Il Grande Gioco

Il grande gioco

Consigliare un saggio, oltretutto di natura storica, non è un’operazione delle più semplici, può, infatti, rappresentare, spesso, una strada impervia, lastricata di insidie, dove il fallimento è dietro l’angolo.

Ma nel caso del Il Grande Gioco, di Peter Hopkirk, il rischio di sbagliare è pressoché inesistente, visto che si tratta di un libro bellissimo, tutto da leggere, uno di quei saggi che appaiono in tutto e per tutto dei romanzi, per la forza narrativa, per la trascinante capacità di rapire il lettore.

Al centro del libro dello storico e giornalista inglese c’è una porzione di mondo che, ancora oggi, è strategicamente di primario interesse, fucina di scontri e confronti, di guerre e difficili tregue, teatro di lunghe e complesse trattative di pace.

Molta della nostra storia recente, infatti, passa inevitabilmente per le sconfinate steppe dell’Asia centrale, per le impervie montagne dell’Afghanistan, per le antiche terre iraniane, un percorso storico che parte da lontano, lontanissimo, perché gli appetiti umani su questa fetta di mondo sono sempre stati famelici, a cambiare, semmai, sono stati solo i commensali.

Il grande gioco - Peter Hopkirk
L’autore Peter Hopkirk

Il viaggio di Hopkirk comincia diversi secoli fa, da un proverbio Russo che nella sua icasticità dice molto più di tante parole: gratta un russo e troverai un tartaro.

Dietro quel tartaro, tranquilli non siamo passati a una recensione di uno studio dentistico, si nascondono i temibilissimi mongoli, altro nome dei tartari, popolazioni bellicose che piombavano sul nemico con la rapidità di un tornado, con la potenza di un terremoto.

Furono questi eserciti, per primi, a fare man bassa di quegli stessi territori che ancora oggi, a distanza di diversi secoli, sono al centro dell’attenzione mediatica e diplomatica di molti.

Il pericolo giallo, quello legato alla spaventosa tempesta mongola, «si scatenò sul mondo nel 1206 a opera di un genio militare analfabeta di nome Temujin, in origine oscuro capo di una piccola tribù ma in breve destinato a eclissare, col nome di Genghiz khan, la fama di Alessandro Magno.»

Al culmine della sua espansione l’impero mongolo abbracciava un territorio che andava dalla costa del Pacifico alla frontiera polacca, comprendendo l’intera Cina, la Persia, l’Afghanistan, l’odierna Asia centrale, parti dell’India settentrionale e del Caucaso «e, cosa di particolare importanza per la nostra storia, vasti tratti della Russia e della Siberia.»

Questa premessa, ll Grande Gioco, infatti, racconta il serrato scontro che interessò russi e inglesi per buona parte dell’Ottocento in questa porzione di mondo, è del tutto necessaria.

Senza questo prequel non si capirebbe quel turbinio di azioni e interessi che fecero di quelle terre il teatro del confronto fra due delle più grandi potenze europee e di fatto mondiali, durante il XIX secolo.

Ecco come Hopkirk racconta l’origine dell’interesse russo per quella parte di mondo che molto tempo prima era stata battuta dagli zoccoli dei cavalli mandati all’attacco dai terribili mongoli.

Tutto ebbe inizio nei primi anni dell’Ottocento, quando le truppe russe cominciarono a spingersi a sud attraverso il Caucaso, allora abitato da feroci tribù musulmane e cristiane, in direzione della Persia settentrionale. Sul principio, questa avanzata, come la grande marcia russa a est di due secoli prima attraverso la Siberia, non sembrò minacciare gravemente gli interessi britannici.

Ma si trattava di un grande abbaglio.

Ben presto, infatti, gli appetiti russi destarono la preoccupazione degli inglesi, specialmente quando iniziò a profilarsi la possibilità che Napoleone Bonaparte «imbaldanzito dalle vittorie in Europa» potesse allearsi con lo zar Alessandro I con l’obiettivo di invadere insieme l’India, strappandola, così, alla dominazione inglese.

D’altra parte, come scrive Hopkirk, a Londra e a Calcutta, non era certo un segreto l’interesse di Napoleone per l’India, desiderio legato non solo a mere questioni geopolitiche ma anche alla voglia «di vendicare le umilianti sconfitte subite in passato dai suoi compatrioti per mano inglese nella lotta per il possesso di quella regione.»

Quella spuria coalizione fra lo zar e l’imperatore francese, alla fine, per la gioia degli inglesi e non solo, alla fine non si fece; anzi da potenziali alleati Alessandro I e Napoleone divennero grandi nemici e nel gelo delle sconfinate steppe russe iniziò l’inarrestabile e rapido declino dell’astro napoleonico che tramonterà, del tutto, il 5 maggio 1821, nella sperduta isola di Sant’Elena, per la gioia degli inglesi e di tutti gli avversari di Napoleone.

Ma l’interesse su quella regione non terminò certo con la sconfitta del generale corso, anzi si accrebbe e qui il racconto di Hopkirk entra, davvero, nel vivo.

Il Grande Gioco suggestivo titolo che Hopkirk prende in prestito dallo scrittore Rudyard Kipling che, però, non fu il primo ideatore, anche se lo utilizzò, rendendolo immortale, nel suo romanzo Kim.

Il grande gioco
ArthurConolly in un acquerello del 1840 circa.

A coniarlo, infatti, non fu il papà di romanzi celebri quali Il libro della giungla o Capitani coraggiosi, bensì un oscuro militare, il capitano Arthur Conolly che insieme al colonnello Charles Stoddart, fu giustiziato, a più di seimila chilometri da casa, nella città centroasiatica di Buchara, per essersi cacciato, al pari del suo superiore, in un gioco oltremodo pericoloso, Il Grande Gioco, per l’appunto.

I due, infatti, come racconta Hopkirk, furono solo due dei tanti tra ufficiali ed esploratori, britannici ma anche russi, in verità, «che per quasi un secolo parteciparono al Grande Gioco e le cui avventure e disavventure formarono il tessuto narrativo del presente libro.»

Un immenso scacchiere su cui presero vita pedine note e altre meno, tutte, però, mosse dall’ingordigia di due grandi potenze, allettate dalla magnificenza ma anche dal mistero di quelle terre lontane e sconfinate.

Tutto questo intreccio, un grande affresco storico, come lo ha definito Sergio Romano, è al centro del libro di Peter Hopkirk, una grande carta geografica stesa a favore del lettore che si renderà conto, leggendo Il Grande Gioco, di come gli attori principali abbiano nel corso dei secoli cambiato solo il nome mentre le terre contese sono rimaste sempre, fatalmente, le stesse.

Difficile individuare nelle oltre 600 pagine del libro di Hopkirk la parte più interessante ma, se proprio devo indicarne una, allora non posso non menzionare il capitolo intitolato La corsa ferroviaria all’Est, dove fra binari e locomotive sbuffanti si ripercorre la storia dei trasporti inglesi e russi in quelle lontane terre, un viaggio lento e sferragliate sulle orme, anche, della mitica Transiberiana.

Potrei andare avanti ancora per molto ma il crepuscolo annuncia la fine della storia.

Se, tuttavia, non vi ho convinto a leggere Il Grande Gioco di Peter Hopkirk, edito, in Italia, per i tipi di Adelphi, faccio affidamento a “un tale” Umberto Eco che a proposito di questo avvincente saggio, qualche anno fa, ebbe a dire:

Una delle letture più appassionanti… Non bisogna lasciarsi spaventare dal fatto che siano oltre 600 pagine. Non dirò che lo si legge di un fiato, ma lo si centellina per sere e sere come se fosse un grande romanzo d’avventure, popolato di straordinari personaggi storicamente esistiti e di cui non sapevamo nulla.

Vi basta?

Credo di sì.

Buona lettura e soprattutto buon viaggio!

Il grande gioco - Copertina

IL GRANDE GIOCO

Peter Hopkirk
Adelphi Edizioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *