I quaderni di Malte Laurids Brigge

I quaderni di Malte Laudris Brigge

Rainer (in realtà René) Maria Rilke, nacque a Praga nel 1875.

A soli 19 anni pubblicò il suo primo libro di Poesie, Leben und Lieder.

Dopo aver frequentato, per un breve periodo, l’accademia militare, iniziò a studiare, presso l’università della sua città, letteratura e storia dell’arte.

Si trasferì, poi, a Monaco dove intraprese gli studi in Filosofia.

Conobbe, quindi, la scrittrice Lou Andreas-Salomé che sposò e seguì a Berlino.

Si separò da lei nel 1901 e contrasse nozze con la scultrice Clara Westhoff.

A causa d’enormi difficoltà finanziare, Rilke si trasferì a Parigi dove iniziò a scrivere numerosi testi sui movimenti artistici di quel periodo. In particolare strinse un vero e proprio sodalizio con Auguste Rodin, cui dedicò una monografia.

Questa frequentazione con il grande scultore francese, influì molto, come vedremo, sulla sua produzione letteraria.

I quaderni di Malte Laurids Brigge - Rainer Maria Rilke
L’autore Rainer Maria Rilke.

Animato da spirito irrequieto e curioso, attraversò, con lunghi soggiorni, l’intera Europa. Dall’Italia alla Scandinavia, dalla Russia alla Francia.

Ciò gli consentì d’entrare in contatto con i maggiori intellettuali dell’epoca, instaurando profondi rapporti sempre all’insegna di crescite reciproche.

Leggendari sono i suoi incontri con TolstojPasternak, Hofmannsthal, Gide, Schnitzler.

Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, in cui combatté, gli provocò un tale choc che, per alcuni anni, tacque come poeta.

Nel 1924 a Rainer fu diagnosticata una forma di leucemia, malattia che lo condurrà alla morte due anni dopo.

I quaderni di Malte Laurids Brigge, una delle poche opere in prosa di quest’immenso Poeta, costituiscono un vero e proprio ponte tra la letteratura Austro-Ungarica e quella dell’Europa occidentale.

È questo il punto fondamentale del lavoro in questione, cui bisogna prestare la massima attenzione se se ne vuole penetrare a fondo il senso.

Rilke, infatti, distoglie lo sguardo da gran parte delle suggestioni contenute nella sua cultura d’appartenenza e lo dirige nelle proposte estetiche di quei grandi movimenti che avevano preso ormai compiuta forma in Francia.

Non è un caso che le meditazioni di Malte siano condotte lungo le strade di Parigi né, certamente, si può imputare a semplice capriccio la particolarissima figura letteraria, tanto in voga all’epoca, impersonata dal protagonista di Rilke: il Flâneur.

Tale termine, coniato da Baudelaire, autore citato espressamente, del resto, nel romanzo, sta a indicare un acuto osservatore che, senza meta, s’aggira per le vie d’una metropoli, finendo con l’entrare in simbiosi con il tessuto urbano che è oggetto delle sue considerazioni.

il Flâneur è privo di precise direzioni perché il suo girovagare non riguarda tanto la topografia d’un luogo, quanto, piuttosto, quella dei tempi e degli spazi che s’incrociano nella sua coscienza.

Non compie una passeggiata lungo luminosi o bui boulevard, in piazze più o meno raccolte, in periferie sparse ai quattro punti cardinali di questa o quella città.

Il suo è un viaggio all’interno di se stesso, per cercare risposte corrispondenti a domande di cui spesso si son perse le tracce o di ricordi che s’era dimenticato d’avere e che, senza ragione apparente, tornano improvvisamente a galla.

Forse riesumati dalla visione d’un lampione, d’un cumulo d’immondizia, d’un mendicante, d’una scintillante vetrina in cui trionfano giocattoli per bambini ricchi.

Non si può, tuttavia, fare a meno di notare quanto la lingua adoperata da Rilke s’affratelli alle sue origini cecoslovacche e come il suo stile risorga nei successivi autori che hanno reso grande l’Europa dell’Est:

Ma la donna, la donna: era sprofondata tutta in sé, in avanti, nelle sue mani. Era all’angolo di Notre-Dame-des-Champs. Appena l’ebbi vista, cominciai a camminare più piano. Quando i poveri pensano, non bisogna disturbarli. Può darsi che trovino. La strada era troppo vuota, il suo vuoto si annoiava e mi toglieva il passo sotto i piedi, risuonando con esso, là e qua, come con uno zoccolo. La donna si spaventò e si sollevò via da sé troppo presto, troppo rapida, e il viso le rimase tra le due mani. Potei vederlo posato là dentro, la sua forma vuota.

Si nota immediatamente come, in questo brano, di eccezionale pregio, siano contenuti, in nuce, i principi stilistici adottati, in seguito, da autori come Schulz e, più tardi ancora, da altri come Kiš .

Non soltanto la lingua, però, avvicina Rilke alla letteratura Asburgica.

Nel peregrinare di Malte, infatti, notiamo alcuni spunti surrealistici tipici di certo Kafka e che, in chiave divertita, sono anche quelli appartenenti a Hrabal.

I quaderni di Malte Laurids Brigge - Lou Andreas-Salomé
Lou Andreas-Salomé in una fotografia del 1897 circa

Malte è, infatti, disturbato dal ticchettio metallico che proviene dall’appartamento accanto e che il protagonista scoprirà essere la palpebra, per l’occasione tramutata in ingranaggio, atta a coprire l’occhio del suo vicino.

Non manca neppure un bizzarro “risparmiatore” di tempo e neanche fantasmi che si aggirano per le stanze di tetri manieri.

Sottolineiamo, quindi, ancora una volta, quanto Rilke sia riuscito a unire, in un’unica grande opera, la letteratura dell’Est e dell’Ovest Europa.

Si noti, per di più, come, nelle intenzioni stilistiche del testo, l’autore attinga alle sue stesse meditazioni su Rodin.

Nello studio che Rainer dedica allo scultore, a proposito di una sua opera, si legge infatti:

Colpisce il fatto che manchino le braccia. Rodin le considerò in questo caso una soluzione troppo facile del suo compito, qualcosa di non appartenente a quel corpo teso a ravvolgersi su se stesso, senza aiuto estraneo.

In questo estratto sembra che Rilke stia parlando del passo che abbiamo tratto da I quaderni di Malte Laurids Brigge.

La donna che descrive non ha braccia. Ha solo mani e la forma vuota di un volto.

Quest’incompiutezza, tipica di Rodin, trasmigra in Rilke e fa urlare più forte che mai i tratti somatici, ormai del tutto assenti, d’un viso che è tutti i visi.

Non è una scomparsa fine a se stessa, ma una vera e propria implosione, cui ben si adatta la successiva frase di Rilke, sempre riferita a Rodin:

Mai corpo umano è stato così raccolto attorno alla parte più profonda di sé.

Molti studiosi scorgono ne I quaderni di Malte Laurids Brigge il primo romanzo moderno in lingua tedesca.

Troviamo difficile allontanarci da questa definizione se teniamo in considerazione la forma narrativa, decisamente originale, proposta da Rilke.

I piani strutturali su cui si svolge la vicenda, se di vicenda è lecito parlare, sono sostanzialmente tre: la Parigi in cui l’io narrante si racconta esplicitamente, i suoi ricordi in cui più impliciti sono i messaggi veicolati da Malte e, infine, quei personaggi di cronache storiche, più o meno remote, il cui simbolismo è tutto da decifrare.

L’elemento comune di questi momenti così distanti tra loro è un’angoscia, pressoché assoluta, come abbiamo ben visto nel brano riportato.

L’ansia di Malte diventa qualcosa d’eterno e che assume come propria la materia da cui è circondato il protagonista.

Un elemento che, a pari dell’idrogeno e dell’ossigeno, viene giù insieme alle piogge parigine o che, come un gas, va ad aleggiare nella povera stanza, alloggio di Malte, in cui può bruciare solo legna da poco prezzo.

Ciò lega le varie epoche della narrazione in un unico tempo immanente, epoche che il giovane protagonista non mancherà di far dialogare in continuazione tra loro in un crescendo vertiginoso, in un’incessante corsa all’interno di sé perché, finalmente, possa riconquistare il proprio essere originale. Sempre ammesso ne abbia avuto uno.

Tema principale de I Quaderni è proprio questo: l’inconoscibilità della propria reale identità.

Ancora a proposito di Rodin, Rilke scrive:

Una mano che si appoggia su un’altra spalla o su un’altra coscia non appartiene più totalmente al corpo da cui proviene: da essa e dall’oggetto che tocca o che afferra nasce una cosa nuova, una cosa potenziata che non ha nome e non appartiene a nessuno.

E ne I quaderni di Malte Laurids Brigge:

Ma non voglio più scrivere lettere. Perché debbo dire a qualcuno che sto cambiando? Se cambio, non sono quello che ero, e se sono qualcosa di diverso da prima, è evidente che non ho più conoscenti. E a estranei, a gente che non mi conosce, non mi è possibile scrivere.

I quaderni di Malte Laurids Brigge - Rainer Maria Rilke e Clara Westhoff
Rainer Maria Rilke e Clara Westhoff a Roma, 1903

D’altra parte il protagonista dei quaderni deve necessariamente essere tormentato da frequenti crisi d’identità.

Malte Laurids Brigge è, infatti, un giovane, appena ventotto anni, appartenente a una tanto antica quanto decaduta nobiltà Danese.

Il cocente desiderio di tornare alle proprie radici commuove all’inizio del romanzo, ma presto ci rendiamo conto di quanto sia tragica questa brama.

Nulla, infatti, del suo passato, esiste più.

Non ha spazio alcun sopravvissuto nella famiglia di Malte e le case in cui è cresciuto sono state tutte vendute.

Perfino Abelone, una figura ricorrente di giovane donna che popola le memorie del protagonista e che gli spiriti più gentili, forse, possono indicare come la causa del vero esilio scelto da Malte, perfino lei pare essere scomparsa nel nulla.

A sottolineare il tema dell’identità o, meglio, della sua assenza, è la vera e propria ossessione di Rilke per i volti:

[…] Che non mi sono mai reso conto, per esempio, di quanti visi ci sono. Di uomini ce n’è una quantità, ma di visi molti più, perché ogni uomo ne ha parecchi. Ci sono persone che portano un viso per anni, è naturale che lo logorino, diventa sporco, cede nelle pieghe, si sforma come un guanto calzato in viaggio. Persone econome, semplici; non lo cambiano, non lo fanno neppure pulire. «Va abbastanza bene» affermano, e chi può loro provare il contrario? Certo ci si domanda, poiché hanno parecchi visi, che ne fanno degli altri. Li mettono da parte. Li porteranno i loro figli. Ma accade pure che con quei visi escano i loro cani. Perché no? Un viso è un viso.

Altre persone mettono i loro visi con rapidità eccezionale, uno dopo l’altro, e li consumano. Pensano sulle prime di averne per sempre, ma non sono ancora ai quaranta: ecco l’ultimo. Naturalmente ciò ha il suo lato tragico. Non sono abituati a risparmiare visi, dopo otto giorni l’ultimo è finito, ha buchi, in molti punti è sottile come carta, e a poco a poco affiora il sottofondo, il nonviso, e loro camminano con quello.

A rincarare la dose intervengono alcuni suoi ricordi d’infanzia, come quando il piccolo Malte rinviene, in una sorta di camera segreta all’interno della sua labirintica dimora, una gran quantità d’abiti destinati a feste in maschera. Ovviamente il bimbo passa ore e ore a indossarli, fantasticando incredibili avventure. Poi, però, si guarda allo specchio e un inspiegabile brivido, imparentato all’orrore, si impossessa di lui.

Imparai allora a conoscere l’influsso che può emanare direttamente da un dato costume. Appena indossato uno di quegli abiti, dovevo confessarmi di essere in suo potere; quello mi prescriveva movimenti, espressione del viso, persino idee; la mia mano, sulla quale cadeva e ricadeva la manchette di pizzo, non era punto la mia solita mano: essa si muoveva come un attore, vorrei dire si osservava, per eccessivo che ciò possa sembrare.

Protagonista dell’intero romanzo è, dunque, un sé che vaga da un travestimento all’altro, da un’epoca all’altra, da un essere che non distingue frontiere frapposte tra gli elementi materiali che lo circondano.

Quasi non ha confini né soluzioni di continuità con le istanze, spaziali e temporali, che dovrebbero essere in grado di definirlo e contenerlo.

È questa l’estetica rivoluzionaria dell’impressionismo Francese. Un’estetica che entra di prepotenza, torniamo a sottolinearlo, ne I quaderni di Malte Laurids Brigge, meravigliosa opera in prosa che non rinuncia alle liriche visioni della Praga magica e che costituisce, così, un lavoro rivoluzionario, destinato a scuotere gran parte della letteratura successiva.

I Quaderni di Malte Laurids Brigge - Copertina

I QUADERNI DI MALTE LAURIDS BRIGGE

Rainer Maria Rilke
Edizioni Adelphi

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