Il grande orologio

Il grande orologio

Kenneth Fearing (28 Luglio 1902 – 26 giugno 1961) nacque a Oak Park, nell’Illinois, da un’agiata famiglia.

Studiò prima presso l’Università dell’Illinois poi in quella del Wisconsin dove divenne redattore della rivista letteraria della scuola. uno studente, di tre anni più vecchio di lui, dirigeva il giornale: Ernest Hemingway.

Più tardi Fearing ne prese il posto, ma fu costretto a dimettersi sia per aver abbracciato la corrente modernista sia a causa di certo materiale controverso.

Si congedò dall’Ateneo senza aver terminato gli studi.

Nel 1938, però, quella stessa Università gli conferì la laurea in absentia, probabilmente per omaggiarne la fama.

Nel 1924 si trasferì a Chicago, per intraprendere la carriera giornalistica, quindi a New York, dove lavorò come editor e redattore. A volte, come molti scrittori dell’epoca, si dedicò anche alla stesura di discorsi per uomini politici. Nel suo caso esponenti della sinistra, essendo egli un simpatizzante socialista. Realizzò i suoi migliori guadagni, però, come scrittore di romanzi d’appendice da quattro soldi che, a volte, sfociavano nel porno. Tormentato dall’alcolismo, che mandò a monte ben due suoi matrimoni, non riusciva proprio a tenersi un lavoro e per un lungo periodo visse grazie a un assegno mensile che gli inviava sua madre, non sufficiente, comunque, per mantenere la famiglia. Finalmente, sul finire degli anni ’30, la fondazione Guggenheim gli assegnò due cospicue borse di studio, per l’attività svolta come poeta.

Perché questo era innanzitutto Fearing: un grande Poeta.

Tanto che anche l’American Academy of Art and Letters ne riconobbe il pregio, sostenendolo economicamente.

Kenneth Fearing opera nell’America della grande depressione e la sua poesia si occupa d’una società moralmente fallita, sfinita dalle manovre economiche e politiche necessarie per sostenere l’ideale americano dell’andare eroicamente avanti.

Il grande orologio - Complete Poemes by Kenneth Fearing
L’autore Kenneth Fearing sulla copertina della raccolta di poesie Complete Poemes edita dalla National Poetry Foundation.

Le sue liriche, esattamente come ne Il grande orologio, il romanzo che qui proponiamo, hanno come tema centrale l’immenso ingranaggio degli ideali del consumismo e della produzione che tra le sue ruote dentate stritola le classi sociali meno abbienti, cosa che lo farà etichettare, dalla gran parte dei critici, come rappresentate del movimento di poesia proletaria Americana.

Per nulla lirica, la sua lingua prende in prestito le frasi urlate dalle pubblicità, dai titoli di giornale, dal gergo della strada.

Queste scelte estetiche e contenutistiche gli dettero parecchio filo da torcere con il governo Statunitense, tanto che nel 1950 fu convocato di fronte a una commissione di inchiesta. Alla domanda del Procuratore “Lei è un membro del Partito Comunista?” il Poeta rispose: “Non ancora.”

Freddura che, in pieno Maccartismo, certamente non giovò alla sua carriera.

C’è da dire che, altrove, Fearing dichiarò di non riuscire a comprendere come si potesse aderire a una qualsiasi ideologia politica e che, da un certo punto in poi, si ritirò tanto da complessi esperimenti stilistici quanto da quegli impegni sociali protagonisti indiscussi nella prima parte della sua carriera.

Le opere complete del Nostro furono pubblicate nel 1994 dalla National Poetry Foundation.

 

IL GRANDE OROLOGIO

 

Pur avendo raggiunto con la poesia rispetto e notorietà, i guadagni di Kenneth Fearing erano sempre piuttosto saltuari e, quindi, per nostra fortuna, decise di cimentarsi anche con la prosa.

Subito dopo il secondo matrimonio, che gli dette un figlio, prese spunto da un fatto di cronaca e scrisse il suo romanzo di maggior successo: Il grande orologio.

Sicuramente è un noir. Di questo genere mantiene il ritmo, la suspense e, ovviamente, l’evento protagonista è un omicidio.

Appare, però, evidente sin da subito, che l’intero impianto serve allo scrittore per veicolare quelle tematiche già tipiche della sua poesia.

Ma veniamo alla trama.

Dopo aver svolto diversi mestieri, tra cui l’investigatore privato, George Stroud inizia a lavorare, presso una potentissima impresa editoriale, come giornalista.

In breve giunge a occupare uno tra i posti più prestigiosi della piramide dirigenziale.

L’azienda stampa riviste che si occupano dei più disparati argomenti: dalla cronaca alla moda, dall’arredamento all’astrologia, dal gossip all’economia.

Il grande orologio
Charlie Chaplin in una scena del famosissimo Tempi moderni, film del 1936.

Con ritmo serrato, e grazie a una perfetta organizzazione, l’esistenza umana viene presentata come fosse null’altro che un’immensa e patinata notizia.

I sentimenti diventano slogan, i pensieri titoli a caratteri più o meno cubitali, i desideri motti pubblicitari.

Tutto viene amplificato e distorto fino a non somigliare in nulla ai problemi reali dell’essere umano.

Anzi: fino a rendere l’essere umano un problema.

Una questione da spremere, ingannare, sfruttare.

I giornalisti, i grafici, i fotografi, le dattilografe si trasformano nelle ruote dentate d’un grande orologio, d’un meccanismo perfetto, che scandisce il tempo della loro intera esistenza come, in questo passo, ben illustra il protagonista:

 

E perché io avrei dovuto partecipare a quel gioco mortale? Cosa mi obbligava?
Newsways, Commerce, Crimeways, Personalities, The Sexes, Fashions, Futureways, tutta l’organizzazione traboccava di frustrati: ex artisti, scienziati, scrittori, esploratori, poeti, avvocati, medici, musicisti, che trascorrevano la vita adattandosi, Ma adattandosi a cosa? A un apparato enorme, senza scopo, che li mandava dagli psicoanalisti, li faceva finire in manicomio, gli faceva venire l’ulcera e la pressione alta, li uccideva con emorragie cerebrali e infarti, a volte li spingeva perfino a suicidarsi.

 

Ogni singolo attore, addetto a muovere i fili dell’ordigno preposto a condizionare le masse, immola la propria identità a quest’infernale macchina, edificando dei se stessi tutti uguali.

Non è, certamente un caso che il protagonista di questo romanzo si chiami George, sua moglie Georgette e sua figlia Georgia.

È impossibile leggendo Il grande orologio non pensare all’alienazione raccontata da Charlie Chaplin nel suo celeberrimo Tempi moderni, peraltro appena dieci anni più vecchio del libro.

Così continua George:

 

Mi ero detto che si trattava soltanto di uno strumento, di una macchina cieca. Ma non mi ero accorto del suo peso e del suo potere. Ero stato un pazzo. La macchina non può essere sfidata. Crea e distrugge, con glaciale impersonalità. Misura la gente come misura il denaro, la crescita degli alberi, la vita delle zanzare e della morale, l’avanzata del tempo. E quando sul grande orologio suona l’ora, non c’è nulla da fare. Quando dice che un uomo ha ragione, ha ragione. E quando lo trova colpevole, è condannato senza appello. La macchina è sorda, oltre che cieca.

 

Una brutta sera, Earl Janoth, il capo supremo dell’organizzazione editoriale, uccide la sua amante. Mentre fugge, nota, nell’ombra, la figura d’un uomo intento a osservarlo.

Non riesce a riconoscerlo, ma è l’unico testimone che potrebbe porlo sulla scena del delitto.

Ne va assolutamente scoperta l’identità.

Anzi, è proprio a quell’individuo cui, abilmente, dovrà essere imputato il crimine.

Si rivolge così al suo fidato collaboratore: George Stroud, appunto.

Brillante, energico e scaltro, egli, come abbiamo detto, era stato anche un detective.

Nessuno più di lui è adatto per rintracciare un uomo.

Il problema, e qui il primo vero grande colpo di scena, è che quell’uomo nell’ombra, quel testimone chiave, era proprio lui: George Stroud.

In pratica, all’ex investigatore privato, si chiede di ritrovare se stesso.

Il grande orologio - Ray Milland e Charles Laughton
Ray Milland e Charles Laughton in una scena del film Il tempo si è fermato (The big clock) del 1948.

Il messaggio sotteso, di socratica memoria, è più che evidente.

George comprende benissimo il gioco che vorrebbe porre in atto Earl Janoth, sa perfettamente che, se “si trovasse“, verrebbe incastrato per omicidio.

Da qui parte il romanzo vero e proprio e inizia quella danza, ad altissima suspense, che si scatena sulle orme d’una rocambolesca caccia all’uomo.

 

Alla raffinatezza della trama fa eco l’eleganza della struttura formale che plasma l’intera opera.

Le voci narranti, infatti, sono ben sette. Ciascuno racconta la vicenda, per quanto ne sa, dal proprio punto di vista, di modo che ogni personaggio conosce della storia meno di chi legge.

Soltanto il fruitore, ascoltando tutte le versioni, ha un quadro esatto della storia.

È questo un patto narrativo particolarmente affascinante: la vicenda per esistere ha bisogno necessariamente di un lettore, cosa che, ancora una volta, schiera Fearing dalla parte del fruitore, di quell’utente così troppe volte ingannato dall’odiato consumismo protagonista, in buona parte, nelle opere di questo geniale scrittore.

Non esiste, dunque, un dicitore ideale, super partes, che ha il polso della situazione e che fa muovere i personaggi come meglio ritiene opportuno per condurci a una verità ultima.

E non potrebbe esistere.

Giacché ogni singolo narratore deve essere soltanto un meccanico elemento di quell’implacabile coscienza collettiva che fa ticchettare il grande orologio.

 

P.S.

Dal grande orologio fu subito tratto un film: Il tempo si è fermato di John Farrow con Ray Milland.

Fearing guadagnò una cifra esorbitante per l’epoca grazie a questa pellicola.

Quel ragazzaccio del nostro Kenneth, però, se la spazzò via in un baleno.

 

Più tardi, l’avvincente romanzo, ispirò altri due film: Police Python 357, di Alain Corneau, con Yves Montand e Senza via di scampo di Roger Donaldson, con Kevin Kostner e Gene Hackman

Il grande orologio - Copertina

IL GRANDE OROLOGIO

Kenneth Fearing
Edizioni Einaudi

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