Il caso Simenon – Primo dossier

Georges Simenon nella recensione di Gilda Bicêtre

Il posto che Georges Simenon occupa nella prosa del Novecento è, a dir poco, singolare.

Negli anni in cui scriveva, infatti, la Francia poteva vantare moltissime correnti letterarie la cui vitalità prorompente travalicava il confine della scrittura, contaminando molte altre forme espressive. Pensiamo al cinema, al teatro, agli chansonnier.

Erano gli anni dell’esistenzialismo, del surrealismo, del dadaismo, dell’école du regard.

Lo stile di Simenon, invece, resta molto ancorato a modelli assolutamente classici.

Una scrittura semplice, priva d’avverbi e avara d’aggettivi, racconta storie che si sviluppano seguendo un filo temporale assolutamente lineare: un inizio, uno svolgimento e una fine.

Le atmosfere descritte sono figlie d’un più che datato verismo, sfiorato, molto spesso, da elementi romantici altrettanto sperimentati.

Arnoldo Mondadori - Georges Simenon - Gino Cervi
Gino Cervi, Georges Simenon e Arnoldo Mondadori

La voce dicente, eletta a raccontare, non s’imparenta con alcuna innovazione o sperimentalismo. Il narratore ha il polso della situazione, conosce le azioni, passate e presenti, dei personaggi, sa cosa pensa e come la storia terminerà.

Eppure gli elogi che il Nostro riceveva da blasonatissimi colleghi erano, a dir poco, entusiastici.

Max Jacob, Henry Miller, il premio Nobel Francois Mauriac, Paul Morand, insieme a moltissimi altri, esprimevano lodi ammirate per i lavori di Simenon.

In un articolo il filosofo Gilles Deleuze affermò:

Non sappiamo molto bene cosa potrebbe essere Simenon senza la letteratura, ma possiamo misurare perfettamente, alla luce del suo lavoro, ciò che la letteratura del novecento sarebbe senza Simenon. Si parlerebbe d’un albero e del suo tronco: un insieme inseparabile, una prova. Sradicate uno e l’altro sarà un orfano.

Incredibilmente eterogeneo era, ed è, il suo vastissimo pubblico.

Molti ammiratori, spesso fanatici, possono annoverarsi sia tra i lettori “ingenui”, dediti a consumare romanzi d’evasione, sia tra più raffinati intellettuali, sempre in cerca, nella pagina scritta, di supremi ideali, vuoi formali vuoi contenutistici.

A Simenon, però, non mancavano di certo severissimi denigratori. Jean Paul Sarte, tanto per citare un esempio tra i più prestigiosi, lo detestava.

Ciò, unito a un immenso successo commerciale, faceva di Simenon un’entità sospetta e non totalmente accolta dall’intelligentia francese.

Ricordo anche che, quando, pochi anni fa, la Plèiade, decise d’inaugurare un’elegante raccolta a lui dedicata, molti intellettuali non si mostrarono particolarmente entusiasti.

Simenon, insomma, ancor oggi si trova, non sicuramente per chi vi sta scrivendo, in uno status incerto tra i grandi romanzieri del novecento.

A dispetto di ciò, ha resistito al tempo e alla tecnologia. Si sono tratti grandi film dai suoi libri, poi, con l’avvento della televisione, siamo passati agli sceneggiati. Oggi non si contano i siti internet a lui dedicati.

Georges Simenon e André Gide

Come spiegare questo fascino ipnotico che Simenon esercita su lettori di ogni estrazione socio-culturale e di qualsiasi età?

Probabilmente il motivo va rintracciato nell’ammirazione che un altro grande protagonista della cultura Francese nutriva nei confronti dello scrittore Belga: André Gide.

Famoso è l’epistolario tra i due Caro Maestro, Caro Simenon.

Gide gli scrive:

[…] Ho appena letto uno dopo l’altro nove dei suoi libri […] ho ritirato fuori Il Pazzo di Bergerac e Al convegno dei Terranova che ancora non conoscevo […]. I libri mi hanno colpito notevolmente […] ho finito proprio ieri sera Il cavallo bianco di cui, poco fa, ho letto ad alta voce una serie di pagine a Jean Schlumberger e poi a Roger Martin du Gard…

Ancora:

Lei avrebbe certo riso a vederci, nella stessa stanza, immersi nella lettura […] Jean Lambert, mio genero, leggeva Il grande male; Catherine, mia figlia, Il Borgomastro di Furnes e io… in quindici giorni ho riletto dodici dei suoi primi libri.

Gide non si limita a complimentarsi a con Simenon soltanto in privato, ma ne scrive nei suoi articoli:

ho appena divorato, uno di seguito all’altro, otto libri di Simenon al ritmo di uno al giorno (una seconda lettura per Il Cargo, Gli Intrusi e Il viaggiatore di terza classe).

La protezione di Gide contribuì non poco a fare pulizia di luoghi comuni, invidie, antipatie.

Ecco una frase per tutte, scritta nel ’45 da Gide in merito a La vedova Couderec (1940) :

… c’è una straordinaria somiglianza con Lo straniero di Camus (1942), di cui si è tanto parlato, ma va molto più lontano, pur senza averne l’aria, quasi inavvertitamente, il che, come sappiamo, rappresenta la massima dimostrazione dell’arte.

Abbiamo dunque uno scrittore, un premio Nobel, aduso a sperimentare e a far proprie le più varie correnti letterarie, che letteralmente osanna la “semplicità” di Simenon.

I due non hanno apparentemente nulla in comune.

Apparentemente.

Non a caso abbiamo voluto inaugurare la nostra sezione “classici” con L’immoralista di André Gide giacché è proprio in quest’opera che, come farebbe Maigret, si potrebbe rintracciare l’ingranaggio fondamentale con cui Simenon anima i suoi romanzi.

L’immoralista, Michel, così come abbiamo detto, è un giovane e brillante studioso di storia antica, molto ben inserito nella macchina sociale. È quel che si direbbe un uomo perbene. Si dedica con diligenza al suo lavoro e scrupolosamente osserva i precetti che il consesso umano impone. All’improvviso una grave malattia lo colpisce e sperimenta, così, quell’estremo limite posto alle soglie della morte. Riacquistata la salute, scopre un’esistenza che si svolge in una dimensione ove vengono rinnegati tutti quei principi da lui, fino ad allora, ritenuti sacri. L’immoralista rinnega totalmente la propria identità, plasmata su un’esistenza che, comunque, conteneva la propria fine.

Non per caso, il padre di Maigret, afferma:

Un personaggio di un romanzo può essere chiunque s’incontri per strada, ma che è arrivato alla fine di se stesso.

I personaggi di Simenon, appunto, in una maniera o nell’altra, ricalcano quasi sempre le orme di Michel.

Sono tutti individui in cui qualcosa, spesso una piccola cosa, si spezza per sempre e che rende la loro vita completamente diversa da come la conoscevano. Similmente all’Immoralista rinnegano ogni cosa e, come costui, talvolta, producono, in quest’abiura, il Male.

Male che Simenon propone in tutte le sue sfaccettature: misfatti commessi come pure azioni criminali, omicidi che sono, invece, massimi gesti di ribellione e, per finire, delitti tesi a rappresentare estremi atti d’egoismo, laddove l’egoista è chi non prende in considerazione alcuna gli egoismi degli altri.

La provincia francese e quella dei Paesi Bassi è il teatro che, per lo più, vede muovere i personaggi del grande autore Belga.

Oscuri e miseri borghi dove la neve è sempre sporca o villaggi, sul mare normanno, i cui porti appartengono alla nebbia. Spesso il sipario s’apre sull’apparente serenità di cittadine raccolte intorno a un’unica, ordinatissima piazza o su quelle che furono ricche dimore, circondate da possedimenti sterminati e, ormai, incolti.

Vedremo, nel periodo americano dello scrittore, anche le luci di Manhattan e la desolata provincia statunitense.

Georges Simenon - André Gide - Sans trop de pudeur
Georges Simenon, André Gide – Sans trop de pudeur (Correspondance 1938 – 1950)

L’intera umanità s’aggira su questi palcoscenici: conturbanti femmes fatales, grigi impiegati, marinai sdentati, prostitute simili a quelle immaginate da Lautrec, scioperati Bohemien.

Tutta gente in cui il Male sembra essere entrato di prepotenza.

Quel Male che spesso è solo apparentemente violenza sull’altro, ma proprio come ne L’immoralista di André Gide, è la conseguenza d’una rabbia contro la nostra stessa identità che tentiamo d’uccidere.

Questo Danno, infatti, non sempre si esprime con un omicidio o con un suicidio, ma anche, quando non contestualmente, con una totale e desolata solitudine, sempre derivante, però, da quel crollo di principi, convenzioni e regole, dichiaratamente fittizie, usate come collante per unire gli uomini tra loro.

Così dichiara, in una vecchia intervista, Simenon:

Non sono una persona che vorrei incontrare. Da qui questo bisogno regolare di fuggire da me stesso per assumere, nel momento in cui scrivo, le personalità di altri personaggi di tutte le età, i sessi e le condizioni.

Quest’affermazione, ben lungi dall’essere una semplice battuta, ci introduce al rapporto morboso, ossessivo e compulsivo che Simenon aveva con la scrittura. A dimostrarlo la sua sterminata produzione. Dalla sua penna sono nati infatti ben 400 volumi, tanto che vien da chiedersi quando trovasse il tempo per dormire e nutrirsi.

I suoi romanzi, quasi sempre, sono composti da undici capitoli, scritti in soli undici giorni. Come mai tal numero in così poco tempo? Perché è il massimo che Simenon riesce a sopportare cambiando pelle.

Questa necessità di vestire panni altrui è per lui una condizione che si pone a fondamento della sua salute.

Dirà a Gide:

Sicuramente non posso vivere senza romanzi. Mi sbilancia. Anche fisicamente. E soprattutto mi dà un’impressione scoraggiante di vuoto e inutilità.

Ciò che molta critica gli rimproverava era la sua mancata produzione d’un romanzo lungo e polifonico, dove si tratteggiasse la psicologia di più personaggi in armoniosa interazione tra loro. Questo, tuttavia, era anche il cruccio dello stesso Simenon che cosi andrà a sfogarsi col suo amato Maestro:

Quando arriva questo “stato di grazia”, devo “neutralizzare”, “dimenticare tutto su me”, per essere in grado di trovare, improvvisamente, “nella confusione della memoria, il personaggio che mi interesserà. Questo stato mentale richiede una sorta di obnubilazione ostinata, piena e non può durare a lungo. Da qui l’impossibilità di scrivere un lungo romanzo.

Non certamente l’unica ossessione di Simenon fu la scrittura. Rapporti conflittuali lo univano a molte delle persone a lui vicine, soprattutto quelli riguardanti le figure femminili della sua vita. Una madre assente, il rapporto morboso con la figlia morta suicida, le tante prostitute che era solito frequentare.

Tra le pagine di Simenon, nascosta tra i suoi mille personaggi, ve n’è uno che, volente o nolente, riaffiora a più riprese: proprio sua madre Henriette. Una donna che l’autore percepì, per tutta la vita, come un’estranea.

Significativo è il brano estratto da Lettera a mia madre, stralcio biografico redatto dall’autore alla fine della sua carriera:

Siamo in due a guardarci l’un l’altro: mi hai partorito, sono uscito dal tuo seno, mi hai dato il mio primo latte eppure non ti conosco più di quanto tu non conosca me.

Siamo, nella tua stanza d’ospedale, come due estranei che non parlano la stessa lingua […] e che non si fidano.

Tuttavia, credici, è per cancellare le false idee che avrei potuto avere su di te, per penetrare la verità del tuo essere e per amarti, che ti osservo, che raccolgo frammenti di ricordi.

Finalmente la madre smette di essere un personaggio.

E Simenon di essere uno scrittore.

È da questo momento, infatti, che il grande autore Belga smetterà di scrivere romanzi.

Non sapremo mai se è un caso.

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