Il quartetto di Alessandria – Justine, Balthazar, Mountolive, Clea

Il quartetto di Alessandria nella recensione di Gilda Bicêtre

Alcuni libri ci accompagnano per tutta la vita. Quando, per la prima volta, lessi Il quartetto di Alessandria, avevo circa 25 anni. Fui, in realtà, colpito dal fatto che Gerarld Durrell, autore molto simpatico e e di certo leggero, avesse un fratello da lui stesso definito geniale.

Il romanzo di Lawrence mi colpì profondamente anche se, a quell’età, poco compresi da un punto di vista razionale.

Mi scosse, tuttavia, così tanto da indurmi, per molto tempo, a cercare lo stile di Durrell nei libri che lessi successivamente.

Con la paura d’esserne deluso,  riaffrontai il romanzo quasi trent’anni dopo. Non mi sbagliavo: fu come rincontrarmi. Un vero sollievo.

La quadrilogia, composta dai volumi JustineBalthazar – MountoliveClea, narra intrighi e morbose passioni che si dipanano nell’Alessandria d’Egitto durante i primi decenni del secolo scorso, quando quella città poteva essere paragonata a un’odierna New York.

Almeno sotto il suo aspetto multiculturale.

Vi si incontrano, infatti, Egiziani, Israeliti, Greci, Turchi, Inglesi. Musulmani e Copti, Ebrei e Cattolici. Tutti eredi di quel grande sincretismo giudaico-alessandrino che, sul finire del IV secolo a.C., cambiò per sempre il destino intellettuale dell’Occidente.

Tra il profumo di spezie e quello del bourbon, tra sete damascate e ruvidi tweed, l’opera ruota intorno a Justine, torbida femme-fatale, protagonista d’intrighi internazionali, insane passioni e immensi dolori che sfociano in veri e propri disturbi mentali prossimi al delirio.

Ciascun volume, però, racconta la storia dal punto di vista dei quattro personaggi principali. Ognuno conosce qualcosa della vicenda, ma solo il lettore, alla fine, riuscirà ad averne un quadro completo. Ci troviamo di fronte, dunque, a quel famoso patto narrativo in cui il “fruitore sa più di chi scrive”, come direbbe Todorov.

Il quartetto di Alessandria - Lawrence Durrell
Lawrence Durrell

Lawrence Durrel ci regala un affresco strutturale di rara raffinatezza.

A volte il narratore è il protagonista interno all’opera, altre assume il ruolo del dicitore onnisciente, altre ancora diventa un’entità che “subisce” quanto raccontato.

Spesso, a veicolarci i fatti, sono personaggi secondari che, d’un tratto, diventano protagonisti della storia per poi tornare ad essere relegati al ruolo di semplici comparse.

Questa polifonia di voci narranti ci stordisce in un’ubriachezza che tanto somiglia agli antichi riti dionisiaci in cui solo chi partecipava all’atto artistico poteva goderne.

Davvero Durrell parrebbe instaurare con noi lettori quei meccanismi tipici della narrazione orale.

In alcuni paesi dell’Islam, del Sudan più precisamente, si stabilisce, infatti una sorta di rituale, sotto forma di dialogo, tra il narratore e il suo uditorio:

– vi farò un racconto

Al che i presenti infallibilmente rispondono

– namoun (d’accordo)

– non tutto è vero

– namoun

– ma non tutto è falso

Il narratore può quindi iniziare a narrare a modo suo e il pubblico tacere.

Sin dall’inizio del giogo, dunque, intesa esplicita per tutti: dietro alla menzogna della finzione, narratore e ascoltatori andranno insieme alla scoperta di una verità nascosta.

(L‘universo del romanzo, pag.73)

Più leggo il mio amato scrittore, più mi pare ricorra a quest’antica pratica.

Probabilmente ciò contribuisce a far apparire la sua intera opera pervasa da un’aura primitiva, quasi sepolta nel tempo, ma che risorge potente grazie alle moderne armi stilistiche di cui l’autore è pienamente padrone.

Il suo stile scorre come una lunghissima e mesta poesia, regalandoci metafore d’unica originalità. Una lirica che, però, molto frequentemente si alterna con una prosa secca, quasi aspra.

Stranissimo è stato il destino di quest’autore geniale.

In qualche maniera la fortuna del nostro Lawrence, il cui mentore era nientemeno che Henri Miller, è sempre stata ostacolata. In patria non era ben visto, probabilmente per alcuni argomenti scabrosi o politicamente scomodi, cui era solito dedicarsi. Argomenti che non potevano essere graditi a una certa Inghilterra conservatrice e puritana. Anche all’estero, tuttavia, ebbe fasi alterne di fortuna. Basti pensare che questa sua fondamentale fatica è stata dimenticata dall’editoria italiana per circa venti anni e che, a oggi, Il quartetto di Alessandria e L’ineffabile Antrobus sono gli unici  lavori di Durrell disponibili nelle nostre librerie.

Sul mercato dell’usato, comunque, potrete reperire l’intera sua opera.

IL QUARTETTO DI ALESSANDRIA – JUSTINE, BALTHAZAR, MOUNTOLIVE, CLEA

Il quartetto di Alessandria - Justine

Il quartetto di Alessandria - Balthazar

Il quartetto di Alessandria - Muontolive

Il quartetto di Alessandria - Clea

Lawrence Durrell
Edizioni Einaudi

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