Due rampe per l’abisso

Due rampe per l'abisso

Rex Stout (1886 – 1975), già bambino prodigio, svolse una quantità incredibile di mestieri: marinaio, contabile, venditore di sigari, poi di souvenir e anche di libri. Fu guida turistica, stalliere e direttore d’albergo.

Intorno ai 26 anni iniziò a scrivere per riviste e settimanali. E guadagnava anche bene. Nel 1929 pubblicò il raffinatissimo romanzo che andiamo a presentare: Due rampe per l’abisso (titolo originale How Like a God).

Qui la storia di Stout si fa incerta.

C’è chi vuole vederlo “vinto” dalla letteratura impegnata perché comprese di non esservi tagliato, chi, invece, lo rende scrittore di polizieschi per via degli alti guadagni raggiunti.

Due rampe per l'abisso - Rex Stout
L’autore Rex Stout.

Nel caso della prima ipotesi, possiamo tranquillamente affermare che “comprese” male e che, pur divertendoci molto la figura di Nero Wolfe, avremmo gradito vederlo cimentarsi anche in altri lavori, come questo, più raffinati.

Con Due rampe per l’abisso, Rex Stout ci offre l’affresco psicologico di un uomo, in un’opera dalle preziose sperimentazioni strutturali.

William Barton Sidney, 45 anni, procede lungo due rampe di scale. Forse indeciso, spesso impacciato, ma inesorabile procede. Con la mano destra, occultata nella tasca del soprabito, stringe una pistola. Pochi gradini e giungerà davanti a quella porta dietro cui si muove la sua vittima.

Forse.

È il suo stesso passo esitante a deframmentare la rettilinea congiura delle scale e a presentarci il ricordo della sua intera esistenza senza, però, seguire il filo logico che crediamo caratterizzi il tempo.

Se è vero che la vita non è come l’abbiamo vissuta, ma come la raccontiamo, allora non può esserci un inizio e una fine disposti secondo il comune senso dell’ordine.

I ricordi si sovrappongono l’un l’altro come negativi fotografici.

Un’esposizione multipla in cui è impossibile distinguere un prima da un poi.

Così il narratore, con grande perizia stilistica, ci presenta fatti avvenuti dieci anni prima, poi torna indietro di cinque, ancora di otto o di tre e così via.

Lentamente impariamo a conoscere il protagonista, a metterlo a fuoco.

Ed è impossibile non amarlo.

Lui è la rappresentazione vivente della disperazione e della solitudine umana.

William è nato e cresciuto in una piccola cittadina di provincia.

Suo padre aveva una drogheria.

La madre era una donna distante, non per cattiveria, ma per semplice stupidità.

Sono presenti anche un fratello e tre sorelle.

La preferita, che ricorrerà per tutto il libro, è Jane.

L’amata Jane.

Una ragazza verso cui il protagonista, fin da piccolo, nutre passioni con sfumature morbose che sfoceranno in un’inconfessata attrazione sessuale.

Si fermò e restò immobile ancora, mentre le sue labbra si muovevano come se stesse parlando alla piccola lampada, visto che la fissava, ma non uscì alcun suono.

Stava tentando di pronunciare il none di Jane.

Voleva fare lo scrittore, William. Ed era bravo. Fin da giovanissimo fu notato da alcune riviste letterarie.

Jane lo incoraggiava a proseguire.

All’università, però, incontrò il ricchissimo Dick che lo volle al suo fianco per dirigere l’azienda di famiglia.

William si lasciò convincere.

Due rampe per l'abisso - Tino Buazzelli e Paolo Ferrari in Nero Wolfe
Tino Buazzelli e Paolo Ferrari in Nero Wolfe.

Perché, in realtà, è sempre stato incapace di prendere decisioni.

Ha un carattere timido e debole, in se stesso crede poco.

Non prova neppure a raggiungere una meta, raccoglie ciò che gli capita.

Ma è molto intelligente il nostro eroe e, presto, giunge ai vertici di comando della grande industria in cui lavora.

Ha uno stipendio altissimo e vive nella più totale agiatezza tanto più che ha sposato la sorella di Dick, il suo capo, proprietaria di metà della multimilionaria azienda.

Ma non è quella la vita che la sorte aveva in serbo per lui, in nulla somiglia a ciò che amava e sognava.

La mano destra rimase stretta ala ringhiera, come se senza quell’appoggio, avrebbe perso l’equilibrio e sarebbe caduto all’indietro come una marionetta cui sono stati tagliati i fili.

E così si muove Bill. Proprio come una marionetta, i cui fili son tenuti dalle mani d’un terribile burattinaio che, per tutta la vita, ha albergato dentro lui e contro cui non è mai riuscito a insorgere.

Perché, come spesso capita, il protagonista non ha scelto la propria esistenza, ma ha lasciato che l’esistenza scegliesse lui.

Ma, poi, cosa, in realtà, desiderava sul serio? Chi davvero aveva amato?

Non Millicent, una piccola Lolita di 10 anni che turbava i sensi del giovane Bill durante l’università.

Non la signora Davis, bellissima donna con il doppio dei suo anni, che lo sedusse ancora adolescente.

Certamente non Erma, sua moglie, algida e totalmente priva di qualsiasi empatia.

Due rampe per l'abisso - Fletcher Pratt , Christopher Morley e Rex Stout
Tre membri degli Irregolari di Baker Street: Fletcher Pratt , Christopher Morley e Rex Stout

Forse Lucy, quell’incantevole, radiosa e intelligentissima fanciulla che entrò di prepotenza nella sua vita per trascinarlo in un turbine di delicatissime passioni.

Ma la lasciò andar via.

Si permise di perderla.

Forse perché lei doveva restare il suo intatto sogno straordinario, quell’elemento assoluto che non poteva, non doveva essere corrotto dall’abitudine d’una quotidiana vita in comune.

In questo caso, fu la paura, se preferite quella tendenza a idealizzare, tipica dell’artista che non era diventato, a scegliere per lui.

Così, pian piano, si rende conto che tutto gli è distante, che tutto gli è estraneo, che lui stesso non è importante per qualcosa o qualcuno.

William Barton Sidney è il codice errato nella grande scheda madre di un’esistenza programmata per qualcun altro.

[…] che sarebbe successo se la signora Jordan l’avesse sentito entrare? […]con la mano ancora sulla ringhiera si voltò in quella direzione […]

Rimase lì incerto.

Timido, inutile, innocuo, senza intraprendenza…

E poi è stata lei, la vittima alla fine delle due rampe, a rivestire il ruolo della goccia che fa traboccare il vaso.

È un colpo di scena quando, soltanto a tre quarti, del libro ne scopriamo l’identità.

Eppure non c’era altra possibilità e noi lettori avremmo dovuto capirlo.

L’abisso poteva essere rappresentato solo da quella persona, da quel carnefice, da quella predestinata vittima.

Come abbiamo visto, il racconto primo, cioè i momenti in cui il protagonista sale le scale, ha come voce quella d’un narratore onnisciente, estraneo alla vicenda, che si esprime in terza persona singolare.

Per il racconto secondo, la parte, cioè riguardante i ricordi e che occupa la stragrande maggioranza del romanzo, Rex Stout compie una scelta raffinatissima: si rivolge a William dandogli del tu.

Non c’è mai stata un’esperienza fondamentale nella tua vita in cui eri l’aggressore.

Eri abbastanza infastidito e il vago senso di disagio che ti aveva accompagnato…

– Pensavo…credevo…- Avevi balbettato.

Ti eri fermato. Non riuscivi a dirlo.

 Abbiamo dunque un occhio che, a volo d’uccello, coglie l’intera figura di William mentre avanza su quelle scale, intente a condurlo verso la sua vittima, e un altro sguardo, la voce impegnata a dare del “tu”, che, come effetto ha quello di concentrarsi in primi piani strettissimi su ogni più piccolo ricordo.

Stout non cede alla tentazione, più semplice, di far parlare direttamente il protagonista che, mentre rammenta, potrebbe usare un semplice “io”.

Usa un’entità la cui origine non è ben identificata.

Non me la sento, certamente, di dire che sia la voce del suo inconscio o del suo alter ego.

Piuttosto la identificherei con un “quasi se stesso”.

Perché questo William Barton Sidney è sempre, tragicamente, stato.

Due rampe per l'abisso - Copertina

DUE RAMPE PER L’ABISSO

Rex Stout
Sellerio Editore

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