Il minotauro

Il minotauro

Benjamin Tammuz nacque in Unione Sovietica l’11 Luglio del 1919. A cinque anni seguì i suoi genitori che decisero di emigrare in Israele. Fu scrittore, pittore e scultore. Aderì al movimento comunista e a quello Canaanita.

Già giornalista, divenne, poi, addetto culturale presso l’ambasciata Israeliana a Londra.

In seguito fu invitato come scrittore residente all’Uuniversità di Oxford. Morì a Gerusalemme il 19 luglio del 1989.

Il minotauro, definito geniale da Graham Greene, fu libro dell’anno in Inghilterra nel 1981.

La trama è presto detta:

Il minotauro - Benjamin Tammuz
L’autore Benjamin Tammuz

un misterioso agente segreto, Alexander Abramov, sale su un autobus. L’uomo ha 41 anni. Improvvisamente scorge, a pochi posti da lui, una ragazza di diciassette anni il cui nome, presto si scoprirà, è Thea. Se ne innamora perdutamente. Anzi: in lei riconosce quella figura di donna che ha cercato per tutta la vita. È facile per Alexander scoprire dove l’adolescente abiti. Inizia a scriverle lettere anonime, dichiarandole il proprio amore e la sua totale dedizione. Presto trova anche il modo per far sì che Thea, indirizzando le sue missive presso un fermo posta, possa rispondergli. L’adolescente non tarda a corrispondere la passione di Alex. Tra i due inizia, così, una fitta corrispondenza che si protrae per anni. Nel frattempo la ragazza cresce. Ha delle relazioni, termina gli studi, affronta il mondo del lavoro. La sua vita, insomma, scorre sotto lo sguardo vigile di Alex. Che tutto vede, che tutto sa. E, d’altra parte, lei nulla gli nasconde.

Il romanzo è un incastro di complessi simbolismi capaci di creare un ingranaggio dal perfetto funzionamento.

Come tema centrale abbiamo il tragico rapporto che regna tra noi e la nostra stessa identità.

Non è un argomento nuovo per Benjamin Tammuz il quale, già in Requiem per Namaan, apre le primissime pagine descrivendo il suicidio di Bella-Yafa. Un’ebrea che dalle scintillanti vie di Varsavia, per sfuggire alle persecuzioni, segue il marito in Israele. La donna non resisterà alle prove di quella terra dura che non potrà mai appartenerle. Ella è, infatti, sì di etnia Ebraica, ma di formazione Europea. Una nostalgia devastante le farà rimpiangere, per anni, le atmosfere della sua terra natale fino a condurla alla morte.

Chi è, dunque, un Ebreo?

Ma anche, se non soprattutto, chi è un uomo?

Nel caso particolare de Il minotauro, Alexander è un “mezzosangue” figlio d’un ricco Ebreo Russo, Abram Aleksandrovic Abramov, che, in età avanzata, decide i trasferirsi in Israele e di una giovanissima violinista austriaca la quale, non riuscendo ad adattarsi alla nuova vita, molto presto impazzisce senza neppure più essere in grado di riconoscere suo figlio.

Presto il protagonista resterà solo al mondo.

Muore la giovane madre e, dopo poco, la seguirà l’anziano padre.

Travolto dagli eventi, il giovane finisce con l’entrare nei servizi segreti.

Appunto: travolto dagli eventi.

In realtà non sa e mai saprà, cosa lui voglia, cosa lui sia:

«Questi arabi che io di fatto maltratto perché sono caduti in mano mia, ammanettati e sconfitti, chi sono se non quegli stessi arabi che lavoravano nel nostro cortile; gli stessi arabi con cui andavo a caccia di lepri; gli stessi arabi, le cui madri lavoravano da noi e mi afferravano di nascosto sotto il capannone, per ricoprirmi di baci; le prime donne da cui ho sentito, a cinque anni, che ero bello, che avrebbero voluto rapirmi e portarmi a casa loro. E ora io faccio sedere i loro figli davanti a una lampada e li ripago con terribili paure di quelle gioie infantili che esse mi hanno fatto provare; così li ricambio dell’affetto delle loro madri.

«Non mi sto giustificando. Essi provano per noi un odio mortale e io faccio esattamente quello che è possibile e necessario fare. Ma questo non cambia il fatto che per l’amicizia di un arabo darei dieci amici americani, inglesi o francesi. Con un europeo posso bere whisky, trattare affari e arrivare alla conclusione che Israele è, in realtà, un’appendice dell’Europa in Oriente. Ma con un arabo posso tornare a rotolare tra le zolle di terra del campo, respirare l’odore del forno alimentato con escrementi di capra, raccogliere e masticare santoreggia, correre verso l’orizzonte e ritrovarvi la mia infanzia, e forse anche posso trovare un senso alla mia vita – che ora è senza significato – lì dove si trova anche la collina dei giorni della mia infanzia.»

E ancora:

«Chi sono io? Ora mi è più facile rispondere. Quella che prima era una mia esperienza privata, adesso è diventata un’esperienza comune a molti. Un tempo solo io tra gli ebrei avevo combattuto un arabo in un guado dello Iabbok […] Adesso tutti gli ebrei prendono parte a questa pazzia. Forse pochi ne sono coscienti, ma tutti lo sentono; hanno vinto e hanno perso. Hanno lottato, hanno lasciato morire e hanno ucciso, e adesso la vittima e il vincitore hanno nostalgia l’uno dell’altro, e non c’è modo di tornare indietro, poiché uno di loro è stato ucciso. In realtà, sono stati uccisi entrambi.

«Adesso dovranno passare generazioni ora, prima che i morti resuscitino. Solo in questi pochi giorni, in cui mi è concesso tornare – un ritorno teatrale, irreale – al passato, io sembro uno che è risorto. Ma è un’illusione. Tornerò a essere il morto di prima. Perché io sono un uomo del passato e anche un uomo del futuro, ma non del presente. In futuro ci saranno in questa terra migliaia di uomini come me. […] Io sono la sua origine, che mi piaccia o no. E intanto io ho avuto un acconto sul futuro: alcune settimane nel passato.»

Il minotauro - monumento ai caduti
Monumento ai caduti nel Parco dell’Indipendenza di Tel Aviv scolpito da Tammuz

Alexander Abramov, oltre ad affrontare temi politici a dir poco scottanti, è dunque divorato dall’ossessionante domanda: “chi sono io”? Una domanda che si racchiude nel titolo stesso del romanzo.

Il minotauro, incrocio tra essere umano e toro è, infatti, la rappresentazione in carne e ossa di un’entità dubbia.

E l’ossessione di Alex per la cristallina purezza di Thea nasce proprio dalla brama del protagonista di poter tornare a quello stato di totale innocenza che hanno le proprie radici. Quando ancora tutto è possibile. Quando ancora l’inespugnabile labirinto, privo di qualsiasi via d’uscita, non è stato edificato.

Se qualcuno avesse ancora dubbi sul simbolo “Thea” come origine, lo invito a notare che Alex incontra la ragazza quando lei ha diciassette anni. Gli stessi anni che la madre del protagonista aveva nel momento in cui conobbe il futuro, anziano marito.

Perché così stanno le cose. A volte, non si riesce a liberarsi della propria infanzia se da troppi dolori è stata costellata, se da troppa felicità illuminata. Ci si resta intrappolati dentro, quasi a non voler andarsene. Così, per provare a sistemare le cose, per renderla perfetta, per edificare fondamenta più solide in previsione d’un futuro migliore e sperando in una vita che non siamo riusciti ad avere.

Pian piano vengono presentati, nel corso del romanzo, altri personaggi di cui l’autore, di volta in volta, assume il punto di vista.

E lo fa in maniera magistrale, ripetendo, con le stesse identiche parole, le stesse e identiche scene considerate, però, da questo o quel soggetto.

Il lettore, a prima vista, può esserne disorientato, così come, del resto, una sorta d’inquietudine ci pervade allorquando l’agente segreto inizia a usare la memoria del padre per ricordare eventi che non appartengono, in realtà, alla sua esistenza.

È questo un altro colpo basso che Tammuz dà alla gracile identità dell’essere umano.

Intanto, serpeggiando tra la vivace struttura del romanzo, si susseguono gli attori che hanno fatto parte della vita avventurosa di Alexander o di quella decisamente più tranquilla condotta da Thea.

Su tutti spiccherà la figura paterna dell’agente segreto e gli unici due fidanzati di Thea: G.R. e Nikonos.

G.R., rampollo d’una ricca famiglia, non riesce a guardare più in là del proprio naso. Seppur personaggio positivo, è tutto preso dal tipico atteggiamento pragmatico nei confronti dell’esistenza. Una velleitaria produttività caratterizza la sua persona. La poca considerazione che l’autore gli conferisce si può evincere dall’indicare il suo nome con le sole iniziali.

Morirà, in un misterioso incidente stradale, a pochi giorni dalle nozze.

Forse Alexander ne è, in qualche modo, responsabile?

Di tutt’altra pasta è Nikonos. Uno storico che ben si presta a ricongiungersi con il protagonista sul lungo discorso dell’identità umana. Profondamente interessato alle civiltà del mediterraneo, teorizza una “razza nuova”, data dall’incontro delle più disparate culture:

Raccontò dei suoi interessi, di aver concluso gli studi e dell’intenzione di insegnare in una università europea. Israele, disse, era una tappa necessaria nel suo viaggio attorno il Mediterraneo, poiché era assillato dall’idea della rinascita dei popoli di questa zona e stava vagando in cerca di segni del fatto che questa rinascita forse si trovava già alle porte della storia.

«Per esempio?» disse l’investigatore.

«Posso darle molti esempi» rispose Nikos. «Per esempio, i vostri ristoranti. Olio d’oliva e hommos o fave, agnello arrostito alla brace, foglie di vite ripiene di riso e carne, tutte queste cose me le hanno servite ad Atene, ad Alessandria, a Limassol, a Gerusalemme e a Tel Aviv. Per quanto ne so, me le avrebbero offerte anche a Damasco, Costantinopoli e Tunisi. Mi sto spiegando abbastanza chiaramente?»

«Molto bene» disse l’investigatore. «E allora?»

«E allora saprò di non essere soltanto un levantino di origine greca, ma il frutto di una quercia antica, dalla quale sta nascendo il germoglio di una cultura ricca di speranze.»

Il minotauro - targa commemorativa
Targa commemorativa dedicata a Tammuz

È proprio a questo personaggio che Tammuz, per mano di Thea, consegnerà, quasi fosse un depositario super partes, la corrispondenza tra la ragazza e l’agente segreto.

Forse Nikonos, questo giovane storico, capace di immaginare un uomo totalmente nuovo che in armonia sorge dalle ceneri dei sincretismi più disparati, riesce a credere, finalmente, in un’entità del tutto pura proprio perché ancora da venire?

È, forse, questo che Alexander avrebbe sempre voluto essere, ma, intrappolato nel suo labirinto, non ha saputo raggiungere?

In fondo, l’agente segreto e lo storico, prima che questi conoscesse Thea, per un incredibile caso del destino, già si erano incontrati.

In quella circostanza Alexander lo interrogò come persona sospetta.

La cosa, tuttavia, per l’immediata simpatia nata tra i due, non ebbe seguito alcuno.

Si ha proprio la netta sensazione che il misterioso protagonista, ritenga Thea degna di Nikonos e che, in qualche modo, gliela “conceda” in sposa.

Mi spiace non poter aggiungere altro, senza incorrere nel solito rischio di svelare troppo, ma, posso assicurare, che la sublime, seppur complessa, fine del romanzo contiene tutto.

Il minotauro - copertina

IL MINOTAURO

Benjamin Tammuz
Edizioni e/o

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