Cortometrico

Cortometrico

Jacques Brel nel 1958 scrisse ne me quitte pas, probabilmente la sua canzone più famosa.

Una strofa di questo splendido brano, recita:

Je t’inventerai
Des mots insensés
Que tu comprendras 

inventerò per te
parole senza senso
che tu comprenderai

Più tardi Henri Meshonnic avrà a dire: non sono le parole che hanno senso, ma il senso che ha le parole.
Probabilmente la verità è nel mezzo.
La parola sta, infatti, a ciò cui si riferisce esattamente come la realtà che ci è dato conoscere sta all’oggetto considerato.
È un patto tra il mondo esterno e il nostro modo di percepirlo.
E patto è la parola.
Un’intesa tra sensazioni, istanti, oggetti e il naturale suono che essi, al loro cospetto, fanno sgorgare dal nostro io più profondo.
Certamente tal suono verrà edificato seguendo le impalcature di questa o quella lingua con tutti i foni che le sono propri.
Non deve, dunque, meravigliare l’affermazione che più sento vicina per definire i versi di Luca Quattrini: ogni sua frase  arriva prima che se ne comprenda il significato.

Questo Poeta partorisce, infatti, unità metriche che immediatamente arrivano al fruitore in tutta la loro forza, ma che, solo dopo attentissima lettura possono essere decifrate per una totale comprensione.
Ritengo il fulcro del suo lavoro possa essere identificato col rapporto che sussiste tra parola e memoria.
Tutti sappiamo come, agli albori dell’umanità, la Poesia servisse anche per serbare nei nostri ricordi gesta, imprese o i più salienti momenti storici d’un popolo.
Probabilmente meno si sottolinea quanto un qualsiasi lemma, posto all’interno d’un verso, dilati le nostre percezioni spaziali e temporali.
A ben guardare, infatti, se consideriamo la parola, così come noi l’abbiamo concepita fin qui, possiamo dire che ogni termine è un viaggio a ritroso sino ai primordi dell’umano vivere.
Ciascun lemma è un inconsapevole tornare alle nostre remotissime origini e a quei più profondi significati che solo la ragione ha dimenticato, giammai l’inconscio.
Dire, per esempio, gufo significa tornare a quell’istante in cui, per la prima volta, un nostro protostorico avo individuò la gutturalità (g) del suo verso, le vocali scure di quell’animale notturno (o,u), il soffio silente delle sue ali in volo (f).
È per questo che ogni Poeta si affida, quasi si immola, alle parole, lasciandosi trascinare dalle loro correnti.
Solo così, Egli, lo voglia o no, riporta a galla le radici più ancestrali che ogni vocabolo reca seco, rendendo tutto il più “vero” possibile.
A questo proposito la maggior parte degli studiosi cita quasi sempre i seguenti versi di Dante:

La forma universal di questo nodo
credo ch’i’ vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.

Vale a dire:

Sono certo di aver visto la forma universale del Creato, perché, anche solo dicendo questo sento di provare un godimento immenso.
Alighieri, quindi, sta affermando che è sicuro d’aver esperito le massime vette della spiritualità perché, adesso, mentre le espone in Poesia, ne gode profondamente.
Insomma la prova incontestabile di quanto vissuto, nel suo lungo pellegrinare ultraterreno, soggiace nelle parole stesse a cui si è, più o meno volontariamente, consegnato.
Per meglio sottolineare il concetto mi piace ricordare un celebre pensiero di André Gide.
Lo scrittore Francese amava sottolineare come un’opera d’arte fosse composta da due elementi: ciò che l’autore vuole dire, ed è l’aspetto meno importante, e ciò che l’autore non vuole dire, ma, suo malgrado, dice lo stesso.
Non a caso affermerà: L’arte è una collaborazione tra Dio e l’artista, e meno l’artista fa, meglio è.

Ciò, in prosa, è sostanzialmente riferito alla storia narrata, alla psicologia dei personaggi e alle ambientazioni, mentre, in una Lirica, le protagoniste sono soprattutto le parole e tutti quei legami che le pongono in relazione tra loro.
Poetare è, dunque, intraprendere un viaggio non solo a ritroso nei nostri ricordi, ma a ritroso nell’insondabile tempo di ciascun lemma.
L’operazione che compie Luca Quattrini, in tal senso, è straordinaria.
Potremmo definire il Nostro come un vero e proprio archeologo della parola.
Sembrerebbe che la sua ricerca, pressoché ossessiva, per termini ormai caduti in disuso, sia una disperata invocazione perché risorgano.
Si ha l’impressione d’avere a che fare quasi con un rituale propiziatorio affinché, dopo un lunghissimo silenzio, questi antichi vocaboli tornino a parlare, a dirci cosa c’è lì in quel lontano passato, grazie alla loro familiarità con elementi atavici cui sono rimasti fedeli o, per lo meno, più vicini.
Dislume, superno, emunta, insacco, primevo, addormire, disfrenato, rabescare, rovaio, roggia, gemmare, oprire, nubifero, rigagno sono alcuni dei tanti lemmi che, con gran disinvoltura, vanno a costruire le atmosfere tipiche di quest’autore.
È così che nasce, una tra tutte, Bonaccia:

Il roncolare rauco delle rande
Non più d’òmero stracco si scotenna
Nel profano accecare di bonaccia

Il Tempo in Cortometrico

Notoriamente la natura è governata da ritmi precisi che scandiscono lo spazio e il tempo.
Il regolare battito del cuore, il soffio del respiro, le esatte intermittenze nei richiami degli uccelli, quel segnale, quasi Morse, nascosto tra gli ululati d’un lupo alla luna.
E la risacca del mare o la precisa alternanza che si riesce a rintracciare nel piccolo caos dei colpi che ha la pioggia.
Poi, ancora, il chiudersi e lo schiudersi delle foglie, nella loro alternanza diurna e notturna.
Non ultima la rotazione terrestre che regala al sole o alle stelle un illusorio viaggio e che permetteva, più d’ogni altra cosa, d’indicare a qual punto del giorno si fosse.
Tutto, in natura, è rigorosamente scandito.
Il sublimare tali ritmi, munendoli di significato verbale, serviva perché s’innalzassero a rituali.
Giacché, se in qualche maniera, si voleva propiziarsi la natura, occorreva comunicare con essa usando il suo stesso codice, l’essenza più profonda della sua lingua.
A ciò, e non ad altro, servivano le primordiali cantilene antesignane della Poesia come successivamente è stata intesa.
Le prime grandi Liriche dell’umanità furono formule magiche mormorate nella solennità dei cori all’ombra di caverne o radure.
Da tutto questo nasce la metrica, molto prima che servisse a modellarsi sui moduli della musica o delle danze propiziatorie.
Ed è per questo che Luca Quattrini, in armonia col suo lavoro sulla parola, sceglie di ricongiungersi all’elemento primordiale che sta alle radici d’una metrica rigorosa ed elegante.
Voglio, di nuovo, lasciare la parola al nostro Poeta, includendo anche le note alla Lirica da lui stesso redatte:

Durata1

E venne il giorno in cui venisti amando2
Durevolmente d’un amore eterno

1)Metro: distico di endecasillabi

2)Gli accenti tonici cadono, considerando anche quelli minori, su tutte e cinque le vocali, E O U I A, quindi su tutte le sillabe pari. Per la successione delle atone e delle toniche l’endecasillabo ha un andamento giambico.

Non solo l’attenzione, ma il desiderio da lui fortemente espresso affinché in questa silloge fossero presenti, per ciascuna Poesia, note atte a sottolineare una faticosa ricerca strutturale, sta a indicare come Luca Quattrini abbia inteso il suo minuzioso lavoro come un rigoroso “ritorno all’ordine”.

L’essere umano, tuttavia, è un animale dissenziente. La sua lunga storia non l’ha visto adeguarsi alla natura, ma dominarla attraverso molteplici “no”.
Pertanto anche la Poesia, a lungo andare, ha rifiutato d’omologarsi ai rigidi schemi della metrica ed è nato il verso libero.
Certamente verso libero non significa, come inteso da molti, “faccio un po’ così colà come si vuole ciò che non si puote”, bensì nasce da una lunga meditazione su qual precisa regola ci si impegna a infrangere.
Abbiamo, dunque, anche un Quattrini che si ribella a se stesso e che, anche così, continua a creare mirabili versi:

In morte di un vecchio cervo

Con bramito di quercia
Bronchi di cervo morente
Snudano il vento

 

Lo Spazio in Cortometrico

Cortometrico è un titolo particolarmente adeguato per questo prezioso volume. Le Poesie di Luca Quattrini si risolvono, infatti, in secchi epigrammi.
Tal tipo di strofe, nate come encomi o elogi funebri, nacquero al fine d’essere incise su pietra o bronzo. Per questo motivo dovevano essere, come ovvio, brevi.
Alla loro origine, dunque, rappresentavano una forma poetica del tutto estranea a quell’idea di versi necessariamente in simbiosi con la musica.
Possiamo, dunque, considerare l’epigramma, di poco precedente alla nobile e classica Lirica greca, come l’espressione più arcaica di Poesia scritta.
Non è un caso che Luca Quattrini si rivolga a questo tipo di versificazione che si pone alle origini della produzione idilliaca.
Ancora una volta il Nostro, come già sperimentato con i suoi vocaboli arcaici, riesuma dal più lontano passato gli elementi fondanti della Lirica.
Quell’idea, però, di praticità, d’umano sudore spesso volto ad elementi apotropaici, tipica dell’epigramma, è rivisitata da Luca Quattrini che vi applica una raffinatissima ricerca armonica.

Il tempo e lo spazio dei sui distici sono, infatti, organizzati seguendo, in moltissimi casi, le antiche e sempreverdi regole della magica Sezione Aurea.
Questa regola, solitamente applicata alle arti visive e alla musica e che affonda ai tempi di Pitagora le sue radici, indica il rapporto fra due lunghezze disuguali dove la maggiore di queste deve essere medio proporzionale tra la minore e la somma delle due.
Facciamo l’esempio di un affresco quadrato il cui lato misuri 13 metri. Dividiamo 13 per 1,6180, il numero aureo, e otteniamo 8 metri (la lunghezza maggiore), i restanti 5 saranno, ovviamente, la lunghezza minore. Vedremo, come controprova, che 13 metri staranno a 8 metri come 8 metri staranno a 5 metri. A questo punto tracciamo il quadrato di lato 8 a partire da uno qualunque dei vertici del nostro affresco. Il vertice del quadrato di lato 8 opposto al vertice dell’affresco da cui siamo partiti rappresenta un punto di interesse:

Mostriamo ora, a titolo d’esempio, due componimenti:

Fiera marina che slacci, vogliose gambe

È un verso di 13 sillabe.

Visto che il verso di tredici sillabe può essere letto con due diverse impostazioni delle cesure, quinario più ottonario oppure, ottonario più quinario, possiamo dire che il principio della regolarità metrica debba costantemente fare i conti con la mobilità della voce. Il metro asseconda la discontinuità prosodica della voce.

Avremo dunque:

Fiera marina / che slacci vogliose gambe

Oppure

Fiera marina che slacci / vogliose gambe

13/1,6180 = 8,03        8/1,6180 = 4,944      8+5 = 13

Ancora, seguendo la stessa logica, un classico endecasillabo

All’incredula notte/ cui ripugna

7                                               4

L’àcino che/ matura di lucerna

4                                     7

11/1,6180 = 6,79        7/1,6180 = 4,32        7+4 = 11

Infine un verso “libero”:

Attraccati               4
Ad uno sguardo d’ansa            7
Volammo per orrore della terra                  11

Una raffinatezza ulteriore, presente forse nella maggior parte delle Poesie incluse in questa silloge, è data da elementi magnificamente occultati al loro interno. Sto parlando di quella Sezione Aurea che, nel caso specifico, si palesa, quasi misticamente, nelle sequenze accentuative dei singoli versi.
Prendiamo, dunque, ad esempio:

Vogatore / di battello lunare

Noteremo, senza tema di smentita, che trattasi d’un endecasillabo non canonico, in quanto privo d’accento sia sulla quarta che sulla sesta sillaba.
Altresì non deve sfuggire come gli accenti vadano a porsi sulla terza, la settima e la decima sillaba:

Vogatòre / di battèllo lunàre

Applicando la formula di cui prima, nella successione 3/7/10, apparirà palese, come la regolarità dell’endecasillabo andrà a ripristinarsi:

11/1,6180 = 6,79            7/1,6180 = 4,32

Per concludere. Ciò che più conquista nell’opera di Luca Quattrini è il trasportare, dalle regioni più profonde del nostro inconscio collettivo, una serie di suggestioni ancestrali, spesso tinte di primitiva ferocia, che vengono, però, inserite in austerità formali più che impeccabili.
La sensazione che ne deriva è quella d’una gran dama di corte resa indomita da una frequenza troppo assidua con la belva di cui è amante.

Cortometrico - Copertina

CORTOMETRICO

Luca Quattrini
Edizioni ChiPiùNeArt

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