Giardino, cenere

Giardino cenere

Danilo Kiš, figlio di un ispettore ferroviario ungherese e di una montenegrina, nacque in Jugoslavia nel 1935 e morì a Parigi nel 1989.

Suo padre, ebreo, perse la vita nei campi di sterminio.

Di tutti gli scrittori della sua generazione francesi e stranieri, che negli anni ottanta vivevano a Parigi, era forse il più grande.

 Così affermò Milan Kundera.

Personalmente andrei molto oltre: Danilo Kiš è, a livello mondiale, uno degli autori più incisivi del secolo scorso.

Non a caso, proprio nell’anno della sua morte, entrò nella rosa dei Nobel.

Giardino, Cenere, insieme a Clessidra e Dolori precoci, fa parte d’una trilogia che evoca l’infanzia dell’autore.

Abbiamo scelto, per iniziare, questo romanzo che, ponendosi in media res, funge un po’ da perno a quest’altalena di ricordi.

Danilo Kiš
L’autore Danilo Kiš

In esso, infatti, si riassumono tutte le tematiche trattate negli altri due libri: il senso della morte che, causa le persecuzioni razziali, s’insinua nello spirito incontaminato d’un bimbo, il valore della memoria, l’accorato ricordo della figura paterna.

È proprio su questo padre perduto, scomparso nell’orrore, che Giardino, Cenere si sofferma in maniera particolare.

Danilo Kiš rivisita la sua infanzia puntando gli occhi su un sé bambino.

Descrive le emozioni che un tempo provò senza mai emettere, col senno di poi, un giudizio o un’adulta e saggia meditazione su quelle visioni innocenti.

Ci riconsegna, insomma, intatto il piccolo Andreas Sam che è il nome con cui l’autore si ribattezza.

Lo stile di Danilo Kiš è altamente lirico e i piani narrativi della sua storia si alternano non seguendo, soprattutto verso la fine, una linea temporale precisa.

La scrittura, tuttavia, scorre senza il minimo intoppo, riuscendo a operare una sperimentazione linguistica e strutturale molto lontano dall’essere cervellotica.

Anche quando, come sua abitudine, si lancia in minuziose ed ossessive descrizioni d’oggetti e sensazioni, Danilo Kiš mai rinuncia a quella vena poetica che lo contraddistingue:

I tram emettono un lieve tintinnio quando davanti a loro si para il denso vuoto, compresso in una stretta gola, della lontana prospettiva dei viali cittadini.

Ancora:

Di notte, nei dormiveglia , udivamo il limpido pianissimo dei cristalli nelle vetrine, poi la casa cominciava a tremare, e il treno faceva a pezzi la nostra stanza con i grandi quadrati luminosi dei suoi finestrini che si susseguivano frenetici.

 Questo stile dobbiamo aspettarci nell’affrontare Giardino, Cenere.

 Ma come ci presenterà Andreas Sam/Danilo Kiš questo padre?

Lo farà attraverso il filtro di simbologie e codici letterari.

Sostanzialmente Eduard Sam è uno scrittore fallito, un vinto, un geniale poeta che la disperazione riduce a sua stessa caricatura.

Dedica la propria esistenza alla realizzazione di un’opera monumentale e che nessun editore vuole pubblicare: L’orario delle comunicazioni tramviarie, navali, ferroviarie e aeree.

Il lavoro, nato come un semplice vademecum per viaggiatori, magari arricchito con qualche piccola notizia turistica sulle località che i vari mezzi di trasporto collegano tra loro, sfugge di mano all’autore e inizia a vivere una vita propria aumentando la sua mole a dismisura:

[…] ma appena mio padre, per compilarle, consultava enciclopedie e lessici […] le questioni da risolvere rivelarono una problematica vasta e profonda, allora egli mise insieme un’enorme bibliografia sugli argomenti più diversi, in quasi tutte le lingue europee e i lessici furono sostituiti da studi alchimistici, antropologici, antroposofici, archelogici […] alla fine, di quello che era stato L’orario delle comunicazioni tramviarie, navali, ferroviarie e aeree non rimasero che un bozzolo rinsecchito, un ideogramma, una grande parentesi, un’abbreviazione. Il commento e le note inglobarono la piccola e instabile costruzione utilitaria iniziale […].

Ma non è soltanto l’opera ad aumentare, anche il suo autore straripa oltre i limiti della propria identità.

Giardino, cenere - Eva Nahir Panić, Danilo Kiš, Aleksandar Manidć
Eva Nahir Panić, Danilo Kiš, Aleksandar Manidć nel kibbutz Shar Hamakim nel 1989, Israele

Da tranquillo impiegato delle ferrovie che, all’inizio, s’aggira come un’ombra impalpabile e priva di peso nell’economia del romanzo, egli muta in una sorta di furente, grottesco predicatore.

Inizia con l’assentarsi per brevi, ma sempre misteriosi, viaggi da cui torna ogni volta più consumato.

Le sue urla baritonali risuonano come l’eco delle grida rabbiose d’una coscienza collettiva vinta, sconfitta, perseguitata.

A sera si reca nelle bettole dove replica, sempre con coltissima eleganza, le sue furenti invettive tra fiumi d’alcool.

Al mattino si risveglia in fossi, inzaccherato dal proprio vomito, senza un soldo in tasca, senza neppure una cicca da fumare.

I suoi deliri, mascherati da collera divina, crescono sempre più con il passare del tempo.

Alla fine teme d’essere avvelenato dalla sua stessa famiglia:

si nutriva di funghi di bosco,di acetosa e di mele selvatiche e beveva uova di uccello che prendeva dai nidi[…].

Una miriade di personaggi turbinano come pagliuzze nel vortice delle invettive che Eduard lancia loro contro.

Lo zio Otto, Andrej, le zie Miti e Rebeka, i vicini di casa.

Ma anche tutti gli altri personaggi, non direttamente bersagliati dalla furia di quest’uomo, ci appaiono come emanati dalle vibrazioni che le sue furenti sonorità provocano.

Così ci verrà scaraventata addosso la signorina Edith, epilettica, che lascia intravedere al piccolo Andreas una futura sessualità.

Verrà poi il signor Garavanski, vegetariano, aduso a tirar fuori dalle tasche una gran quantità di frutta e verdura.

Anche la bellissima e capricciosa Julia, infine, che per Andreas rappresenterà l’effettiva entrata nei piaceri della carne, pare essere partorita dai deliri paterni.

Giardino cenere - Danilo Kiš francobollo
Danilo Kiš in un francobollo del Montenegro del 2010

Eppure il furore di questo pazzo riesce ad affascinare la folla. A ipnotizzarla. Anche se per brevi istanti.

Addirittura con le armi della loquela sfugge a un linciaggio, provocato dalle sue farneticazioni, capaci d’insinuare il sospetto, nella piccola comunità in cui vive, che lui, Eduard Sam, sia una spia dei tedeschi oppure un appartenente a qualche setta blasfema.

Alla fine, il piccolo grande padre, parte per sempre.

Per i campi di sterminio.

Danilo Kiš, tuttavia, racconta questo tragico evento, continuando a parlare come se descrivesse le emozioni di quel sé bambino, inconsapevole di quanto, in realtà, stia accadendo.

È come se questa terribile deportazione sia l’ultima estrema follia d’un pazzo che s’allontana, tronfio e gaudente, sempre sproloquiando, su un carro stipato di merci e zingari.

L’autore si limita a descrivere sua madre mentre prepara una valigia al marito, ove ripone un inquietante pigiama a strisce.

Poco dopo, con appena due righe, Danilo Kiš ci racconta dell’ultima lettera inviata dal padre:

si trattava in realtà di un pezzo di busta che aveva gettato da un vagone piombato.

Basta.

Non un’altra parola.

Quasi il lettore non s’avvede si stia parlando d’una deportazione.

Sembrerebbe che il poeta folle, sempre più somigliante a un clown ubriaco, abbia abbandonato, con un atto di vile tradimento, la sua famiglia.

È così che la totale megalomania di quel tempo carnefice, accecato dalle sue stesse allucinazioni, divora milioni di vittime e le rigetta in un unico grottesco boccone, digerito da deliranti succhi gastrici.

Ecco chi è Eduard Sam: il ricordo d’un rifiuto, reso folle dalla paura.

Ma non si rassegna Andreas.

Il protagonista lo vede tornare, sotto mentite spoglie, dopo molti anni.

Così, crede di scorgerlo travestito da commesso viaggiatore, da turista o a capo d’una delegazione degli scampati ad Auschwitz e Buchenwald.

Il romanzo, dunque, si conclude con un Andreas reso mestamente ridicolo da quel padre cui sempre più andrà a somigliare.

Ma la dignità solenne della memoria sarà salva, perché consegnata alle armi d’una lingua perfetta.

Giardino, cenere - copertina

GIARDINO, CENERE

Danilo Kiš
Edizioni Adelphi

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