La dama della morgue

La dama della morgue

Jonathan Latimer (1906 – 1983) può tranquillamente essere inserito tra i maggiori esponenti del noir americano anni ’40. Il narratore, rigorosamente esterno, ci presenta la storia in sequenze serratissime, facendo coincidere il tempo della narrazione con quello della storia. Il lettore, così, è letteralmente proiettato sul palco ove si svolgono le vicende e ha la sensazione d’aggirarsi tra gli attori che interpretano il dramma.

La dama della morgue - Raymond Burr e Barbara Hale in una scena di Perry Mason del 1958.

Era questa la classica tecnica usata dai maestri del genere da cui Latimer si discosta per uno stile più frizzante e maggiormente autoironico che ne La dama della morgue è in particolar maniera accentuato.

Il nostro autore, nei suoi noir, ben sapeva di cosa stesse parlando.

Prima di dedicarsi, infatti, alla carriera di scrittore lavorò come giornalista. Cronaca nera. E a Chicago. Tanto che conobbe personalmente Al Capone.

È evidentissimo quanto la lezione di quest’autore abbia influenzato i maggiori giallisti odierni che spesso, lasciatemi essere, per una volta, cattivo, lo scopiazzano non riuscendo, però, a raggiungere gli stessi risultati.

Pur avendo scritto otto romanzi, si dedicò soprattutto alla carriera di sceneggiatore. Malgrado i successi ottenuti lavorando per il cinema, preferì, passare alla televisione dove scrisse i copioni per moltissime serie poliziesche. Tra tutte ricordiamo ben 45 episodi di Perry Mason, tratto dai romanzi di Erle Stanley Gardner, firmati da lui. Uno dei suoi ultimi lavori fu la sceneggiatura per un episodio di Colombo.

A proposito de La dama della morgue, riporto di seguito un’intervista rilasciatami, circa trent’anni fa, dal sergente in pensione Joe Pagnotta, all’epoca dei fatti presente, seppur marginalmente, alla vicenda.

La dama della morgue - Joe Pagnotta
Joe Pagnotta – Sergente della polizia di Chicago in pensione.

Mister Pagnotta, può dirci come andarono le cose?

Andarono che nell’agosto del 1936 una sventola bionda scomparve misteriosamente. Giovane, sinuosa, decisamente sexy. Peccato fosse morta. Perché accadde nella Morgue di Chicago che il suo delizioso corpo si volatilizzò sotto agli occhi d’impiegati, addetti alla pulizie, custodi. Non che la luce nei loro occhi denunciasse, di solito, uno sguardo particolarmente vigile o uno spiccato spirito d’osservazione.

Ma, insomma, un cadavere è un cadavere. Di solito sta fermo. Un momento prima rigido sotto un lenzuolo bianco e, un momento dopo, via chissà dove. Scomparsa.

Effettivamente. Oltre a essere tetro, è un evento che ha dell’inspiegabile.

Già. Completamente sparita. Non c’era dubbio. Molti interrogativi, invece, presto si palesarono circa la vera identità della defunta. Come si chiamava? Alice Ross? Verona Vincent? Kathryn Couterland? Diamine gente, fosse stata viva, sarebbe proprio sembrata una di quelle tipe che ti promettono mari e monti e poi ti danno il numero di telefono sbagliato.

Ad aggravare la situazione fu l’omicidio di August, uno degli impiegati, che, probabilmente, sorprese in flagrante i trafugatori di cadaveri.

Ah, quindi ci scappò il morto?

Ci scappò il morto e la morta. Scusa la facile battuta, ragazzo, ma me l’hai servita su un piatto d’argento.

Comunque non ci voleva.

La dama della morgue - Jonathan Latimer
L’autore Jonathan Latimer.

Per fortuna nei paraggi si trovavano gli uomini migliori del colonnello Black, un tizio misterioso che, nell’ombra, dirigeva una delle agenzie investigative più famose degli Stati Uniti.

Era stato contattato dalla ricca famiglia Couterland in seguito a una lettera poco rassicurante, ricevuta dalla rampolla minore, Kathryn, in cui pareva che la ragazza minacciasse di togliersi la vita.

Avvisato che nell’obitorio si trovava una suicida, quella scomparsa appunto, il colonnello Black mandò subito in ricognizione i suoi migliori, e decisamente poco disciplinati, soldati.

Doc Williams, Tom O’ Malley e, soprattutto, William Crane, già noto alle forze dell’ordine per aver risolto casi particolarmente complessi.

Quindi lei già lo conosceva.

Chi non lo conosceva tra noi poliziotti? Poi per me, che ero un pivello, si trattava d’una vera e propria leggenda.

Che dicevo? Senti, ho un’età. Non puoi farmi perdere il filo del discorso ogni cinque minuti.

Dunque era il ’36. Sì, il 1936. Ma non è questo l’importante. Il fatto rilevante è che ci trovavamo in agosto. Può fare molto caldo a Chicago quando è estate. Impronte di tacchi a spillo che bucano marciapiedi, grattacieli che sembrano ondeggiare tra ondate d’afa e le gomme dei taxi, se stanno fermi troppo a lungo, rischiano di fondersi con l’asfalto.

In più William Crane e soci non perdevano occasione per scolarsi una mezza bottiglia di Gin a testa. Non è salutare con quaranta gradi a all’ombra.

Ciò non impedì loro di rendersi immediatamente conto che la ragazza scomparsa tutto poteva aver fatto tranne che suicidarsi. Si trattava di omicidio.

Alle indagini si unì Chauncey Chuterland, un ragazzo sveglio, fratello della tizia che aveva indirizzato alla sua famiglia quell’inquietante lettera in cui s’evinceva potesse aver l’intenzione di uccidersi.

Chauncey, essendo il cadavere scomparso, non era stato, ovviamente, in grado d’identificare la sorella e la cosa iniziava a ossessionarlo.

Così si unì ai ragazzi del Colonnello Black.

La dama della morgue - Colombo
Peter Falk in una foto di scena de Il tenente Colombo nel 1973.

Ma, Mister Pagnotta, cosa ci dice di tutte le altre donne la cui identità si sospettava potesse essere attribuita al cadavere scomparso?

Eh, ragazzo. Si vede che sei giovane. Non hai la minima idea di cosa fosse Chicago a quei tempi. Diciamo che la gente pensava di vivere tranquillamente. E noi della polizia facevamo di tutto per farglielo credere. Al Capone se ne stava dietro le sbarre e, con lui, un bel po’ di teste calde. Ma non era tutto rose e fiori. Gangster di ogni tipo si godevano il sole a bordo piscina sorseggiando quella roba da signorine che chiamavano cocktail. A sera non era raro vederli con le chiappe appoggiate vicino a quelle di qualche senatore, mentre mangiavano piatti francesi di cui non sapevano pronunciare il nome. Uno di questi era Frankie French. Aveva soffiato la moglie, Verona Vincent, a Mike Paletta, un altro tipo da non incontrare se non in pieno giorno. Insomma Frankie sospettava che, per vendicarsi, Mike l’avesse fatta fuori. Qualcosa del genere.

Il bello è che tutti e due se la presero con William Crane, il detective privato.

Ognuno pensava che lavorasse per l’altro e che fosse stato lui a sottrarre il cadavere.

Una gran brutta storia…

Già…e se non ci fosse stato il vecchio Latimer a raccontare tutto, oggi nessuno se ne ricorderebbe.

A questo proposito, non le pare che Latimer non abbia nulla da invidiare a Dashiell Hammett o Raymond Chandler?

Beh, amico, questo non lo so. Certo loro hanno avuto molta più fortuna.

Di certo, bisogna dire che lo stile asciutto, disseminato di battute ironiche e spavalde insieme a tutte quelle ciniche osservazioni sull’esistenza, ne fanno uno dei maggiori esponenti del più puro Hard Boiled Americano.

Ascolta, bellezza. Ho capito la metà di quello che hai detto. Però ti avviso che tutti questi “hard” non sono di mio gusto. Hard Rock, Hard Disk e quello schifo di Hard Core. Sono sposato da sessanta anni, non esco senza la cravatta stirata e la domenica vado a messa. Certe cose non fanno per me.

La dama della morgue - Copertina

LA DAMA DELLA MORGUE

Jonathan Latimer
Edizioni Einaudi

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