Il velo di Winslow

Il velo di Winslow

Dalla prefazione di Christine Koschel a Il velo di Winslow di Enrico Piccinini:

Fin dai tempi più antichi nel linguaggio è stata individuata un’antinomia di difficile soluzione.

Tutte le parole, tutte le nostre parole, sono, infatti, pure convenzioni edificate per trasmettere pensieri e sentimenti che convenzioni non sono.

Eppure, per sciogliere questo nodo, apparentemente indistricabile, esiste almeno un modo, già suggerito dall’antica mitologia greca.

Mi riferisco alla leggenda che racconta la struggente storia d’amore della ninfa Eco per Narciso.

Narciso, tutto preso dal contemplare la sua inutile bellezza esteriore, restò sordo alla passione di Eco e la dolcissima Ninfa, per il dolore, si assottigliò sempre più, fino a ridursi soltanto a una pura Voce.

Tra i tanti significati che questo mito vuol raccontare v’è quello di svelarci una fondamentale verità: la consunzione delle parole non conduce al silenzio, bensì a ciò che ne è la fonte e cioè una Voce primordiale, superiore al transeunte di qualsiasi convenzione inevitabilmente legata a ogni lemma.

La Voce in sé, dunque. Il Flatus Vocis. Un’essenza che si trova prima d’ogni parola e che è capace di comprendere, contenere, dominare qualsiasi lingua.

Si tratta di un’entità che sta alla parola così come un gesto solenne, magari quello del capo Sioux nell’indicare l’orizzonte, sta al segno e poi al disegno di tutte le lontananze.

Per semplificare potremmo dire che la struttura più profonda di ogni parola o lingua, risiede nel suo tono, nel suo suono, nel suo ritmo che si porta dietro come un’impronta digitale.

Si prenda a mo’ d’esempio il celeberrimo grammelot usato nella commedia dell’arte.

Gli attori, durante le loro rappresentazioni, nel dover far parlare un personaggio veneziano o napoletano, e non conoscendone il dialetto, ne imitavano le inflessioni che poi trasferivano in toni acuti o gravi, concitati o pacati, affinché il pubblico comprendesse lo stato d’animo dei personaggi.

Quegli attori non dicevano niente nel senso classico del termine, ma chiunque poteva comprendere ciò che stesse accadendo in scena.

Allo stesso modo, dentro a ogni poesia, e prima d’ogni significato essa veicoli, sta il suo specifico tono che ne rappresenta l’anima.

Forse il compito della lirica è proprio questo. Raggiungere la VoceGesto e tradurla, con le armi del Verso, in parole nuove. Mai prima davvero esistite, mai prima davvero dette in quello specifico senso.

Metafore, allitterazioni, anastrofi, epifonie, insieme a tutte le altre figure retoriche e di suono, hanno il compito di disporsi lungo un infinito gioco di specchi che vicendevolmente si prestano immagini precostituite perché ne sorgano altre non rintracciabili nell’empirica realtà dei vocabolari ufficiali.

Il Poeta deve, posto che ne possieda il dono, impossessarsi, a qualsiasi costo, di tale Ur-Flatus e piegarlo al suo volere.

Il velo di Winslow - CopertinaEnrico Piccinini è decisamente riuscito in quest’impresa, adottando una lingua che sa dominare con profonda conoscenza e grazia.

Lui è pienamente consapevole dell’immane sforzo che un poeta deve compiere per ricongiungersi alla sua stessa Voce.

Non è un caso, per l’appunto, che questa raccolta di Liriche s’intitoli “Il Velo di Winslow”. Nel corso del 1700, il medico danese Jacques-Bénigne Winslow scoprì come sugli occhi dei cadaveri si formasse una patina, un velo per l’appunto, che ancor oggi porta il suo nome e a cui l’autore allude in un’accezione del tutto positiva.

Il velo che sta tra la parola che arriva dal linguaggio comune, nato in realtà morto per la sua natura di convenzione, e la parola partorita, invece, dall’ente superiore della voce primoridiale.

Ritengo, appunto, che compito della Poesia sia quello di squarciare questo velo.

L’altro argomento che, da molti anni, interessa Enrico Piccinini è d’origine socio-filosofica e ha condotto il nostro autore a comporre liriche dove s’affaccia un più marcato sperimentalismo.

Nella seconda parte della raccolta segnali e divieti, infatti, la tematica affrontata è un lungo discorso che prende spunto dalla celeberrima distinzione operata da Platone, nel Sofista, tra arti ctetiche e arti poietiche. Il grande filosofo afferma che occorre compiere una precisa distinzione tra le due. Le arti ctetiche sono quelle capaci di prendere dalla realtà empirica, quelle poietiche, invece, aggiungono qualcosa a essa.

Nelle prime si annoverano attività come la caccia, la pesca o l’agricoltura, nelle seconde, invece, impieghi come la scultura, la poesia, la pittura.

È evidente che per noi questa distinzione può apparire banale, ma era, invece, rivoluzionaria ai tempi di Platone.

Per un uomo di quell’epoca, infatti, le due cose non erano affatto disgiunte. Ci si propiziava un buon raccolto con la musica o una caccia fortunata con la pittura, una pesca abbondante con sculture o la pioggia vivificante con la danza.

Erano queste eredità che giungevano da tempi antichissimi, quando ancora tutto era avvolto dalla nebbia dei primordi umani.

Nell’immagine da lui dipinta il cacciatore paleolitico credeva di possedere la cosa stessa. Egli credeva, riproducendolo, di acquisire un potere sull’oggetto.

Ma questa magia non aveva nulla in comune con quello che noi intendiamo per religione; a quanto pare non conosceva preghiere, non venerava potenze sacre e nessuna credenza, comunque costituita, la collegava a spiriti ultraterreni; essa non corrispondeva quindi alle condizioni che sono state considerate come il requisito minimo di una religione.

(A. Hauser – Storia sociale dell’arte)

È incredibile e inevitabile osservare come, agli albori dell’umanità, l’esigenza di rappresentare precedesse addirittura la necessità d’una religione.

Per tornare, comunque, a Platone la distinzione che egli opera pone fine al cosiddetto uomo simbolico.

Si esce definitivamente da ciò che, forse, troppo facilmente potremmo chiamare superstizioni e si entra in quel grande illuminismo fondato dalla civiltà greca.

Ciò, tra le altre cose, conferisce una nobiltà propria alla moderna accezione che diamo al termine arte, non più ancella di altro.

Non più serva di rituali atti ad augurare un buon raccolto o una buona caccia.

Enrico Piccinini - Il velo di Winslow
L’autore Enrico Piccinini

La domanda che l’autore si pone è la seguente: siamo certi che le cose, oggi, stiano proprio così?

Davvero in una poesia, in una scultura, in un brano musicale non esiste nulla di ctetico?

E davvero, soprattutto, nella confusa realtà che ci circonda e che con mano tocchiamo ogni giorno, in questo quotidiano sempre più caotico e, se vogliamo, sempre più consumistico, nulla c’è di poietico?

In parole più semplici: quando scriviamo un verso non sottraiamo qualcosa dalle parole “reali” che ci circondano, così come farebbe un cacciatore, e quando produciamo un bene o un sevizio di uso comune non usiamo quello stesso verso “irreale”, come farebbe un poeta?

Non lo crediamo.

Questi due aspetti, nel corso, della storia non si sono mai davvero totalmente disgiunti.

Le preghiere, ad esempio, che ogni credente, di qualsiasi religione, rivolge al suo Dio, sono recitate sotto forma di versi che obbediscono a regole liriche rigorosissime.

La pubblicità, che ci bombarda da ogni dove, deve sottostare, che le piaccia o meno, alle supreme leggi della tradizione poetica (la moda si veste di nero è un evidente modulo ungarettiano).

I titoli, troppo spesso bugiardi, urlati dai giornali, si piegano ai medesimi voleri d’un verso adeguato:

Magistrati all’assalto di Salvini: sotto processo per Open Arms.

Si tratta di due endecasillabi, verso italiano per eccellenza, quasi perfetti ove l’alternanza tra sibilanti e dentali si dipana quasi matematicamente.

All’assalto di Salvini introduce la notizia sotto forma di metafora e gli articoli, insieme ai verbi, sono sottintesi proprio come spesso richiede un verso poetico.

Provate a leggere sotto questa luce i titoli del vostro giornale preferito.

Vi imbatterete in incalzanti ottonari, pacati dodecasillabi, lievi novenari.

È come se questi inconsapevoli “poeti” si rendessero conto che la mente umana, per meglio accogliere un qualsiasi messaggio, abbia bisogno della Lirica.

Sanno che l’uomo simbolico non è mai scomparso, sanno che egli ha bisogno di rappresentazione più di qualsiasi religione, anche di quelle nuove che taluni pubblicitari o giornalisti tentano d’imporci.

A dimostrazione di ciò Enrico Piccinini ha voluto prendere come esempio i segnali stradali che tanto nella loro forma grafica, quanto in quella linguistica non riescono a rinunciare al rigore della Poesia.

Divieto di sosta ai nomadi

È stato un discusso divieto apparso nel 2015 in provincia di Vicenza.

È evidente che il componimento a esso dedicato è una denuncia di tipo sociale, ma, a parte ciò, la formulazione di questo segnale stradale si presenta come un perfetto ottonario, verso molto in voga, al giorno d’oggi, anche per le cadenzate “marcette” della cultura rap.

A sottolinearne la ferocia interviene la cadenza delle dentali protagoniste.

Inoltre, l’intrinseca contraddizione tra “nomade” e “sosta” rappresenta un classico ossimoro lirico.

Cosa si può chiedere di più al Poeta se non sradicare, una volta per sempre, divieti come questo usando la vanga e il piccone del Verso?

È anche questo l’aspetto, da un punto di vista etico, che l’autore ha voluto affrontare: il dissenso.

L’uomo è un animale innanzitutto dissenziente. Egli non si adegua, per sua propria natura, al mondo circostante. Ne dissente. Il suo collo non s’allunga, come quello della giraffa, per raggiungere il nutrimento, piuttosto piega gli alti alberi, che gli servono d’alimento, al fine di cibarsi.

E tanto più pratichiamo l’arte di dire no, tanto più siamo umani.

 

Christine Koschel

 

IL VELO DI WINSLOW

Enrico Piccinini
ChiPiùNeArt Edizioni

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