Il rivale di Sherlock Holmes

Il rivale di Sherlock Holmes

Tentare di ricostruire la storia d’un genere letterario è impresa quanto mai difficile e pericolosa.

Possiamo dire, tuttavia, che con Sherlock Holmes si raggiunge, definitivamente, quella figura d’investigatore che andrà a caratterizzare tutti i detective a venire.

La sua modernità e sempre verde età, infatti, continuano a declinarsi, imperterrite, in produzione cinematografiche e televisive.

Inoltre Sir Arthur Conan Doyle cala il suo eroe in un’ambientazione scevra d’ogni altro interesse che non sia l’indagine stessa e, per primo, adotta una lingua molto lontana tanto dal genere picaresco quanto da quello gotico, entrambi avi delle narrazioni poliziesche.

L’investigatore britannico è, però, il prodotto d’una lunga elaborazione che avvenne, in ambito letterario, a partire dai primi anni dell’ottocento, in seno alle influenze del positivismo.

Nel 1822, infatti, il filosofo Auguste Comte pubblicò il celeberrimo Piano dei lavori scientifici necessari per riorganizzare la società e soltanto sei anni dopo Eugène-François Vidocq, il famoso ex galeotto francese che mise, in seguito, la sua abilità criminale al servizio della giustizia, dette alle stampe una sorta d’autobiografia.

Nel 1833, quindi, fondò il Bureau de renseignements pour le commerce, la prima agenzia investigativa privata di Francia.

Il rivale di Sherlock Holmes - Sir Arthur Conan Doyle
Sir Arthur Conan Doyle

Le memorie di Monsieur Vidocq ebbero un successo e una diffusione immensa, tanto che i critici sono quasi tutti concordi nell’indicarle come il primo vero romanzo poliziesco mai apparso.

[…]

L’Italia, invece, non contribuì in maniera particolare, durante questa prima fase, alle fondamenta del romanzo poliziesco, anche se non mancano, di certo, alcuni lavori d’indubbio interesse.

È il caso di Francesco Mastriani, autore, intorno al 1850 de “La cieca di Sorrento” e de “Il mio cadavere”, entrambi molto apprezzati perfino da Benedetto Croce. Contribuirono alla causa anche alcuni scritti di Matilde Serao, di Giuseppe Giustina, di Girolamo Amati.

Degna di particolar nota, per la sua natura seriale, è la produzione di Giulio Piccini, alias Jarro, che vide il suo commissario Domenico Arganti, soprannominato Lucertolo, protagonista di quattro racconti polizieschi pubblicati nel 1883.

Allo stesso anno appartiene “la Mano nera” di Cletto Arrighi e, nel 1887, il grande Emilio De Marchi concepì lo splendido “Il Capello del prete”.

Nessuno, però, riuscì a creare, nella preistoria del romanzo giallo, temi e figure da cui la letteratura Europea potesse prendere esempio. Probabilmente anche a causa d’un certo accademismo che pervadeva la critica dell’epoca e molto restio a guardare di buon occhio questo genere considerato “letteratura bassa”.

Bisogna poi tener conto che il nostro primo corpo di Polizia, propriamente detto, giunse solo dopo l’Unità d’Italia, ad essere esatti nel 1861, mentre la Gendarmeria Francese nacque nel 1791 e i primi poliziotti professionisti di Londra risalgono, addirittura, al 1749.

Il concetto, dunque, di “indagine poliziesca” si poneva molto lontano dalla nostra cultura. Le figure del commissario, dell’ispettore e, tantopiù, quella dell’investigatore privato erano pressoché sconosciute.

Bisogna, però, fare attenzione a non ridurre certi fenomeni letterari al solo diretto contributo proveniente dall’universo romanzo.

Moltissimi altri fattori possono, infatti, concorrere alla nascita di intere correnti artistiche.

Ci stiamo riferendo, nel caso specifico, alla figura di Cesare Lombroso (Verona, 6 novembre 1835 – Torino, 19 ottobre 1909), esponente di quel positivismo che, come abbiamo già sottolineato, collaborò in maniera determinante alle origini del poliziesco.

Il medico Veronese, con le sue teorie, ampiamente discutibili, dette vita alla criminologia, scienza la cui fortuna fu immensa e che conquistò velocemente tutte le accademie d’Europa e d’oltreoceano.

A ben guardare fu proprio questo l’elemento, forse il tratto principale, che separò, per sempre, il romanzo poliziesco dai tradizionali feuilleton: l’approccio rigorosamente scientifico, da parte del protagonista, alla vicenda criminosa.

L’influsso che Lombroso esercitò sui letterati suoi coevi, in tutta Europa, è più che evidente. Il Lecocq di Gaborieau ne è un esempio che non può essere messo in discussione.

Il più tardo Conan Doyle arrivò, addirittura quasi a citarlo:

Ma L’uomo (Moriarty) aveva tendenze ereditarie del tipo più diabolico. Una tensione criminale scorreva nel suo sangue, e, invece di essere modificata, era aumentata e resa infinitamente più pericolosa dai suoi straordinari poteri mentali.

L’omaggio al “criminale nato”, teorizzato da Cesare Lombroso, è qui espresso in maniera più che diretta.

Più tardi, proprio il nostro Bennett ne Il rivale di Sherlock Holmes ebbe a dire:

Vi dico, fra parentesi, che ogni qualvolta studio una persona, non mi dimentico mai di dare un’occhiata alle sue mandibole. La mandibola è ciò che rivela nell’uomo la ferocia delle sue tendenze.

Il rivale di Sherlock Holmes - Cesare Lombroso
Un ritratto di Cesare Lombroso di H.Kurella. Credit: Wellcome Collection. Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

A partire dal 1895, infatti, le traduzioni dell’autore britannico ebbero un enorme successo nella nostra Nazione. Ciò consentì ai letterati italiani di scatenarsi con il beneplacito d’una critica meno severa, complice anche la progressiva alfabetizzazione del popolo che chiedeva all’editoria pubblicazioni di più ampia diffusione.

Queste traduzioni sono state un vero e proprio spartiacque, almeno in Italia, tra la prima e la seconda fase della genesi che caratterizzò lo sviluppo del romanzo d’investigazione.

Citiamo Dante Minghelli, con il suo Shairlock Holtes, la cui voce narrante era tal Dottor Maltson, del 1902. I suoi racconti, ambientati in Italia, costituirono una prova letteraria d’una certa vivacità.

Buona prova sarà anche la figura di John Siloch, creato da Antonio Quattrini e protagonista d’una serie di racconti pubblicati nel 1907.

[…]

Nel 1906, dietro lo pseudonimo di A. Bukov, un italiano la cui identità ci sconosciuta, scriverà, addirittura, “La fine di Sherlock Holmes”.

Nel 1916, per finire, Ventura Almanzi darà vita al suo Ben Wilson che, nientemeno, si scontrerà direttamente con Sherlock Holmes.

[…]

Il nostro Herbert Bennet, italianissimo a dispetto del nome, si colloca, dunque, proprio in questo periodo tanto suggestionato dall’investigatore Inglese.

Pubblicò, infatti, il rivale di Sherlock Holmes nel 1907.

Non abbiamo notizie precise circa la vera identità di quest’autore che tratteggiò la figura di Kurt Hardy, geniale detective newyorkese.

Mr. Hardy, ricchissimo ed elegante, è  ormai afflitto da un problema alle gambe e non esce più dalla sua isolata villa, ma resta, comunque, un uomo brillante, sempre capace di tener desta l’attenzione del suo uditorio mentre narra incredibili enigmi di lontane avventure.

In questa raccolta di racconti il personaggio creato da Sir Arthur Conan Doyle, in realtà, non compare affatto.

Si tratta, dunque d’un ammiccante titolo, una trovata pubblicitaria, ideata probabilmente dall’editore dell’epoca, per attirare il lettore.

Sherlock Holmes viene appena citato nell’introduzione:

Kutt Hardy è veramente il rivale di Sherlock Holmes, anzi noi opiniamo che il metodo di indagine poliziesca sia molto più logica e sicura in Kutt Hardy che non in Sherlock Holmes. Questo personaggio dovuto alla fantasia veramente straordinaria di Conan Doyle è un poliziotto dilettante troppo intuitivo. Le sue trovate hanno troppo del provvidenziale e del mirabolante. Sherlock Holmes indovina troppo, deduce troppo poco. Ecco perché Kutt Hardy è per certi aspetti superiore al suo maestro, ammesso che Sherlock Holmes si debba considerare maestro del nostro poliziotto.

Nell’accingersi alla fruizione di questi racconti, il lettore non deve porsi nei panni di colui che s’appresti a godere d’una gustosa e avvincente opera letteraria.

Il rivale di Sherlock Holmes - Raymond Burr
L’attore Raymond Burr, interprete di Ironside. Foto di John Irving su licenza Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-NC-SA 2.0)

I racconti si presentano estremamente scarni e il loro svolgimento è fin troppo veloce, quasi precipitoso.

È come fossero dei soggetti cinematografici da sviluppare o spunti, molto utili ad aspiranti scrittori, da cui trarre originali idee per trame di romanzi polizieschi.

Lo stesso Bennet, prestando la voce a un fantomatico traduttore, avvisa:

Le novelle che noi pubblichiamo in questa prima serie sono quasi tutte rapidissime: Bennet non si diffonde in descrizioni noiose ed inutili, egli dà, in poche pagine, la materia di interi romanzi ed il lettore vi si diverte ed appassiona senza un minuto di sosta.

Ciò, però, non deve influire negativamente sull’interesse nei confronti di quest’opera. Essa ha, infatti, più che un valore letterario un valore storico.

Inoltre non mancano, comunque, alcuni brani esteticamente ben congegnati e che denunciano una scrittura di grande modernità:

Come di consueto, Kutt Hardy si era seduto sulla sua ampia poltrona (il laboratorio delle sue indagini, come egli la chiamava), coi piedi appoggiati sul marmo del caminetto, ed aveva incominciato ad abboccare la prima delle sue infinite sigarette che fumava durante la narrazione. Kutt Hardy era un terribile distruttore di sigarette. Il fumo era per lui la condizione prima ed indispensabile di ogni lavoro intellettuale – come l’alcool pel suo compatriota Edgardo Pöe. Era questo un risultato dovuto all’eccitamento del fumo, oppure all’abitudine – convertita in seconda natura – di seguire il filo del suo ragionamento attraverso il formarsi, l’avvicendarsi ed il complicarsi delle spire azzurrognole? Io non l’ho mai saputo; ma mi son sempre formato la convinzione che egli leggesse nelle spire del fumo il districarsi dei difficili problemi che si proponeva di risolvere.

Questa freschezza, questo stile semplice e diretto, ancora piuttosto estraneo all’epoca, è un altro elemento molto tipico del romanzo poliziesco.

Non solo perché prevalentemente si rivolge a un pubblico ampio, ma, anche perché molto ben s’addice a un personaggio che si pone problemi pratici e la cui soluzione deve essere immediata.

Anche nella lingua, dunque, vediamo intervenire quella cultura positivistica tanto cara alle Detective Stories.

I tratti psicologici di Mr. Hardy si differenziano, però, dal suo leggendario rivale, per un’empatia totalmente estranea a Sherlock Holmes.

Potremmo dire che Kurt Hardy è una sorta di ponte che pone in collegamento la fredda logica anglosassone con lo spiccatissimo calore umano, tipicamente mediterraneo, che caratterizzerà tutti i detective europei a venire.

E chissà che quella sua grave malattia agli arti inferiori non abbia ispirato, sessant’anni dopo, gli sceneggiatori di Ironside.

Il rivale di Sherlock Holmes - Copertina

IL RIVALE DI SHERLOCK HOLMES

Herbert Bennet
Edizioni ChiPiùNeArt

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