Il purosangue

David Herbert Lawrence (1885–1930) è stato uno dei più significativi e fondamentali scrittori della letteratura Inglese. Tanto che parlarne incute un certo timore vagamente reverenziale. Conosciuto per l’immenso successo che riscosse con L’amante di Lady Chatterley, presento qui un altro suo straordinario lavoro: Il Purosangue.

Quando questo romanzo fu pubblicato, molti dei suoi primi commentatori lo accusarono di “ingenuo primitivismo”.

Purtroppo, anche se sotto un’accezione positiva, in tante altre recensioni ho trovato questa chiave di lettura irritante.

Mi spiace dirlo, ma, nell’edizione in mio possesso, datata 1972 e con la pregevolissima traduzione di Elio Vittorini, appare un’introduzione di Piero Nardi che poco si discosta da una superficiale lettura.

Il Purosangue - D.H. Lawrence
D.H. Lawrence
by Lady Ottoline Morrell, vintage snapshot print, 29 November 1915

Il purosangue, come vedremo, è ben più che un semplice invito, rivolto agli esseri umani, di ritornare presso uno stato maggiormente in armonia con la natura.

I protagonisti dell’opera sono fondamentalmente tre.

Due donne americane, favolosamente ricche, e St. Mawr un indomito cavallo.

Mistress Witt e Lu Witt, rispettivamente madre e figlia, si trasferiscono dagli Stati Uniti in Inghilterra, dove Lu sposa Sir Henry, un tanto vanesio quanto smidollato giovane di belle speranze che si dedica alla carriera di pittore, senza averne alcun talento.

I salotti mondani londinesi, infatti, sono gli unici luoghi in cui i suoi ritratti riscuotono un certo successo.

La prima parte del romanzo si svolge in una ricca tenuta, dove le due americane s’aggirano tra lussi, visite di cortesia e feste frequentate da una pletora di tipi umani letteralmente pregni di perbenismo e sovrastrutture culturali.

Incontriamo la ridicola austerità del reverendo Vyner e Gentile Signora, l’irritante frivolezza di Laura Ridley, le sdolcinate premure di Flora, peraltro amante di Sir Henry, la stucchevole compostezza di Laura Ridley e Lady Carrington, l’assenza di pensiero che alberga nella mente di Freddy Edwards.

Vicini, notabili del villaggio, occasionali visitatori vanno a organizzare una continua giostra d’umana stupidità.

Un giorno Lu decide di regalare a suo marito St. Mawr, uno splendido cavallo difficilissimo da montare per il suo spirito libero e poco incline all’essere domato. Lo stallone può rivelarsi molto pericoloso. Ha già ucciso, infatti, un paio di persone. Lu, però, ne è totalmente conquistata:

Solo St. Mawr, così possente pericoloso, le dava come un presagio di bene. Nel suo occhio nero dalla bruna pupilla fosca come una nuvola dentro un oscuro fuoco, come in un mondo al di là del nostro mondo, splendeva un’oscura vitalità e una diversa specie di saggezza.

 I giorni passano nella tenuta Inglese all’insegna d’una snervante noia, interrotta soltanto dal fascino sempre crescente che St. Mawr esercita sulle due donne.

Madre è figlia contemplano, quasi ipnotizzate, la furia dell’animale che pare essere sempre sul punto d’esplodere sotto l’impercettibile fremito del suo manto fulvo.

I loro spiriti vengono, talvolta, letteralmente risucchiati da quel nitrito che sembra un respiro imparentato a un urlo primordiale.

Insieme a St. Mawr, Lu conduce al suo servizio uno stalliere che conosce il cavallo da sempre e che sa bene come prenderlo.

Il nome del nuovo servitore è Lewis, uno strano Gallese, tutto pervaso da quella cultura popolare fatta di leggende e spiriti boschivi.

Così l’autore ce lo presenta, durante un dialogo con Mistress Witt:

Poi l’inquietava quel modo di guardarla come da un altro paese, dove egli abitasse di continuo, e dove lei non fosse mai stata. Forse c’era il mistero dietro lui […] eppure quell’apparenza di abitatore di un altro mondo oscuro e silenzioso faceva di lui la sola creatura reale per lei. Era un mondo oscuro e silenzioso, dove la parola non agitava mai le foglie nuove né le inaridiva alle punte come un vento cattivo.

Il Purosangue - Villa Cimbrone
Villa Cimbrone, edificio storico nel comune di Ravello. Ritrovo popolare del famoso gruppo Bloomsbury di Londra, che includeva Virginia Woolf e Lytton Strachey. D.H. Lawrence lasciò un segno del suo passaggio nel giardino della villa, quando lui e un amico decisero di dare alla Statua di Eva una fresca e non autorizzata mano di vernice.
Foto di Roberto Passa. Fonte: Instagram

Dal canto suo, Mistress Witt, ha condotto seco, dall’America, un suo fedele palafreniere.

Si tratta di Phoenix, metà Messicano e metà Sioux.

Pur essendo, grazie alla sua natura selvatica, simile a Lewis, se ne discosta per una certa rabbia atavica da cui non riesce a liberarsi:

Il suo affetto per Lu e per Mistress Witt, servirle e lavorare per un salario,era tutto in margine alla sua natura, sull’odio per la loro stessa esistenza. Che avrebbe potuto fare altrimenti? Bisognava vivere. E, quindi, doveva servire, lavorare per la paga, ed essere fedele, anche.

Ma la loro esistenza rendeva negativa la sua. 

È evidente che i due uomini di fatica rappresentano la trasposizione umana della natura primigenia che caratterizza lo stallone.

Sono l’imperfetta proiezione di quelle ombre, dalla platonica memoria, che risiedono in un’arcaica caverna e che fungono da ponte per porre le due donne in dialogo con il concetto in sé di ancestralità.

Le conversazioni tra le facoltose signore e questi semplici lavoranti, infatti, s’infittiscono e cresce anche, tra i quattro, un’attrazione sessuale spesso esplicitamente espressa.

Nel frattempo aumenta l’insofferenza delle due Americane per la superficialità e il perbenismo di tutti gli altri personaggi che sono costrette a frequentare.

[…] e sai, mamma, gli uomini smettono di pensare veramente quando è morto in loro l’ultimo avanzo dell’animale selvaggio.

 

[…] ma io non voglio dell’intimità, mamma. sono così stanca di tutte le intimità. Amo St. Mawr perché non è intimo, perché nessuno può raggiungerlo dov’è. 

Il Purosangue -statua di D.H. Lawrence
Statua di D.H. Lawrence a Nottingham Castle.

Il romanzo presenta il suo primo punto di svolta quando, durante una passeggiata, Sir Henry viene disarcionato da St. Mawr che, ostinatamente, si ribella a quel suo cavaliere così affettato e troppo lontano dal suo “essere selvaggio”.

Lo stallone frattura una caviglia al presunto artista e colpisce in volto un altro frequentatore abituale della tenuta.

Sir Henry, furioso, prima vorrebbe far abbattere il cavallo, poi, in un atto di pessimo gusto, decide di venderlo alla sua amante perché lo castri.

Questa risoluzione riceve il plauso della debosciata buona società locale. Rachel e Lu, inorridendo all’idea, insorgono e maturano l’idea di tornare in patria conducendo con loro Phoenix e Lewis.

Dopo una lunga traversata, con varie soste che rappresentano la maturazione consapevole di quanto dettato dal loro inconscio, giungono in Messico dove acquistano un ranch in una remota regione circondata dalla più selvaggia natura.

Qui le descrizioni che compie Lawrence sono assolutamente mirabili, muovendosi a metà strada tra la prosa e il lirismo:

Quel lungo stelo invisibile dondolava lo spettro bianco di un fiore a tre petali, sospeso nel vuoto

 

[…] le rose del deserto […] fioriscono in un folto di spine e certo fu il diavolo a concepirle in un momento di estasi.

 

Oppure se la polvere turbinava in enormi colonne lontano attraverso il deserto, pilastri di nuvole, pendenti pilastri di polvere in fuga spettrale.

 

Dalla soglia della sua casa, sull’atrio, poteva osservare l’ampio giro della luce del giorno. Come le aquile delle rocce vicine che si spiccavano a volo nell’alto azzurro, e volteggiavano mostrando i ventri luminosi, globi alati, con le ali orlate di nero, così la luce del giorno faceva l’ampio giro del deserto sfiorando le remote montagne sempre in vedetta.

Ed è sempre qui che finalmente il nodo centrale del romanzo inizia a palesarsi.

Il ranch, infatti, fu già proprietà d’una giovane coppia che lo sottrasse alle forze spaventose della natura.

Quella giovane sposa ne era innamorata e lì aveva scoperto, lei fervida cristiana, un amore struggente per quel Dio dal tratto violentemente panteistico.

Era proprio un modo di prima del Dio dell’amore, e di dopo.

Ogni tratto di quel mondo, tanto lontano dal consesso umano e tanto vicino alle origini d’ogni essere, s’era impossessato di lei. Fino al punto che, cogliendo lamponi, le sembrava di rubare cibo agli orsi, agli scoiattoli, alle volpi. Le pareva, addirittura, che le sue marmellate avessero il profumo del furto.

Stremata, però, dalla fatica che quella dura esistenza comportava, era tornata nella civiltà.

Non senza, tuttavia, portarsi dietro un’anima spezzata per sempre.

Ogni sua convinzione etica era stata spazzata via e la giovane continuò a vivere nel consesso sociale come una clandestina, cercando quella patria spirituale che non avrebbe più trovato.

E che ne sarà di Mistress Witt e sua figlia Lu?

Non toccherà loro, forse, la stessa sorte?

La mente del lettore non può fare a meno di tornare, con la memoria, a un passo, più o meno centrale del libro, in cui, durante uno dei noiosissimi tè nella tenuta inglese, Mr. Cartwright, un incisore appassionato di religioni misteriche, ben illustra la figura del Dio Pan.

Il Purosangue
Fototessera dell’autore britannico D. H. Lawrence.

L’artista descrive questa figura mitologica come l’io nascosto in tutto e che può essere scorto in un albero, in un animale, nell’acqua, ma che mai potrà palesarsi nel suo aspetto reale. Vederlo in sé significa essere morti. Ed è qui che soggiace il messaggio fondamentale di Lawrence.

L’essere umano, tra tutti gli animali, è condannato a una tragica scissione.

Da un lato appartiene, come ciascun vivente, all’immenso gesto primordiale della natura, ma, dall’altro, è obbligato a dissentire da essa per un imperativo insito in lui e a cui non può ribellarsi per sua propria costituzione.

Certo, indubbiamente, potremmo e dovremmo rinunciare a una gran quantità di sovrastrutture che condizionano scioccamente la nostra esistenza.

Auspicabile sarebbe riuscire a non soffocare, con stupide regole e condizionamenti derivanti da un’etica spicciola, quei sani istinti che ci renderebbero uomini migliori.

Pensare, tuttavia, di vivere in totale identificazione con elementi dalla purezza primordiale, ci è assolutamente precluso giacché il codice più intimo che ci distingue da tutti gli altri esseri viventi è, appunto, la capacità di dire “no” alle regole del mondo esterno.

Come già ricordato, non abbiamo nulla in comune con una giraffa. Il bell’animale ha bisogno di nutrirsi con frutti e foglie che crescono su alti alberi? Ebbene ella s’adegua e il collo, con l’evoluzione, s’allunga.

Noi no. Dissentiamo. Non rinunciamo alla nostra identità, al nostro collo. Troviamo il modo di avvicinare quei rami.

Il nostro istinto è quello di far sì che il mondo esterno s’adegui a noi, non il contrario.

Questo, però, ci allontana per sempre, senza possibilità alcuna d’appello, dal nostro io selvaggio e originario di cui, costantemente, ascoltiamo l’urgente richiamo.

Un io che, come diceva Mr. Cartwright, a proposito del Dio Pan, potremo rivedere soltanto se morti.

Il purosangue - Copertina

IL PUROSANGUE

David Herbert Lawrence
Edizioni Mondadori

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