Io sono Gordon Bloom

Io sono Gordon Bloom

Chiariamo subito un concetto, a scanso di equivoci e per evitare inutili giri di parole: Io sono Gordon Bloom è decisamente un bel romanzo, un libro, davvero, tutto da leggere, superbamente scritto.

Opera prima di Francesco Cariti, per vent’anni avvocato nonché professore di diritto privato all’Università di Firenze, Io sono Gordon Bloom è uno di quei libri in cui trama e scrittura si alleano saldamente, stipulando un patto di sangue che rispettano fino all’ultima pagina, senza mai tradire il lettore.

Protagonista assoluto di questo romanzo, edito da Scrittura a Tutto Tondo, è Gordon Bloom, una via di mezzo fra Hannibal Lecter, per intelligenza e cinismo e Dorian Gray, per l’indomito narcisismo che lo pervade.

Il lettore apprende la storia di Bloom dalla sua stessa una voce che si fa, pagina dopo pagina, sempre più incalzante, non concedendo pause, producendo un’attesa che crea suspense, che determina un climax di dipendenza.

Gordon Bloom scrive dal carcere di massima sicurezza di Cedar Junction, in Massachusetts, lo fa, come lui stesso dichiara cinicamente, «perché la follia non è giunta al punto di indurmi a parlare da solo».

Gordon si trova in quel penitenziario per scontare tre ergastoli, centottantasei anni e tre mesi di reclusione, pene mastodontiche che, se fosse in uno altro stato americano, lo porterebbero direttamente a friggere sulla sedia elettrica.

Ma cosa ha commesso di così tanto grave Bloom per meritare simili condanne?

A dircelo, ovviamente, senza un filo di pentimento o commiserazione, è lui stesso:

Ho commesso reati gravi, ma nessuno, nemmeno io, fino a poco tempo fa avrebbe mai creduto alla mia indole criminale. Ho quarantacinque anni, sono dentro già da dieci e fino a poco tempo prima della mia cattura ero un uomo realizzato, invidiato, sicuro che nulla mai sarebbe potuto andarmi male.

Ma qualcosa nella vita di Gordon Bloom, la cocente dimostrazione, con buona pace di Cesare Lombroso, che criminale si diventa e non si nasce, alla fine va male, cambiando, per sempre, la sua granitica esistenza.

Io sono Gordon Bloom - Francesco Cariti
L’autore Francesco Cariti

Gordon Bloom non è un pazzo, tantomeno un uomo con alle spalle un’infanzia o, peggio ancora, un’adolescenza problematica, segnata, magari, dalla violenza domestica o da una sistematica assenza dei genitori.

La famiglia di Gordon Bloom è una di quelle che potrebbe tranquillamente fregiarsi dell’ambito titolo di famiglia ideale, perfetta incarnazione del modello americano, di quel self made di cui tanto va fiero il popolo “stelle e strisce”.

I genitori di Gordon, infatti, che, pur «nati poveri, con il duro lavoro e quel po’ di fortuna che il sogno americano mette a disposizione di chiunque, sono riusciti a vivere serenamente e a morire, se non ricchi, quantomeno agiati.»

Due genitori diversi ma alla fine perfettamente compatibili. Una madre con la passione per il bridge, insegnatole da una zia burbera e scostante e un padre che, pur intelligente, non aveva il passo della madre di Gordon. Un gran lavoratore, però, nato e cresciuto a Blackfoot, capitale della contea di Bingham, nell’Idaho, dalla quale scappa, inseguendo il sogno di un posto sicuro, da cercare a Detroit.

È qui, infatti, che il futuro padre di Gordon si rifugia, lasciandosi dietro la periferia americana e il lavoro duro dell’allevatore, meglio l’alienazione della catena di montaggio alla General Motors che decine di vacche da mungere meccanicamente.

Insomma, due genitori quasi perfetti, ai quali è impossibile addebitare responsabilità circa le condotte criminali del figlio.

Infatti, l’unico imputabile per le indicibili azioni di Gordon Bloom è lui soltanto e la sua religione di cui Gordon è un fervido credente, un attivo praticante.

Ma la religione che professa non prevede divinità lontane da adorare ma un solo dio, vicinissimo, da venerare costantemente, e quel dio è lui stesso, Gordon Bloom.

La mia religione – svela Gordon all’ipnotizzato lettore che fin dalla prima pagina lo sta seguendo fideisticamente – votata a venerare me stesso, mi imponeva di eliminare gli ostacoli che incontravo e io lo facevo. Tutto qui.

Nulla, sulla via dell’ambizioso Gordon, può intralciare la strada verso il successo, verso il benessere assoluto.

Bloom, confondendo «l’umano con il celeste» ha fatto sì che il suo paradiso sia esattamente sulla terra, non un obiettivo da raggiugere, forse, in un’altra vita al prezzo di innumerevoli rinunce ma un premio da afferrare sulla terra, seguendo, solamente, l’istinto del piacere, la strada del successo ad ogni costo.

Difficile, leggendo Io sono Gordon Bloom di Francesco Cariti, non farsi prendere dal suo racconto, dalla spietatezza del suo cinismo, perfettamente reso da una scrittura fluida, mai banale, sempre incalzante che afferra il lettore, strattonandolo ben bene.

Bloom è uno di quei personaggi letterari che non ha nulla di positivo, che già dal nome ispira rabbia ma che, alla fine, inevitabilmente, affascina.

Bloom, come il Georges Duroy di Guy de Maupassant, è arrivista, ambizioso, cinico, spietato, narcisista all’inverosimile. Bloom, nel raccontarsi al lettore, non fa nulla per edulcorare il suo passato, per apparire in una veste meno inaccettabile, cercando umanissime giustificazioni.

Non è quello che cerca, non è quello che vuole.

Al contrario, vuole mostrarsi per quello che è, senza infingimenti, perché lo scopo, nel raccontarsi, non è quello di intrattenere qualcuno, strappandogli, magari, una pietosa commiserazione, ma solo, banalmente, passare del tempo, interrompere, anche per un attimo, l’insopportabile monotonia del carcere.

Per Gordon conta solo e soltanto sé stesso, gli altri, genitori compresi, sono utili succedanei, strumenti di cui servirsi per raggiungere il suo scopo, pedine da muovere sulla scacchiera della sua vita, per arrivare, prima possibile, a dama, per dare scacco matto a qualsiasi avversario.

Tutto al mondo origina dell’egoismo, afferma con una nettezza che disarma ma, al tempo stesso, affascina, per via di quella sottile, inconfessabile, attrazione che nutriamo per il male, «tutto ruota intorno a questo perno e la differenza fra me e voi – dice Gordon – è solo che io lo vedo chiaramente e non ho problemi ad ammetterlo; mentre voi, falsi benpensanti, dovete rivestire l’egoismo con abiti più presentabili, come la beneficenza, l’onestà, l’amore, e tanti altri falsi buoni sentimenti, che servono però tutti a qualcosa di personale, che sia sentirsi a posto con la coscienza, evitare di andare in prigione, o scoparsi la bella donna di turno

Bloom, come potete ben vedere, non usa mezzi termini, dice quello che pensa, rigurgita sul povero, atterrito lettore tutto il suo pensiero, incurante di come possa essere percepito, giudicato, condannato.

Il lettore, che magari sulle prime prova a resistere, avanzando timide proteste, improntate a retaggi moralistici, alla fine cede, schiantandosi contro la quintessenza della negatività fatta uomo.

È proprio la schiettezza di Bloom, la cifra stilistica di un personaggio stupendamente raccontato da Cariti, a renderlo unico, a farlo entrare di diritto e prepotentemente nel novero dei peggiori cattivi della letteratura, occupando un posto di assoluto e meritato rispetto.

Gordon Bloom è terapeuta e paziente al tempo stesso. Sul suo triclinio, sui cui lascivamente si adagia, sorseggiando dell’ottimo vino, demolisce bontà e buonismo, costringendo noi, ignari spettatori, ad assecondare ogni pensiero che Bloom distilla come il più accurato dei chimici.

Io sono Gordon Bloom - Istituto correzionale di Cedar Junction
Veduta aerea dell’Istituto correzionale di Cedar Junction, in cui il protagonista di Io sono Gordon Bloom sconta la sua pena.

Bloom ci sferza con le sue parole che, sulle prime, appaiono arroganti offese ma che poi si trasformano in pesanti verità che scuotono fantocci senza fili, pupazzi che hanno perso, quasi del tutto, la loro rassicurante imbottitura.

Perché quello che ho amato di più del bellissimo libro di Cariti, che non mi piace classificare in un genere, perché la bellezza non si cataloga, è proprio il suo avermi destabilizzato, costringendomi a guardare l’abisso dell’orrore, un umanissimo baratro sul quale procediamo a tentoni.

Non vi basta quanto già vi ho detto? Volete un’altra, incontrovertibile, prova del suo incommensurabile egoismo, della sua indescrivibile abiezione?

Vi accontento subito e vi dispenso il concetto di Bloom dell’amore:

Anzitutto lo scopo per cui ci si innamora è assolutamente egoistico: si vuole stare bene. Non si desidera che sparisca la fame nel mondo, o che tutti abbiano un lavoro o una casa. Si desidera provare personali travolgenti emozioni ed essere felici. Non ho mai conosciuto nessuno al settimo cielo per la scoperta di un farmaco in grado di curare una malattia rara, ad esempio, ma ho incontrato spesso persone che per giorni interi mi hanno parlato raggianti del loro nuovo amore.

Ma dalla penna di Francesco Cariti, che ha scritto un romanzo straordinariamente cinematografico, che si vede mentre si legge, dono raro negli scrittori, è uscito un altro incredibile personaggio, per certi aspetti il perfetto alter ego di Bloom, l’unico, non a caso, in una teoria di uomini qualunque, capace di suscitare il suo rispetto.

Questo personaggio è l’ispettore Vincent Primey che sembra uscito da un libro di Agatha Crhistie o di Conan Doyle, tanto è geniale e maniacale nel portare avanti la ricerca fino ad arrivare a dama.

Vincent Primey è «un nero sulla sessantina, fisico asciutto, barba corta e curata, capelli bianchi, sempre in ordine e ben vestito» un uomo che vive per il suo lavoro. La sua famiglia è la polizia, ha grande cultura, non alza mai la voce ma, soprattutto, è un investigatore geniale, anche se il suo talento non è apprezzato come dovrebbe, come meriterebbe.

Come in tutti i gialli che si rispettino a un investigatore geniale si contrappone, inevitabilmente, l’assistente impacciato e l’Arthur Harold Hastings di Io sono Gordon Bloom si chiama Paul Golinsky, un uomo che «sembra fare di tutto per farsi ridere dietro dal mondo intero una qualità per chi aspira a fare il comico, a strappare almeno una risata, una tragedia per uno che di professione è un poliziotto.»

Primey e Golinsky, insomma una coppia perfetta per gli amanti del genere giallo, uno dei tanti colori con cui Cariti dipinge il suo primo romanzo a cui, speriamo ne seguano molti altri, così come speriamo che da Io sono Gordon Bloom possa essere tratto, e a breve, un film o, meglio, una serie, perché il libro di Cariti si presta perfettamente allo scopo.

Non vi svelo altro, sarebbe ingiusto nei confronti di Bloom perché la sua storia va assaporata appieno, come un vino d’annata, da stappare davanti a un camino scoppiettate, avendo, però, la pazienza di farlo decantare, perché l’attesa è, al tempo stesso, piacere e il libro di Cariti, fidatevi, è piacere puro.

Io ero Gordon Bloom, il sole; tutti gli altri erano i pianeti del mio sistema, mi orbitavano intorno e la loro esistenza e il loro moto dipendevano totalmente dalla mia forza di gravità, che era inarrestabile.

Io sono Gordon Bloom - Copertina

IO SONO GORDON BLOOM

Francesco Cariti
Scrittura a Tutto Tondo

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