente Come un respiro potrebbe diventare un ottimo film, uno di quelli ambientati nelle rassicuranti e soleggiate abitazioni popolari romane tanto care a Özpetek e, probabilmente, sarebbe un successo perché farebbe la cosa più semplice che il cinema e la letteratura fanno da sempre: raccontare storie.

Quante persone amano di nascosto, tramano, tradiscono. Io e mia sorella, no. Non più.

Come un respiro - Ferzan Özpetek

COME UN RESPIRO

Ferzan Özpetek
Edizioni Mondadori

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