Isola con fantasmi

John Banville è nato a Wexford in Irlanda nel 1945.

Ha lavorato, dal 1988 al 1999, per l’Irish Times come curatore editoriale.

Il suo esordio nel mondo della letteratura risale al 1970 con una raccolta di racconti: Long Lankin.

Seguirono quindi i romanzi Nightspawn (1971) e Birchwood (1973).

Con Dr Copernicus, ritratto immaginario del celeberrimo astronomo, Banville vinse il prestigioso James Tait Black Memorial Prize.

Il secondo romanzo della serie si concentrava, invece, sulla figura di Keplero e, anche con questo lavoro, lo scrittore irlandese raggiunse un notevole successo aggiudicandosi il Guardian Fiction Prize.

The Book of Evidence (La versione dei fatti) non solo vinse il Guinness Peat Aviation Book Award, ma fu selezionato per il Booker Prize.

A questo Romanzo sono collegate altre due opere: Ghosts, il nostro Isola con fantasmi, e Athena.

John Banville è da considerarsi, senza tema di smentita, uno dei più raffinati e autorevoli romanzieri del nostro tempo.

ISOLA CON FANTASMI

In una vecchia casa, arroccata al centro d’un isolotto, vive l’anziano professor Kreutznaer, storico dell’arte ossessionato dalla vita e dalle opere del fantomatico artista olandese Vaublin.

Già la tormentata esistenza del pittore è un indizio fondamentale per la comprensione dell’intero romanzo.

Vaublin, infatti, era ossessionato dall’idea che il proprio Doppelgänger lo seguisse ovunque, dipingendo, addirittura, brutte copie delle sue tele.

Assistente del professore è Licht il quale, più che a un essere umano, sembra somigliare a un folletto e, proprio come una creatura magica, pare non avere un’età.

Sicuramente la chiave di volta che, con maggiore esattezza, penetra le più riposte pieghe di questo romanzo, è la figura del narratore.

Costui è, infatti, impersonato dal protagonista d’un altro romanzo partorito da Banville, La versione dei fatti, che, indubbiamente, rappresenta, forse, l’opera più riuscita dello scrittore irlandese.

L’uomo è un ex galeotto che ha appena terminato di scontare una condanna per omicidio e che, grazie alla raccomandazione d’una vecchia amica, è stato accolto dal Professor Kreutznaer.

Sull’isola, a causa d’una manovra sbagliata, s’incaglia un battello intento a condurre in gita alcuni villeggianti.

Sette persone in tutto.

Isola con fantasmi - John Banville
L’autore John Banville

«Che c’è?» disse il professore brusco. «Che c’è? Chi sono?»

«Non lo so» rispose Licht trafelato. «Ma penso che stiano venendo qui, chiunque essi siano.»

[…]

«Li ha visti?» disse. «Pecore, pensavo che fossero. Pecore verticali!»

Rise, tre piccoli ansiti rapidi, leggeri. Il professore si girò dall’altra parte e inarcò una torva spalla nera, la sedia girevole da capitano di marina gemette sotto di lui. Licht si avvicinò alla finestra e guardò giù.

«Vengono proprio qui, non c’è dubbio» disse piano. «Oh, sono sicuro che stanno venendo qui.»

Scosse la testa e si accigliò, cercando di sembrare allarmato alla prospettiva di un’invasione, ma dovette mordersi il labbro per trattenere il sorriso.

Incontreremo, così, Sophie, una fotografa sempre intenta a catturare attimi destinati all’oblio; Flora, una giovanissima e meravigliosa baby sitter in perenne balia del suo senso d’inadeguatezza; Croke, il vecchio attore al termine d’una intera vita da spalla; tre ragazzini su cui spicca Alice con la sua innocenza; Felix, un viscido e losco individuo.

I sette, in attesa che il battello venga riparato, trovano rifugio nella villa.

Il disappunto del Professore è grande, mentre la gioia di Licht, nel veder giungere nuovi personaggi a popolare un’esistenza deserta, è pressoché incontenibile.

Ma chi sono davvero questi naufraghi tanto simili ai personaggi d’una celeberrima tela di Vaublin che l’ex galeotto tanto minuziosamente si affanna a descrivere?

Non lo sapremo mai. Né lo sapranno loro. Appartengono tutti, infatti, a quel vago territorio che separa il probabile dal certo.

Una zona impalpabile dove, appunto, ciascun personaggio si è arenato col proprio battello

Come diceva Leibniz: se puoi immaginare un mondo migliore, allora questo non è quello peggiore in cui vivi.

Il problema fondamentale delle relazioni che si intessono tra i personaggi

“storici” e quelli “probabili” di questo romanzo è che non possiamo determinare in quale mondo si stia vivendo.

John Banville è abilissimo, con il suo stile raffinato, a rivisitare la grande lezione di Beckett tutta permeata d’asciutta poesia e, spesso, da crudele umorismo.

I suoi personaggi, calati in atmosfere rarefatte, si muovono all’interno d’una prosa altamente lirica, dove ogni metafora colpisce perfettamente nel segno, riconducendoci al primordiale rapporto che sussiste tra significato e significante.

I gabbiani mi svegliano presto. Li sento lassù sui comignoli che battono le ali ed emettono gridi strani, gutturali. Sembrano bambini appena nati. Forse è il piccolo che sento, non ancora volato via dal nido, che chiama per il cibo. Non sono mai stato un gran naturalista. Com’è bella la luce estiva a quest’ora del mattino, un grigio chiaro uniforme soffuso di scintillii d’acqua. Rimango sdraiato a lungo senza pensare a niente. Posso farlo, posso fare della mia mente uno spazio bianco. È un trucco che ho imparato nei giorni in cui il pensiero di quello che toccava sopportare prima che facesse buio e tornasse l’oblio era duro da tollerare. E così, quasi vuoto, leggero come una barchetta di carta, salpo per andare via, lontano, molto lontano, all’estremo limitare, dove un disco d’acqua luccica come una moneta fusa contro un cielo color moneta e tutto si solleva, e il cielo e le acque si mescolano indistinguibili. È lì che sembro più a mio agio adesso, al lontano, pallido margine delle cose. Sempre ch’io possa chiamarlo agio. Sempre ch’io possa chiamarlo essere.

Impotenti assistiamo all’infantile amore di Licht per Flora. Passione che, però, solo in un’altra vita si sarebbe potuto realizzare.

E sempre impotenti assistiamo alle notturne visite di Felix alla ragazza, talmente improbabili da apparirci grottesche.

E il vecchio Groge, arrancando in una scarpinata troppo faticosa per lui, si trascina dietro tutti questi eventi, veri o falsi che siano.

È un assolato pomeriggio di Maggio quando, infine, giunge alla spiaggia dove crolla colpito da un malore.

E veramente, veramente non capiamo se a rialzarsi sia proprio lui o un altro attore intervenuto a sostituirlo per portare a termine la sua stessa commedia.

Sono questi i fantasmi che popolano l’isola.

Non individui, non personaggi, non uomini o donne ma echi delle loro stesse esistenze.

Quelle passate, quelle future, quelle desiderate o fuggite.

Ciascuno di loro non è un evento quanto, piuttosto, l’ossessivo rimbombare d’una qualche azione la cui fonte è, ormai, impossibile rintracciare.

Un’eco, insomma, che ben s’accorda col cupo e misterioso suono emesso dall’isola.

Fu allora che udii per la prima volta quel suono strano, sommesso e profondo che fa l’isola, mi giunse distintamente attraverso l’acqua, una voce di sirena.

«Come una musica» dissi. «Come… un canto.»

Quando chiesi al comandante che cos’era si strinse nelle spalle.

«Ah, non ci badi» disse. «Dev’esserci un vecchio sfiato da qualche parte, da cui la corrente fa uscire l’aria. Non ci badi affatto.»

In questo labirinto foderato di specchi e di continue alternanze tra finzione e realtà, s’aggira il narratore omicida alla ricerca della sua espiazione.

Vi invitiamo a leggere questo splendido romanzo ma, allo stesso tempo, consigliamo di dare prima uno sguardo a La versione dei fatti.

Lì troveremo infatti, con tutta la sua torbida storia, Freddie Montgomery, il narratore di Isola con fantasmi.

O, per meglio dire, il Freddie che un tempo era stato.

Isola con fantasmi - Copertina

ISOLA CON FANTASMI

John Banville
Edizioni Guanda

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