La grande Beune

Pierre Michon, nato nel 1945 a Châtelus-le-Marcheix, è ben conosciuto per la sua ricerca linguistica particolarmente raffinata.

Vincitore di numerosi premi, non tutte le sue opere sono costituite da romanzi.

Ha scritto, infatti, anche numerose biografie e saggi.

Da sempre nemico dichiarato degli intrecci, e tutto teso a una forma perfetta, Michon ci dà conferma del suo programma estetico con questa novella.

La trama de La grande Beune, infatti, è molto semplice e lineare, caratterizzata da una tale musicalità da sembrare, a volte, cantata.

Un giovane Maestro elementare, appena vent’anni, trova impiego a Castelneau, piccola cittadina della Dordogna.

La grande Beune - Dordogna
Tipico paesaggio della Dordogna

Il Paese si trova vicino alle famose grotte di Lascaux le cui pareti, affrescate con pitture rupestri, risalenti al paleolitico, sono state dichiarate patrimonio dell’Umanità nel 1979.

Il ragazzo, dopo aver preso alloggio nella Locanda della vecchia Helene, subito incontra Yvonne, la tabaccaia del paese.

Questa donna, dal fascino quasi magico, libererà, dal più profondo essere del ragazzo, tutti quegli istinti ancestrali che paiono provenire direttamente dai rituali dipinti nelle grotte di Lascaux.

L’intera novella, in realtà, si svolge seguendo questa traccia: un intimo, mistico legame pare congiungere la superficie di Castelneu con ciò che custodiscono le viscere della terra su cui il borgo sorge.

A confermarlo è il rapporto, a tratti masochistico e selvaggio, che Yvonne intrattiene con Jeanjean, suo amante e custode d’una delle grotte.

Sin dalle prime pagine del romanzo l’autore s’impegna a tratteggiare, con note di lirico realismo, gli ambienti e i personaggi che andranno a caratterizzare la vicenda:

[…] Scendendo tre gradini si raggiungeva la sala comune; questa era rivestita di quell’intonaco color sangue di bue che un tempo si chiamava rosso antico; si sentiva odore di salnitro; alcuni bevitori, seduti, a tratti rompevano il silenzio per parlare ad alta voce di fucilate e pesca con la lenza; si muovevano in una luce fioca che disegnava sulle pareti le loro ombre; se alzavi lo sguardo, una volpe impagliata ti fissava da sopra il bancone, con la testa aguzza energicamente girata verso di te ma con il corpo che sembrava correre lungo la parete, come in fuga […]

È più che evidente, in questo brano, l’analogia, che l’autore mette in risalto, tra le pitture rupestri, segregate nel sottosuolo, e le ombre rossicce sui muri della locanda che raggiungono il picco della loro espressività nel pelo fulvo d’una volpe impagliata.

Ogni personaggio della novella, d’altra parte, pare avere il suo doppio ben nascosto, a minacciarlo o a proteggerlo, in un passato che l’origine del tempo non ha mai perso di vista.

La grande Beune
L’autore Pierre Michon. Foto di Jean-Luc Bertini (www.jeanlucbertini.com) su licenza CC BY 3.0

È questo il caso di Jean il pescatore, figlio della locandiera che “là fuori scrutava il buio profondo, pescava di frodo, cercava un senso in ogni pozzanghera della grande palude sulla quale stavamo tutti

O anche dei bambini che recano, appeso a un bastone, il cadavere d’una volpe. Stagliati contro un tramonto livido bussano di porta in porta a riscuotere un obolo. Si terranno lontane, così, oscure minacce. È l’usanza del paese.

A osservare la scena c’è Yvonne, tanto spesso descritta come Regina, ora è presentata con ematomi sul volto grazie alle botte del suo amante.

Preda, null’altro che una preda.

E intanto il giovane maestro pensa a tutti quei bimbi che, il giorno dopo, gli porteranno, quasi in pegno d’amore, amigdale raccolte nei pressi del fiume.

Sulle rive della Grande Beune.

Ma anche lo stesso educatore tormenterà e umilierà il figlioletto di Yvonne, nella speranza che la madre gli si avvicini per le dovute rimostranze.

Un altro sacrificio.

La caccia è sempre aperta.

Quest’alternanza tra sopra e sotto, tra adesso e un passato lontano, penetra abilmente nella lingua dell’autore che conferisce una doppia voce al narratore, impersonato dal Maestro.

Egli, infatti, parla con l’istinto d’una appassionata e giovane anima, ma, spesso, assume il tono di un saggio, d’un vecchio studioso.

Voglio riportare qui un brano, tratto dalla Storia sociale dell’arte del grande Arnold Hauser, che medita sul significato delle pitture rupestri:

Nell’immagine da lui dipinta il cacciatore paleolitico credeva di possedere la cosa stessa. Egli credeva, riproducendolo, di acquisire un potere sull’oggetto.

Se questo è vero, e se sognare è “rappresentare”, allora le fantasie esplicitamente oscene del maestro sulla bella Yvonne, servono a possederla nel mondo della realtà empirica:

Fantasticavo, mi spingevo al di là di ogni limite. Immaginavo, nella sala color sangue di bue impregnata dell’odore di cicche, di botte, di salnitro, tutti i bevitori usciti verso la notte nera cui nessuno può resistere, immaginavo la tabaccaia che cedeva a sua volta a quel richiamo, si drizzava sul letto, si gettava l’impermeabile sulle spalle per precipitarsi da me storcendosi le caviglie nella sua corsa sui tacchi alti, la regina, che entrava come il vento, apriva l’impermeabile con le mani tremanti, e, a mia intera disposizione sotto l’occhio posato di Hélène dietro il suo bancone, si gettava nuda sui tavoli impiastricciati, sui flipper spenti, facendo tintinnare i suoi zecchini, smarrendo gli occhi bianchi, in tutte le posture insomma in cui si potevano conoscere più a fondo il suo pelame corvino, le cosce color orzata, le natiche di madreperla, godeva smodatamente sotto una volpe, mentre grida d’ossifraga uscivano dalla sua bocca, precipitavano giù per la falesia, sbalordivano i bracconieri accovacciati sulle rive della Beune. Io la sventravo.

Non si fa mancare, il giovane maestro, la compagnia di un’altra ragazza con cui consuma del sesso frettoloso a bordo d’una vecchia Dauphine.

Si tratta di Mado, giovane studentessa, solare e divertente.

Con lei l’insegnante scorrazza per la regione a esplorarne gli angoli più nascosti.

La grande Beune - Grotte di Lascaux
Una pittura rupestre nelle grotte di Lascaux. Foto di Av Prof saxx.
Su licenza CC BY SA 3.0

I due giungono a imboccare un sentiero che indica un accesso secondario alle grotte di Lascaux.

Nessun escursionista lo prende in considerazione perché ritenuto poco importante dalle guide turistiche, alcune neppure lo segnalano.

Il guardiano del luogo è proprio Jeanjean, l’amante di Yvonne, dato che il varco alle grotte sorge sulla sua proprietà.

E qui la sorpresa.

Una volta nelle viscere della terra, i due, preceduti dal guardiano, entrano in un antro e comprendono perché sia così poco preso in considerazione dai visitatori in pellegrinaggio.

Nessun dipinto, nessuna rappresentazione.

Non la benché più piccola traccia, neanche un minimo segno.

La scena impressiona profondamente tanto il lettore quanto il maestro, mentre sembra asciare del tutto indifferenti, se non divertiti per quella nudità, Mado e Jeanjean.

La vastità di quella volta sotterranea così vergine e dalla candida roccia, è il cielo sopra l’intero villaggio prima che ne fosse scritto qualsiasi destino.

Era impressionante. Era tutto nudo. Era la cupola di Lascaux nel preciso istante in cui vi entrarono i vecchi celibi, con i palchi di corna in testa, quando nella luce delle torce il loro cuore fece un balzo; quando si disvelò soltanto per loro l’impeccabile distesa di calcite bianchissima, soffice, liscia, lievemente granulosa ma abbastanza da essere percepibile se appena la sfioravano con la punta delle dita, quel mondmilch dunque un po’ granuloso e seraficamente traboccante di candore, quel grande drappeggio teso, servito come su un cavalletto fra un bordino diritto di quarzite nera e un soffitto bulboso, pesante, segreto. L’imbroglione che vi precede nel buio non imbroglia sempre, il miasma universale ha di queste gentilezze, fra due gole, due diaclasi dove si corre il rischio di fratturarsi le ossa. Non c’erano dipinti. Era Lascaux nell’istante in cui i celibi accovacciati sposano il loro pensiero, progettano, spezzano i bastoncini d’ocra e mescolano in una pozzanghera la carbonella, tacciono, il cappello di corna posato accanto; e può darsi che allora lo prendano, il cappello, e se lo facciano girare fra le mani, che lo guardino inteneriti e pensino alla loro prima infanzia, pensino intensamente al fatto che dovranno morire, che amano le donne e amano mangiare, abbindolare gli altri con i palchi di corna sulla testa, ma che in questo istante vi sono dèi clementi e insaziabili che li stanno guardando, che respirano con la loro bocca, godono della loro gioia e si apprestano a gettarli con questa gioia contro quelle pareti, ritti in piedi, incerti della propria volontà ma sicuri delle loro mani, a disegnare grandi vacche rosse più ferite delle donne, come loro danzanti e allegre, braccate.

Non tutto, dunque, è governato da un ineluttabile fato che la coscienza collettiva estrasse a sorte in un attimo remoto.

Forse saranno Yvonne e il giovane maestro, questa volta, a dettare il loro destino a quelle mani intente a pittare di rosso la notte dei tempi.

La grande Beune - copertina

LA GRANDE BEUNE

Pierre Michon
Edizioni Adelphi

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