Il caso Simenon – Simenon in America

Tre camere a Manhattan nella recensione di Gilda Bicêtre

Georges Simenon visse dieci anni negli stati Uniti. Dal 1945 al 1955. Non si fermò mai a lungo nello stesso luogo, ma viaggiò per tutto il Paese spostandosi in continuazione. Molte leggende hanno circondato la figura dell’autore Belga in questa sua trasferta, vedendone una vera e propria fuga dalla Francia. Il Comitato di Liberazione, infatti, accusò Simenon non proprio di collaborazionismo col governo Petain, ma di una certa vicinanza. Questo perché lo scrittore aveva rapporti con la casa cinematografica tedesca Continental. Un po’ debole come capo d’accusa. Infatti, mai alcun verdetto fu emesso da una qualche Istituzione. Inoltre Simenon aveva, prima della guerra, manifestato il desiderio di soggiornare negli Stati Uniti. Una prima volta nel 1935 e una seconda nel 1942.

Simenon e Denyse
Georges Simenon e Denyse Ouimet

Dalla biografia di Michel Carly si evince, dunque, quanto le chiacchiere su Simenon simpatizzante di Petain siano del tutto infondate.

Una volta giunto su suolo americano, comunque, lo scrittore ebbe l’esigenza d’assumere una segretaria bilingue.

È così che conobbe Denise Ouimet, la sua seconda moglie.

Lei 25 anni, lui 40.

Fu un colpo di fulmine.

Una passione travolgente, anche se costellata da tinte fosche e, a tratti, morbose.

Denise e Georges vorticarono letteralmente in una sessualità sfrenata che portò la donna ad accompagnare suo marito presso i bordelli Newyorkesi, prendendo anche lei parte ad alcune performance erotiche.

TRE CAMERE A MANHATTAN

 

Non è nello stile di chi vi sta scrivendo perdersi in chiacchiere sulla vita privata degli scrittori che legge. In questo caso, tuttavia, è necessario per meglio illustrare il romanzo proposto: Tre camere a Manhattan.

L’opera, infatti, descrive il primo incontro avvenuto tra Simenon e Denise.

Scrissi il romanzo a caldo. E’ uno dei rari romanzi che ho scritto a caldo e questo mi fece un po’ paura…

Così, dirà l’autore.

Tre camere a Manhattan viene editato non più da Gallimard, ma da quella che sarà la casa editrice di Simenon fino al suo ultimo libro: Presses de La Cité.

Un romanzo che segna, così, sotto molti aspetti, un punto di svolta nella carriera dello scrittore.

I protagonisti della storia, infatti, ricominciano due vite da zero.

Lui, François, è un attore, piuttosto noto in Francia, che, dopo essere stato lasciato da sua moglie, tenta di realizzare il grande sogno del cinema Americano.

Simenon - Tre camere a Manhattan - Locandina
La locandina di “Tre camere a Manhattan” di Marcel Carné

Lei, Kay, una fragile donna dai molti amanti. Beve molto, fuma di più e sembra sempre mentire, o quantomeno esagerare, nel raccontare la propria vita, un tempo decisamente migliore.

Lui Francese, lei Viennese incarnano perfettamente le figure degli stranieri che riescono a guardare con distacco l’immensa frenesia di New York.

Dal libro, Marcel Carné ne trasse, nel 1965, un poetico film, dove Annie Girardot impersonava Kay.

Ricordo che, quando lessi per la prima volta il romanzo, pensai: beh…non tutte le ciambelle escono col buco.

Anni dopo, però, conosciuto meglio l’autore, la sua biografia ed essendomi affezionato a questa strana figura di scrittore compulsivo, ho accolto l’opera in questione come un’intima confidenza che Simenon elargì al suo pubblico.

Così, mi sono lasciato trascinare nel turbine della folle passione che travolge i due protagonisti.

Fiumi di Whiskey scorrono tra le pagine del libro, sempre avvolte dalla nebbia di mille sigarette, una nebbia spesso confusa con quel vapore improvviso che, dalle grate sui marciapiedi, investe i passanti e, se si è fortunati, solleva i vestiti di Marilyn Monroe.

Punte di parossistica gelosia s’impossessano dell’uomo che, proprio come accadde a Georges nella vita reale, lo conducono a incessanti interrogatori sulle passate storie d’amore avute dalla donna. Un’ossessione che sfocia, addirittura, in quella violenza fisica fatta non soltanto di sberle, ma trasferita anche in brutali atti sessuali.

Dietro tutto ciò si nasconde il terrore che i due “profughi” provano alla prospettiva di ricadere nella loro disperata solitudine.

Perché loro, proprio come direbbe Simenon, sono due esseri giunti alla fine di se stessi.

Camminano entrambi sull’orlo d’un pericoloso abisso esistenziale. Ogni passo potrebbe essere quello fatale.

François o farà il grande salto che lo condurrà alla ribalta di Hollywood o getterà via tutta la fama fino ad allora acquisita in patria.

Kay è ridotta sul lastrico e alla deriva in una vita senza più appigli.

Intorno a loro ruotano squallide figure d’impresari, faccendieri, direttori artistici di discutibile moralità.

Qualche marinaio disperato e grigi portieri d’albergo ben rappresentano il futuro che potrebbe attendere i due amanti.

Il romanzo inizia con il loro incontro, assolutamente casuale, in un piccolo locale immerso nella notte di Manatthan.

Impossibile non rivedere il celeberrimo bar di Hopper.

Lo stile di Simenon “americano” sembra spesso essere la trasposizione in parole dei dipinti partoriti dal pittore statunitense.

Tutto quello che si vedeva nelle vetrine aveva un aspetto triste. E i manichini, di legno o di cera, protendevano le mani troppo rosee in gesti di inammissibile arresa.

Mi pare sia evidente come quest’immagine, di disperato immobilismo, affratelli Simenon a Hopper.

Sorprende, soprattutto, in brani come quello citato, un lirismo estraneo allo stile caratteristico dell’autore.

Se si aggiunge il fatto che in quest’opera mai appare il “male”, in alcuna sua forma, possiamo ben dire d’essere al cospetto del più atipico tra i romanzi di Simenon e, proprio per questo, degno d’essere indagato con particolare interesse.

È opportuno, forse, eleggere Tre camere a Manhattan romanzo manifesto del Simenon d’oltre oceano.

A volte, sembra proprio che i personaggi di questa storia si declinino nei protagonisti delle altre 24 opere ambientate, per lo più, nella provincia statunitense.

L’OROLOGIAIO DI EVERTON

 

È questo il caso, per esempio, de L’orologiaio di Everton.

François (Georges Simenon) e Kay (Denise Ouimet) potrebbero essere, infatti, benissimo i due attori principali di quest’opera, caratterizzata da un’incredibile raffinatezza psicologica.

Potrebbero esserlo se fossero stati molto più giovani e destinati, per una serie d’incidenti voluti dal fato, al delitto.

Il romanzo fu scritto nel 1954, lo stesso anno in cui nelle sale si proiettava Gioventù bruciata.

I fatti si svolgono, stavolta, in una piccola cittadina dello Stato di New York, in quei contesti provinciali tanto cari a Simenon.

Hopper pare accompagnarlo anche qui.

Simenon - L'orologiaio di Saint Paul
Philippe Noiret in una scena di “L’orologiaio di Saint-Paul

Le sue pennellate, infatti, sprigionano quel silenzio che fa da colonna sonora all’intera vicenda.

Dave Galloway, proprietario d’una bottega dove ripara orologi, è stato abbandonato dalla moglie Ruth quando suo figlio, Ben, aveva soltanto sei mesi.

L’orologiaio cresce con amore il bambino e tutto sembra filare liscio fino a che suo figlio, appena sedicenne, fugge con la fidanzata poco più giovane di lui.

I due ragazzi, inaspettatamente, commettono un efferato delitto.

L’esistenza dell’orologiaio s’inceppa e il tempo, di colpo, smette d’essere scandito dal ticchettio di quell’esasperante quotidianità che regola la vita del protagonista.

La saracinesca del suo laboratorio resta serrata, alcuni concittadini iniziano a lanciarli sguardi sospettosi, mentre altri parrebbero soltanto commiserarlo.

Cessano le sue partite a Jacquet che, all’imbrunire, si svolgono placide mentre, in lontananza, arrivano le urla attutite della squadra di baseball locale.

Suo unico compagno di gioco è il burbero e fin troppo silente Musak, che sembra rappresentare l’anaffettività in persona. Sarà invece proprio costui a restargli accanto con commovente abnegazione, ad accompagnarlo, almeno spiritualmente, nel lungo peregrinare tra avvocati, poliziotti, tribunali.

Ben presto, però, l’orologiaio si rende conto che quel crimine è la prosecuzione d’un atto di ribellione che progressivamente cresce tra le generazioni maschili della sua famiglia.

Il padre di Dave, cui lui era affezionatissimo, si concesse una scappatella extraconiugale che la moglie, la Signora Lane, gli rinfacciò per tutta la vita e non a causa d’una giustificata gelosia, dettata dall’amore tradito, ma per una sorta di ricatto morale avente come fine ultimo il dominio sulla famiglia.

Alla morte del marito, questa madre, si mostrerà molto simile a Ruth, risposandosi e negando il suo affetto tanto a Dave quanto al nipote.

L’atto dell’orologiaio, tuttavia, fu più violento di quello commesso da suo padre.

Sposò infatti Ruth, una donna volgare, dai molti amanti e dai costumi, a dir poco, dubbi. Un essere, insomma, molto lontano dall’educazione che Dave, di famiglia un tempo benestante e perbene, aveva ricevuto.

La sposò sapendo benissimo che un giorno Ruth lo avrebbe lasciato.

Si unì a lei Proprio per come era e, se ne avesse trovata una di quelle che battono il marciapiede, probabilmente sarebbe stato ancora meglio Era una sfida lanciata non sapeva bene a chi o a che cosa, al mondo […] a tutti i Lane della terra.

Nell’estremo crimine commesso da Ben, Dave vede il compimento finale della ribellione, al mondo e alle sue regole sociali, che gli uomini della famiglia Galloway si tramandano di padre in figlio.

Genitore e generato si congiungono indissolubilmente in quell’atto di dissenso travestito da Male.

L’orologiaio di Everton ha il diritto di inserirsi in tutto quel grande filone della letteratura che indaga il rapporto, troppo spesso complesso e contraddittorio, tra padre e figlio.

Senza tralasciare le figure materne che si ripetono identiche a se stesse:

La genitrice di Ben fa perdere le sue tracce esattamente come fa quella di Dave ed è bene notare quanto, sotto quest’aspetto, forte si faccia sentire la biografia di Simenon che percepì sempre, come già detto nell’articolo precedente, sua madre al pari di un’estranea.

Non dimentichiamo neppure che anche la Kay di Tre camere a Manhattan assume lo stesso atteggiamento, seppur con altra drammaticità, nei confronti della sua bambina.

Anche da questo romanzo fu tratto un film, L’orologiaio di Saint-Paul, una bella pellicola, anche se non fedelissima al libro, per la regia di Bertrand Tavernier e con Philippe Noiret.

MAIGRET A NEW YORK

 

Oltreoceano lo scrittore Belga era conosciuto come autore di polizieschi e la cosa, giustamente, lo infastidiva.

Così uno dei progetti che Georges Simenon, giunto a negli stati uniti, si prefiggeva di realizzare era abbandonare per sempre Maigret.

Non ci riuscì.

Per fortuna.

Sempre Michel Carly, ci racconta come Simenon stesso abbia analizzato questa sua impossibilità nel lasciar andare la figura del celeberrimo Commissario.

Anche se a capirlo non ci vuole molto.

È una pausa per rigenerarsi tra un romanzo impegnato e l’altro.

È un porto sicuro non soltanto per il lettore, ma, forse, soprattutto per l’autore.

Il Commissario della Suretè francese si reca, in Maigret a New York, addirittura su suolo Americano, per trovarsi coinvolto in un’oscura vicenda che, ancora una volta, riguarda un tragico rapporto tra padre e figlio. Per evitare spoiler dirò soltanto che qui i ruoli, rispetto a L’orologiaio di Everton, sono ribaltati. Ovviamente non manca la figura della madre in cui è impossibile non scorgere quella di Kay di Tre camere a Manhattan, una Kay soltanto più sfortunata giacché il destino volle farle incontrare un uomo la cui gelosia superò ogni limite.

Nella grande mela Maigret incontrerà tutta quell’umanità cara al cinema americano degli anni ’50. Gangster di origine siciliana, giornalisti prezzolati, sinuose fanciulle su tacchi a spillo e, non ultimi, fidati amici all’interno della FBI.

Anche François, il co-protagonista di Tre camere a Manhattan, è presente in questo romanzo. Lui , noto attore francese in cerca di fortuna nella scintillante New York, appartiene a quello stesso mondo dello spettacolo in cui si svolge buona parte del poliziesco in questione. Certo è un genere di intrattenimento un po’ diverso, trattandosi per lo più di cabaret se non, addirittura, di spettacoli circensi. Il punto tuttavia è proprio questo: quel François ben avrebbe potuto rendersi credibile personaggio in quest’universo parallelo di saltimbanchi. Il messaggio di Simenon è evidente: ciò che divide un destino da un altro è appena un soffio.

Maigret a New York, è il caso di dire, scivola via come l’olio e, spesso, ci sorprenderemo a sorridere per lo sguardo di disapprovazione che il commissario rivolge alla Metropoli Statunitense: il Whiskey non fa per lui, i palazzi sono decisamente troppo alti, lo infastidisce l’esagerata opulenza di certi luoghi e disapprova i metodi della polizia locale.

Malgrado questi brani, dove l’ironia è protagonista, il racconto procede torbido.

La coscienza del commissario viene sconvolta da un omicidio di cui è involontariamente responsabile, un misterioso rapimento ci accompagna fino al termine del romanzo per assistere, come sempre, al trionfo della tipica filosofia di Maigret secondo cui non esistono colpevoli, ma solo vittime.

È questo un tratto che caratterizza profondamente il poliziotto partorito dalla fantasia di Simenon e di cui parlerò in un piccolo articolo a lui prossimamente dedicato.

Tre camere a Manhattan - copertina

TRE CAMERE A MANHATTAN

Georges Simenon
Edizioni Adelphi

L'orologiaio di Everton - copertina

L’OROLOGIAIO DI EVERTON

Georges Simenon
Edizioni Adelphi

Maigret a New York - copertina

MAIGRET A NEW YORK

Georges Simenon
Edizioni Adelphi

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