La giornata d’uno scrutatore

La giornata d'uno scrutatore

Torino, febbraio 1963, per i tipi di Einaudi esce il romanzo La giornata d’uno scrutatore di Italo Calvino. Si tratta di un testo decisamente in controtendenza con lo stile di molti dei suoi precedenti lavori, di quei romanzi, la trilogia per intenderci, «mossi da una immaginazione liberamente fantasiosa», come scrisse un giornalista del “Corriere della Sera” in un pezzo intitolato Una domanda a Calvino, romanzi che tanto avevano reso celebre lo scrittore nativo di Santiago de las Vegas.

Dimenticatevi, allora, le atmosfere fantastiche di libri quali Il barone rampante o Il visconte dimezzato e calatevi, invece, in una realtà fatta di schede elettorali, scrutatori barricadieri o baciapile, voti contestati e singolari elettori, il tutto scandito dall’orologio elettorale che batte l’inarrestabile tempo democratico, quello che dovrebbe determinare gli equilibri di un paese.

La scelta di una trama realistica, legata alla cronaca, alla stringente quotidianità, non rappresentava, tuttavia, una novità per Calvino. Già con La speculazione edilizia prima e con La nuvola di smog poi, (il primo del 1957, il secondo del 1958) Calvino si era occupato della realtà contemporanea, utilizzando l’abito letterario per rivestire tematiche spinose, «dove – come ebbe a dire Guido Piovene – non c’è più favola, ma entriamo nella vita d’oggi senza diaframmi.»

Se in questi due primi romanzi-racconti gli argomenti trattati erano stati la speculazione edilizia, che nell’Italia del boom economico ridisegnava ancestrali paesaggi, rovinandoli per sempre, o le conseguenze dell’inquinamento, analizzato non solo come fenomeno fisico ma anche come metafora del male di vivere, in La giornata d’uno scrutatore il tema centrale è costituito dalle elezioni politiche, un’imperdibile occasione per Calvino per scrivere qualcosa a metà strada fra il racconto e il reportage, il tutto scaturito da un’esperienza realmente vissuta dallo scrittore originario di Cuba.

La giornata d’uno scrutatore ebbe una gestazione lunga e complessa come lo stesso autore raccontò.

La prima idea di questo racconto mi venne proprio il 7 giugno 1953. Fui al Cottolengo durante le elezioni per una decina di minuti. No, non ero uno scrutatore, ero candidato del Partito Comunista (candidato per far numero nella lista, naturalmente) e come candidato facevo il giro dei seggi dove i rappresentanti di lista chiedevano l’aiuto del partito per delle contestazioni da risolvere. Così assistetti a una discussione in un seggio elettorale del Cottolengo tra democristiani e comunisti sul tipo di quella che è al centro del mio racconto (anzi, uguale, almeno in alcune battute). E fu lì che mi venne l’idea del racconto, anzi il suo disegno ideale era già allora quasi compiuto come l’ho scritto adesso: la storia d’uno scrutatore comunista che si trova lì, ecc.

La giornata d'uno scrutatore - Italo Calvino
L’autore Italo Calvino (1923-1985) fotografato ad Oslo, Norvegia il 7 aprile 1961 da Johan Brun, un fotografo affiliato al quotidiano norvegese “Dagbladet”. Fonte: Museo di Oslo / Museo Digitalt. Su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International.

Ma quell’idea, suscitata da quella subitanea visita, rimase tale per diversi anni, attorcigliata a sé stessa, una crisalide incapace di diventare una splendida farfalla.

Fondamentale fu una seconda visita al Cottolengo che Calvino compì nel 1961, questa volta nelle vesti di scrutatore, proprio come il protagonista del suo romanzo.

Ancora Calvino:

Passai al Cottolengo quasi due giorni e fui anche tra gli scrutatori che vanno a raccogliere il voto nelle corsie. Il risultato fu che restai completamente impedito dallo scrivere per diversi mesi: le immagini che avevo negli occhi, di infelici senza capacità di intendere né di parlare né di muoversi, per i quali si allestiva la commedia di un voto delegato attraverso al prete o alla monaca, erano così infernali che avrebbero potuto ispirarmi solo un pamphlet violentissimo, un manifesto antidemocristiano, un seguito di anatemi contro un partito il cui potere si sostiene su voti (pochi o tanti, non è qui la questione) ottenuti in questo modo.

Quell’esperienza così forte, una volta sedimentata e soprattutto metabolizzata, si trasformò in La giornata d’uno scrutatore, un’opera che, nonostante siano trascorsi diversi lustri, rimane di una cogente attualità.

Ora la crisalide era finalmente diventata una bellissima farfalla.

Protagonista di questo piccolo romanzo, per il quale Calvino nel maggio del 1963 ricevette a Losanna il premio internazionale “Charles Veillon”, è Amerigo Ormea, scrutatore del seggio elettorale all’interno del Cottolengo di Torino, istituto che recava il nome del suo fondatore, toponimo, però, che a causa della crudeltà del gergo popolare «era divenuto, per traslato, epiteto derisorio per dire deficiente, idiota, anche abbreviato, secondo l’uso torinese, alle sue prime sillabe: Cutu.»

Amerigo Ormea è un tipo ordinario, preciso, puntuale ma anche «uno di quegli scapoli che per abitudine gli piace far l’amore il pomeriggio e di notte dormir solo». Il giorno di votazioni esce di casa presto e, scrutando il cielo che minaccia pioggia si rammarica perché, al contrario di molti altri politicamente a lui affini, non considerava il brutto tempo per niente un buon auspicio.

C’era l’abitudine tra i sostenitori dell’opposizione (Amerigo Ormea era iscritto a un partito di sinistra) di considerare la pioggia il giorno delle elezioni come un buon segno. Era un modo di pensare che continuava dalle prime votazioni del dopoguerra, quando ancora si credeva che, col cattivo tempo, molti elettori dei democristiani – persone poco interessate alla politica o vecchi inabili o abitanti in campagne dalle strade cattive – non avrebbero messo il naso fuor di casa.

Una pia illusione, negli anni più volte smentita, a cui Ormea non credeva più, specie in occasione di quella tornata elettorale, per certi aspetti, decisiva quasi quanto quella del 1948.

Siamo, infatti, nel 1953 e dal cilindro dei partiti di governo era uscita una legge elettorale, che l’opposizione aveva subito polemicamente ribattezzato “Legge truffa” per cui la coalizione che avesse preso il 50% + 1 dei voti avrebbe avuto i due terzi dei seggi, una stampella necessaria per sostenere la traballante alleanza di partiti di centro, una soluzione che, in un paese da pochi anni democratico dopo vent’anni di fascismo, appariva ai più una soluzione più che ardita, quasi autoritaria.

La giornata d’uno scrutatore, tuttavia, non è solo il racconto di una tornata elettorale fatidica vista dall’osservatorio di un piccolo, umile protagonista ma anche la ferma, dura, graffiante denuncia di una realtà, quella del voto di persone incapaci di intendere, che viene spesso sottaciuta, persa nei corridoi del non detto, del politicamente corretto, dove tutto, anche l’impossibile diventa possibile. Ma questo romanzo è anche l’occasione per Calvino per toccare temi diversi da quelli meramente politici, per scandagliare i fondali dell’infelicità di natura, del dolore, della responsabilità della procreazione, argomenti che, come affermò lo stesso Calvino, non aveva mai affrontato prima nei suoi libri.

Amerigo Ormea, al cospetto di elettori, molto spesso del tutto incapaci di capire il senso stesso delle votazioni eppure votanti a tutti gli effetti grazie alla compiacente accondiscendenza di alcuni loro delegati, spinge il suo pensiero oltre gli angusti e tristi confini del Cottolengo, lambendo i contorni di questioni di millenaria preponderanza.

Ecco, allora, in una breve pausa che si concede dallo stanco rito delle elezioni, ancora incredibilmente simile a oggi, sfogliare un manoscritto giovanile di Marx e rimanere perplesso per l’attualità di una sua osservazione sul rapporto fra uomo e natura, attualissimo, ieri come oggi: «Che l’uomo viva della natura vuol dire che la natura è il suo corpo, con cui deve stare in costante progresso per non morire…».

Ma le pagine più belle di La giornata d’uno scrutatore sono quelle in cui Calvino, con un linguaggio crudo, che farebbe orripilare molti perbenisti, descrive lo scandalo che si perpetua dentro il Cottolengo, dove in spregio alle più elementari regole, si fanno votare persone che non comprendono neppure di avere un foglio davanti e una matita in mano, tutto per compiacere il politico di turno, che si muove nel Cottolengo «con confidenza e fretta ed efficienza ed euforia», quello che arriva nel pieno della giornata elettorale, sotto una pioggerella battente e, dopo essere stato pedissequamente ossequiato da buona parte dei componenti del seggio, si accerta che la farsa democratica segua il copione prestabilito, che nulla vada storto, che ogni voto finisca nella miserevole urna.

Ormea strabuzza gli occhi davanti a quell’indicibile orrore che non è quello dei minorati che vivono all’interno del Cottolengo bensì quello di coloro che per bieco interesse, sfruttano quell’umana infelicità, estorcendo un voto tecnicamente impossibile, usando come strumento passivo, per il solo turpe scopo elettorale, esseri non pensanti, confondendo l’aiuto con il vantaggio che tutto giustifica, anche lo sfruttamento di una disgrazia.

La giornata d’uno scrutatore è di un’attualità disarmante, nonostante sia stato scritto in un’altra era geologica, quando non esistevano i social o i cellulari, quando la “verità” la si leggeva sui giornali o al massimo la si ascoltava in tv. Un romanzo che si legge in pochissimo tempo ma che spalanca la vista inizialmente miope del lettore su una realtà lontana che, pagina dopo pagina, si avvicina, colpendoci in pieno viso, scuotendo il nostro impassibile torpore.

In questo libro Calvino, come sottolineato da Guido Piovene, autore di una convincente postfazione per i tipi di Mondadori, «non è più lo scrittore d’una sua personale, psicologica incertezza critica. Piuttosto è lo scrittore dell’oggettività di quell’incertezza, in una realtà nella quale si stenta non solo a trovare, ma a cercare le essenze.»

La giornata d'uno scrutatore

LA GIORNATA D’UNO SCRUTATORE

Italo Calvino
Edizioni Mondadori

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