La chiave di vetro

La chiave di vetro nella recensione di Gilda Bicêtre

Erano bei tempi quelli de La chiave di vetro. I tempi in cui si poteva fumare al cinema e nei bar, nei ristoranti e sui tram, in ascensore e negli uffici. Si fumava perfino nel segreto d’un confessionale. Cosicché, tra la tesa del cappello e una mano ben ferma a mezz’aria, cortine di nebbia mascheravano gli occhi del duro di turno. Non che fosse indispensabile avend’egli, il duro di turno, già uno sguardo impenetrabile per conto suo. Ma aiutava. Si fumava di tutto. Sigari, sigarette e, in casi estremi, pipe. Era forse un modo per accordare gli esseri umani alle grandi metropoli americane. A quei vapori che sfuggivano dai tubi di scappamento, dalle distillerie clandestine, dalle grate sui marciapiedi.

Erano i tempi di Dashiel Hammett, alias Peter Collinson, che ancor prima di diventare il padre indiscusso dell’hard boiled, fu detective nella leggendaria agenzia investigativa Pinkerton (link).

Già creatore di personaggi intramontabili come Sam Spade o Nick Charles, con La chiave di vetro Hammett organizza un impianto narrativo che lo conduce ben oltre il semplice genere poliziesco.

La chiave di vetro
Alan Ladd e Veronica Lake in una scena del film “The glass key”, diretto da Stuart Heisler nel 1942

Il narratore nulla sa dei personaggi. Non ne conosce i pensieri o i sentimenti. La loro psicologia gli è totalmente ignota. Questa voce fuori campo non ha neppure la minima idea di come andrà a svolgersi la storia raccontata e finisce col diventare talmente depersonalizzata da sembrare quasi non appartenere a un essere umano. Possiamo dire, senza tema di smentita, che somigli più a un congegno che si comporti così come farebbe una cinepresa di volta in volta abilmente piazzata.

Una voce di poche parole, proprio così come si conviene a un duro che si rispetti.

Inoltre il tempo della storia è praticamente identico al tempo del racconto.

Nessuna anticipazione sui fatti, dunque, nessuno sguardo retrospettivo, totale assenza di sospensione delle vicende per poi riprenderle dopo alcuni giorni o mesi o anni.

Un artificio letterario che dà la sensazione, al lettore, di essere costantemente presente allo svolgersi dei fatti.

Non fu probabilmente per caso che questa voce da cinepresa tanto ebbe fortuna presso il cinema.

Dai lavori di Hammet furono, infatti. tratti film divenuti grandi classici della settima arte.

The fat man, Roadhouse nights, Miller’s crossing, Last man standing.

Una citazione a parte merita il grandioso The Maltese falcon, diretto da un giovanissimo John Huston (la sua prima regia in assoluto) e interpretato da Humphrey Bogart.

La trama del romanzo è semplice lineare e può essere brevemente riassunta:

il personaggio principale, Ned Beaumont, è la spalla destra di Paul Madvig, quello che oggi chiameremmo un faccendiere, anche se con un suo codice etico. I due operano in una non ben definita città dello stato di New York. Beaumont, è più che altro un giocatore e uno scommettitore il quale, in nome dell’amicizia che lo lega a Madvig e alla sua famiglia, s’improvvisa investigatore.

L’intrigo si basa su una serie di vicende politiche legate alla malavita del luogo, su un amore non corrisposto e, ovviamente, su un omicidio.

Madvig, infatti, sarà sospettato di aver ucciso il primogenito del Senatore che appoggia per le imminenti elezioni.

Una particolarità di quest’opera, insolita per Hammett, è che l’eroe non è un uomo solo, così come vuole, del resto, gran parte della scuola hard boiled.

Il meccanismo, infatti, che mette in moto l’intelligenza e il coraggio di Beaumont s’innesca grazie ai profondi sentimenti provati dal protagonista per Paul Madvig, per la sua anziana madre e per la figlia Opal.

Da La chiave di vetro furono tratti ben tre film e, inoltre, ispirò addirittura Akira Kurosawa con il suo Yōjinbo e Sergio Leone nel mitico Per un pugno di dollari.

La chiave di vetro - copertina

LA CHIAVE DI VETRO

Dashiel Hammett
Edizioni Mondadori

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