I fiori del male

I fiori del male

Charles Baudelaire scrisse e pubblicò un solo libro di poesie, I fiori del male (Les Fleurs du mal). Poi, scrisse solamente saggi, articoli e, ovviamente Lo spleen di Parigi, una poetica prosa uscita a puntate sul quotidiano Le Figaro, a partire dal 7 febbraio 1864.

Un’unica raccolta di poesie, dunque, ma che gli spalancò, giustamente, le porte dell’empireo poetico, perché nel mondo della poesia esiste un prima e un dopo I fiori del male.

La genesi di questa opera è piuttosto complessa e si dipana lungo diversi anni, a riprova di quanto Baudelaire tenesse a questa raccolta di liriche, a cui dedicò moltissimo tempo.

Fu un lungo e articolato lavoro di labor limae da cui scaturì uno dei capolavori poetici di sempre, l’apripista, come concordano la maggior parte dei critici, alla poesia moderna. Perché I fiori del male, come ha scritto il poeta Maurizio Cucchi, sono poesia pura, «l’arte per l’arte, vissuta come totalità riassuntiva di un’esperienza di vita».

I fiori del male - Prima edizione
La prima edizione de I fiori del male con le note dell’autore.

I fiori del male esce per la prima volta il 21 giugno 1857. A pubblicarlo sono gli editori Poulet-Malassis et De Broise, in una tiratura di 1300 copie. La raccolta, che appare già suddivisa in sei sezioni, ottiene grandi consensi e il plauso del grande Victor Hugo che, oltre ai contenuti, apprezza l’enigmatico titolo, suggerito a Baudelaire dal critico e romanziere Hippolyte Babou. Baudelaire, infatti, quando nel 1845 inizia a lavorare alla raccolta, aveva pensato di chiamarla Le lesbiche, un titolo decisamente scandaloso, specie per l’epoca.

Nonostante un titolo meno audace, I fiori del male cade, immediatamente, sotto la pesante scure della censura. A soffiare sui carboni ardenti è il più noto quotidiano parigino, Le Figaro, che pochi giorni dopo la pubblicazione dell’opera inizia a montare un’artefatta protesta con uno stile già inaugurato in precedenza con Madame Bovary di Flaubert.

Il primo provvedimento delle autorità francesi non tarda ad arrivare. Il 7 luglio Baudelaire e gli editori vengono denunciati per oltraggio alla pubblica morale e al buon costume.

In attesa della condanna, che arriva sul finire dell’agosto 1857 consistente nel pagamento di una multa, la Direzione di pubblica sicurezza dispone immediatamente la soppressione delle sei liriche incriminate, ritenute, per gli argomenti trattati, oltremodo scandalose.

Nel 1861 viene pubblicata una seconda edizione de I fiori del male, questa volta in 1500 esemplari. La nuova raccolta si articola, come la precedente, su sei sezioni (Spleen e ideale, Quadri di Parigi, Il vino, Fiori del male, Rivolta e, infine La morte) a cui si aggiungono, in appendice, Relitti, una sezione in cui sono presenti anche le sei poesie precedentemente oggetto di censura e un Supplemento che comprende alcune poesie di rilievo come Epigrafe per un libro condannato o la bellissima L’abisso.

Fin dalla primogenitura Baudelaire ha la precisa idea di conferire all’opera un’unità assoluta, il cui percorso, come ebbe a dire il grande critico letterario Francesco Guglielmino «non è casuale ma addita l’itinerario dell’uomo che cerca di sfuggire a una realtà soffocante in cui non si incontrano che tedio, degradazione, solitudine.»

I fiori del male si apre con la lirica Al lettore, poesia con cui Baudelaire, come ha scritto il giornalista Marco Cicala in un suo pezzo in occasione dei duecento anni dalla nascita di Charles Baudelaire apparso sul Il Venerdì di Repubblica, «irrompe sulla scena della poesia con manovra da seduttore, quella condensata nel leggendario appello ipocrita lettore/ mio simile/ mio fratello» con cui adula con la forza disarmante di poche parole il suo lettore, legandolo a sé con un’intima, inscindibile complicità, attraverso «un patto di collusione monogamica» per citare ancora Marco Cicala.

I fiori del male - Charles Baudelaire
Baudelaire fotografato da Étienne Carjat, circa 1862

Tra le 126 poesie impossibile, ovviamente, non citare L’albatro, la seconda lirica de I fiori del male, forse, la più nota fra tutte quelle di Baudelaire.

Le quattro quartine che compongono la lirica contengono, in nuce, l’idea centrale non solo del componimento in sé ma, per certi aspetti, di tutta l’opera Baudelairiana: la solitudine del poeta, il costante rapporto con la realtà, la difficoltà a interagire costantemente con la società in cui vive e soprattutto opera.

Il poeta è metaforicamente rappresentato, in una sublimazione poetica senza pari, dall’albatro, da quel grande uccello dei mari che spesso i marinai catturano per una forma di cinico, violento divertimento.

Quell’uccello, che prima di essere imprigionato volteggia bello e maestoso nei cieli sconfinati, ora, non appena viene maldestramente posato sulla tolda, appare maldestro e vergognoso.

Irriso da quegli uomini di mare, che gli infilano una pipa sotto il becco, l’albatro, che prima si librava imponente, ora si muove goffamente, trascinando come fossero remi le grandi ali bianche.

L’albatro è come il poeta, il principe delle nubi che sta con l’uragano e ride degli arcieri; esule in terra fra gli scherni che gli impediscono di camminare con le sue ali di gigante.

Baudelaire, in questa magnifica associazione fra l’albatro e il poeta, denuncia, attraverso la forza unica dei versi, la difficoltà dell’artista a vivere in un mondo a cui non appartiene, perché il poeta è sì sovrano ma di un regno che non esiste sulla terra e che trova dimora solo nelle eteree volute della poesia.

La forza dirompente dei suoi versi, la modernità assoluta dell’opera di Baudelaire, il primo, per dirlo con le parole di Eric Auerbach, a cantare «in uno stile alto la paura paralizzante, il panico per l’inevitabile inganno che irretisce la nostra vita» emergono anche nella lirica I ciechi.

In questo sonetto, costruito attraverso una struttura oppositiva in cui le prime due quartine si oppongono anche sintatticamente alle due terzine finali, l’apparente descrittività che pervade la lirica racchiude, come osservò Francesco Guglielmino, «dei rinvii connotativi e simbolici di grande pregnanza» attraverso l’allusione a «un’idea di privazione che forse maschera una più fonda ricchezza, e suggerisce una nuova metafora del poeta» che, al pari dei ciechi, si trascina ma, più ebete di loro, domandandosi cosa mai cercheranno, tutti quei ciechi, in Cielo?

I fiori del male - Ritratto di Baudelaire
Ritratto di Charles Baudelaire, Full Face, dopo una fotografia di Nadar. Fonte: https://www.metmuseum.org/art/collection/search/376108

I fiori del male termina con Il viaggio con cui, già nell’edizione del 1857, si chiudeva l’ultima sezione della raccolta poetica, La morte.

Si tratta della lirica più lunga e che Baudelaire dedicò all’amico Maxime Du Camp, fotografo e, non a caso, indomito viaggiatore, volontario, oltretutto, della Spedizione dei Mille di Garibaldi, esperienza totemica di cui Du Camp lasciò un’accurata testimonianza scritta.

La poesia affronta il tema del viaggio inteso come ricerca costante, bisogno insopprimibile di conoscenza che anima l’uomo fin da ragazzo per il quale amante delle mappe e delle stampe, l’universo è pari al suo smisurato appetito.

Baudelaire, come l’Ulisse dantesco, individua nel viaggio l’emblema dell’esplorazione, di quell’innata necessità di appagare il desiderio di sapere che, però, anche alla fine del viaggio più lungo e periglioso, rimane inappagato, lasciando un senso di insoddisfazione, di noia perché, in fin dei conti il mondo appare grande al lume delle lampade, ma diviene inesorabilmente piccolo agli occhi del ricordo!

Alla fine non è tanto importante la meta, perché i veri viaggiatori partono per partire, per loro non è il traguardo a contare ma il viaggio stesso, il mettersi alla ricerca.

Baudelaire invita a tuffarsi in fondo al baratro e poco importa se alla fine del viaggio ci sarà l’Inferno o il Cielo ciò che conta in fondo all’ignoto è scoprire il nuovo, condotti dalla forza esploratrice della poesia.

Di Baudelaire e de I fiori del male Paul Verlaine ebbe a dire:

La profonda originalità di Charles Baudelaire è, a mio parere, quella di rappresentare possentemente ed essenzialmente l’uomo moderno. Direi che lo storico futuro della nostra epoca, per non essere incompleto, dovrà leggere attentamente e religiosamente questo libro, che è la quintessenza e come l’estremo concentrato di una componente di questo secolo.

Ps: Le parti in corsivo sono direttamente tratte dai versi de I fiori del male di Charles Baudelaire, nella traduzione di Giovanni Raboni.

I fiori del male - Copertina

I FIORI DEL MALE

Charles Baudelaire
Edizioni Einaudi

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