Il cappello del prete

Il cappello del prete

Con Il cappello del prete Gilda si muove ancora una volta nel mondo del romanzo d’appendice.

Pubblicato dapprima a puntate nel 1887 nelle appendici de L’Italia di Milano e de Il Corriere di Napoli, e successivamente, nel 1888, in un volume edito da Treves, Il cappello del prete conobbe un immediato quanto inaspettato successo, vendendo migliaia di copie in pochi mesi dall’uscita in libreria.

Il cappello del prete - Emilio De Marchi
L’autore Emilio De Marchi in una immagine dell’inizio del ‘900.

Con quest’opera Emilio De Marchi diede vita ad una storia che potesse essere letta dalle masse senza indulgere in virtuosismi stilistici pur non rinunciando ai contenuti e mantenendo sempre altissima l’attenzione del lettore. La costruzione di questo romanzo è magistrale, non solo per il linguaggio, fluido e piano, che però non scade mai nella banalità linguistica, ma soprattutto per la trama, attualissima e coinvolgente, costruita con la tecnica della inverted story (tanto cara ad Hitchcock e che ha trovato il suo ambasciatore nel Tenente Colombo), in cui non dobbiamo risolvere un mistero calandoci nei panni dell’investigatore di turno, ma abbiamo già tutti gli elementi perché siamo a fianco dell’assassino durante tutta la narrazione.

Lo stesso De Marchi, nell’introduzione all’edizione del 1888, ci enuncia le premesse filosofiche della sua opera: l’intento era quello di dimostrare che anche in Italia poteva farsi strada e prosperare il romanzo d’appendice a tinte fosche tanto in voga nella Francia dell’epoca.

Questo non è un romanzo sperimentale, tutt’altro, ma un romanzo d’esperimento, e come tale vuol essere preso. Due ragioni mossero l’autore a scriverlo. La prima, per provare se sia proprio necessario andare in Francia a prendere il romanzo detto d’appendice, con quel beneficio del senso morale e del senso comune che ognuno sa; o se invece, con un poco di buona volontà, non si possa provvedere da noi largamente e con piú giudizio ai semplici desiderî del gran pubblico. La seconda ragione, fu per esperimentare quanto di vitale e di onesto e di logico esiste in questo gran pubblico cosí spesso calunniato e proclamato come una bestia vorace che si pasce solo di incongruenze, di sozzure, di carni ignude, e alla quale i giornali a centomila copie credono necessario di servire di truogolo.

Gli elementi del noir ci sono tutti. Un nobile decaduto con il vizio del gioco, il barone Carlo Coriolano di Santafusca, nel quale, pur di riuscire a risanare le proprie finanze e riemergere dalle gramaglie in cui ormai naviga da tempo, si fa strada in modo sempre più prepotente l’idea di uccidere Prete Cirillo, un avaro prelato colluso con la camorra che ha fatto dello strozzinaggio il suo stile di vita e che ha fama di negromante, in quanto elargisce i numeri del lotto con eccezionale precisione. Prete Cirillo si rende vittima predestinata quando decide di approfittare in maniera fraudolenta del momento di difficoltà del barone di Santafusca. Nei primi capitoli vedremo il barone ordire una trama atta ad impadronirsi di una ingente somma di denaro appartenente a Prete Cirillo e compiere un omicidio studiato nei minimi dettagli, quasi perfetto… ma quando si parla di un delitto la quasi perfezione non è sufficiente… l’unica prova sfuggita al controllo dell’assassino è proprio il cappello che dà il titolo al romanzo.

Il cappello del prete sembra animato di vita propria e trascina il barone, cui, nonostante tutto, il lettore si è già affezionato, in un gorgo fatto di incubi. Lo insegue, lo bracca e lo conduce in una serie di allucinate peripezie e di trovate narrative straordinarie fino a portarlo sull’orlo della pazzia.

Ciò che colpisce in questa vicenda è la totale mancanza di pentimento da parte dell’assassino. Non è questo, infatti, il motore delle vicende che si innescano a partire dal delitto, quanto, piuttosto, un intricato meccanismo di fatalità le quali a tratti trasmettono l’impressione che sia proprio Prete Cirillo, dall’aldilà, a tramare per far cadere in fallo il suo assassino, pur non facendo mai alcun ricorso al soprannaturale e inscenando, anzi, una complessa ma estremamente probabile girandola di coincidenze. Il castigo arriverà in una cornice quasi magica che solo in una città come Napoli prende il suo pieno significato.

Il Barone Carlo Coriolano di Santafusca non credeva in Dio e meno ancora credeva nel diavolo; e, per quanto buon napoletano, nemmeno nelle streghe e nella iettatura. A vent’anni voleva farsi frate, ma imbattutosi in un dotto scienziato francese, un certo dottor Panterre, perseguitato dal governo di Napoleone III per la sua propaganda materialistica ed anarchica, colla fantasia rapida e violenta propria dei meridionali, si innamorò delle dottrine del bizzarro cospiratore, che aveva anche una testa curiosa, tutta osso, con due occhiacci di falco, insomma un terribile fascinatore.

Il cappello del prete - Via Toledo
Carlo Brancaccio (1861–1920) Napoli via toledo, impressione di pioggia – 1888 circa
Collezione Palazzo Zevallos Stigliano. Foto: Sailko, 27 Febbraio 2016

L’intreccio è avvincente e trascinante ed è straordinario che un autore Lombardo riesca a tratteggiare la città di Napoli in un modo così fortemente distante dal bozzettismo che caratterizzava il filone campagnolo tanto in voga all’epoca. De Marchi ha la brillante intuizione di ambientare Il cappello del prete in quella che al tempo era considerata la più seducente ed enigmatica città d’Italia, dotata di un fascino quasi esotico, una Napoli che il nostro riprende dai romanzi di Mastriani o della Invernizio, e che rende la storia narrata ancora più avvincente, integrandosi perfettamente nell’evoluzione della vicenda.

Ne Il cappello del prete sono chiaramente visibili gli echi della maggiore letteratura contemporanea, da Poe a Dostoevskji passando per Dickens e Guy de Maupassant, pur senza tralasciare il retaggio italiano rappresentato dall’immancabile Manzoni, ma soprattutto dal verismo che con Matilde Serao aveva posto grande accento sul mondo intricato e contraddittorio caratteristico proprio della città di Napoli.

Emilio De Marchi, figlio di Giovanni e Caterina Perego, e con tre fratelli Attilio, Luigi e Odoardo, nacque a Milano il 31 luglio 1851 in una famiglia di modeste condizioni. Si ritrovò orfano di padre in giovane età e riuscì a laurearsi in Lettere nel 1874 nell’allora Accademia scientifico-letteraria di Milano, poi divenuta l’Università degli studi di Milano. Frequentò il mondo letterario milanese dominato dalla Scapigliatura. Operò attivamente anche nelle istituzioni caritative cittadine, e un’eco di questa sua esperienza si riscontra in alcuni dei suoi romanzi. Fedele agli insegnamenti di Manzoni, si tenne a distanza dalle esasperazioni naturalistiche, spinto dal suo credo cristiano ad una vita equilibrata e al rigore morale. Fondatore della rivista La vita nuova si dimette alla fusione con la rivista radicale Il preludio poiché riteneva inconciliabili i due punti di vista.

Il cappello del prete - Luigi Vannucchi
Luigi Vannucchi nella sua interpretazione dello sceneggiato del 1970 tratto da Il cappello del prete.

Meno conosciuta è la sua attività di traduttore: tra il 1885 e il 1886 la casa editrice Sonzogno pubblicò a dispense la sua traduzione in versi delle Favole di Jean de La Fontaine, con le illustrazioni di Gustave Doré, ancora oggi utilizzata dalle edizioni più note.

Le vicende personali, come la morte di una figlia quindicenne, influirono sui suoi scritti. Inoltre ci piace sottolineare che volle pubblicare i propri romanzi sui quotidiani perché, rifacendosi al Manzoni, attribuiva alla letteratura una funzione educativa.

Morì a Milano il 6 febbraio 1901 ed è sepolto nel cimitero di Paderno Dugnano.

Nonostante le numerose edizioni, la trasposizione cinematografica del 1944 per la regia di Ferdinando Maria Poggioli e l’adattamento televisivo in una serie di tre episodi del 1970 diretta da Sandro Bolchi e interpretata da Luigi Vannucchi, Il cappello del prete rimane purtroppo un romanzo pressoché sconosciuto al grande pubblico.

Il cappello del prete - Copertina

IL CAPPELLO DEL PRETE

Emilio De Marchi
Edizioni BUR

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