La Marcia di Radetzky

La Marcia di Radetzky

Joseph Roth, di origini ebraiche, nacque il 2 settembre 1894 a Brody, in Galizia, una regione, ai margini dell’impero Austro-Ungarico, corrispondente ai territori odierni che comprendono parte della Polonia e dell’Ucraina.

In quelle terre si mescolavano tra loro oltre alle genti autoctone anche quelle Tedesche ed Ebraiche.

Nel 1914 Joseph Roth si iscrisse all’Università di Vienna dove studiò letteratura tedesca e già dal 1915 iniziarono ad apparire suoi articoli su un quotidiano.

Nel 1916 fu arruolato nell’esercito dove prestò servizio come addetto stampa.

Pochi anni dopo incontrò Friederike Reichler che sposò nel 1922.

La Marcia di Radetzky - Joseph Roth
L’autore Joseph Roth

Si trasferì, quindi, a Berlino, città molto più vivace di Vienna e con testate giornalistiche che gli offrivano maggiori possibilità di carriera.

In questo periodo videro la luce i suoi primi romanzi che molto risentono del suo lavoro come giornalista. Ricordiamo tra tutti La tela del ragno che vede l’ascesa al potere d’un giovane fascista. Il riferimento al tentato colpo di stato da parte di Hitler è evidente.

Nel 1925 il Frankfurter Zeitung volle Joseph Roth come suo corrispondente parigino e, ricoprendo questa carica, l’autore galiziano avrà occasione di scrivere innumerevoli articoli, poi trasposti in forma di saggi o romanzi.

Durante il soggiorno in Francia, una forma di schizofrenia colpì sua moglie che morì, nel 1940, in manicomio. Questo, come si può immaginare, fu un evento che sconvolse la vita di Roth.

Visse i suoi ultimi anni in esilio a Parigi con una struggente nostalgia per il perduto impero Austro-Ungarico e con la lucida consapevolezza di quali orrori avrebbe portato il nazismo. Ormai irrimediabilmente alcolizzato si spense il 27 maggio 1939, all’età di 44 anni.

Del 1932 è La Marcia di Radetzky cui seguirà La Cripta dei Cappuccini.

L’Impero Austro-Ungarico, ambientazione prediletta dello scrittore Ebreo, ebbe inizio nel 1867 e terminò immediatamente dopo la prima guerra mondiale.

Comprendeva la quasi totalità dell’Europa Orientale. Era immenso, secondo come estensione soltanto alla Russia.

Non fu un Regno perfetto, ma introdusse importanti riforme, conducendo i suoi popoli a un benessere economico e sociale, mai conosciuto prima.

Basti pensare che, in quegli anni, Vienna passò dai 450.000 abitanti agli oltre 2.000.000, diventando quella capitale Europea che ora vive nel nostro immaginario collettivo.

Era la Vienna di Freud, di Schiele, di Klimt, di Schintzler.

Certo non mancavano profonde ingiustizie come, ad esempio, la repressione delle minoranze linguistiche e un ordinamento statale a dir poco anacronistico.

Insomma, un Impero dalle molte luci e dalle molte ombre di cui forse, però, la più oscura arriva dal futuro che giungerà dal suo crollo.

Varrebbe, infatti, la pena iniziare dall’ultima scena del secondo libro, La Cripta dei Cappuccini:

[…] la porta del caffè fu spalancata e sulla soglia apparve un giovane stranamente abbigliato. Portava gambali neri di cuoio, una camicia bianca e un tipo di berretto militare che mi faceva pensare insieme a un vaso da notte e a una caricatura dei nostri vecchi berretti austriaci […] disse: – Compatrioti! Il governo è caduto! Abbiamo un nuovo governo popolare tedesco! –

Il protagonista, ormai disinteressato a quanto avviene nel mondo, si domanda come mai tutti i suoi amici si apprestino ad alzarsi e a uscire dal locale. Chiama il cameriere, ma questi pare essere scomparso. Si rivolge, dunque, al proprietario ebreo che conosce sin dalla più tenera età, ma questi lo saluta tetramente annunciandogli che non si vedranno mai più:

L’ebreo gioviale Adolf Feldmann dalla barba d’argento, mi porse una massiccia croce uncinata di piombo e disse: – per ogni evenienza, signor Barone! [… ]

La Marcia di Radetzky - Copertina del 1932
Copertina dell’edizione del 1932 de La Marcia di Radetzky.

Bisogna, però, avvisare il lettore che La Marcia di Radetzy non è un romanzo storico. Sono taciuti, infatti, eventi fondamentali di quel periodo. È, piuttosto, la percezione che i protagonisti hanno del contesto in cui vivono. Nessuno di loro sembra avvedersi delle tante lotte che l’Impero Austro-Ungarico dovette affrontare durante la sua durata.

E ciò, da un punto di vista sociale e psicologico, riveste un’importanza ancora maggiore di quanto possa fare una storiografia propriamente detta.

Forse è proprio alla luce di quest’aspetto che le due opere di Roth ci fanno pienamente comprendere le istanze estetiche che caratterizzarono non soltanto la letteratura mitteleuropea, ma anche tutta quella in seguito nata dalle sue ceneri.

Neppure sono mai citati gli splendori di quella Vienna che rivoluzionò le arti, la letteratura, la scienza.

Non per niente le vicende si svolgono ai margini dell’Impero e sono narrate seguendo la famiglia dei von Trotta nell’arco di tre generazioni.

Si inizia con Joseph Trotta, di umili origini, che, durante la battaglia di Solferino salvò la vita all’imperatore Francesco Giuseppe. A seguito del fatto, venne insignito del titolo di Barone, dando, così luogo, alla giovane e piccola nobiltà dei von Trotta.

Si prosegue con suo figlio Franz, prefetto in una remota Moravia, e quindi col nipote Carl, ufficiale, per imposizione del genitore, prima di cavalleria e poi di fanteria nella lontana Galizia, patria dell’autore.

Il tratto distintivo che la famiglia von Trotta si tramanda di generazione in generazione è la totale incapacità di interloquire tra genitori e generati, unito a una sorta d’impossibilità a dimostrare affetti filiali o paterni.

Per i Trotta, sostanzialmente privi di fantasia e ligi a ideologie conservatrici, l’Impero appariva come qualcosa di immutabile, pressoché immortale.

Nell’opera di Joseph Roth non esistono sperimentalismi, si tratta d’una narrazione molto tradizionalista dove l’autore ipnotizza il fruitore con la sua immensa capacità affabulatrice.

In molte parti del romanzo, il ritmo con cui procede la narrazione è incalzante e scandito proprio come l’omonimo brano musicale di Johann Strauss.

Parate, adunate, sgargianti divise si succedono per tutto il racconto in un vortice in cui un senso dell’onore, del dovere e delle apparenze in pompa magna sfiora il grottesco.

Ovunque trionfa una ridicola severità.

La Marcia di Radetzky - La Cripta dei Cappuccini
Copertina di una vecchia edizione de La Cripta dei Cappuccini

Eppure, in queste descrizioni spesso parodistiche, si percepisce un’immensa mestizia da parte dell’autore.

Perché Roth, finito esule, descriveva e derideva un mondo che amava, che sentiva essere la sua patria.

Ciò ben lo si percepisce quando i toni cessano ogni ironia per penetrare nei tormenti che scuotono nel profondo gli animi dei personaggi.

Mirabili sono le descrizioni che ritraggono il rapporto, su cui, in realtà tutta la vicenda ruota, tra i due protagonisti Franz e Carl von Trotta.

Un padre e un figlio che si muovono all’insegna di rigidi convenevoli, inevitabilmente forieri d’una tragica inconsapevolezza ciascuno dell’identità dell’altro.

Sarà proprio questa reciproca non-conoscenza a creare un vuoto in cui precipiteranno le rispettive personalità.

Nessuna intimità tra Franz e Carl, nessuna confidenza, nessuno dei due confiderà all’altro neppure un solo segreto.

Anche perché non ne hanno o, meglio, credono di non averne.

Entrambi, hanno, infatti, consegnato la loro intera esistenza a un’etichetta rigidissima, dietro cui possono agevolmente nascondere i più naturali dubbi o tormenti.

Ogni trincea, però, è destinata ad essere espugnata. Da un nemico, dal tempo, dal dolore.

È quello che accadrà a loro due, quando, però, saranno lontani l’uno dall’altro.

Anche se poco si parla, appena qualche pagina all’inizio, dell’eroe di Solferino, Joseph, questi è perennemente presente tra le pagine del romanzo. Un suo grande ritratto, appeso nello studio di Franz, pare ricordare ai von Trotta che la memoria dell’intera famiglia sia dovuta a lui. Una memoria non solo da rispettare e a cui far riferimento, ma da assumere al posto della propria.

D’altra parte la benevolenza che l’Imperatore, riconoscente per aver avuto salva la vita, accorderà, sino alla fine, alla famiglia von Trotta nasce con il vecchio Joseph e sarà proprio Francesco Giuseppe, ormai vecchio, a ripulire la reputazione del giovanissimo Carl che ha contratto un enorme debito ai tavoli da gioco.

Sono davvero molti i personaggi di questa lunga storia a restare memorabili.

Ci piace ricordare, fra tutti, Max Demant, medico dell’esercito, intimo amico di Carl von Trotta e suo confidente nel periodo in cui questi si rende conto di non aver alcunché in comune col mondo militare.

Anche Max ha scelto quella vita solo perché non aveva sufficienti fondi per poter aprire uno studio privato e dedicarsi alla ricerca.

Timido, sensibile e profondo, Max è disprezzato dal sua bellissima e frivola moglie come lo è, in generale, dal mondo volgare che lo circonda.

Max andrà incontro a un tragico destino e, a osservare l’ultimo incontro tra i due amici, sarà un altro ritratto. Quello dell’Imperatore.

Un’effigie presente ovunque nel regno. In uffici, tribunali, luoghi privati e luoghi pubblici.

Come, appunto, nella taverna dove assistiamo all’accorato dialogo tra Carl e Max.

La Marcia di Radetzky - Joseph Roth e Stefan Zweig
Joseph Roth e Stefan Zweig.

Eppure, questa volta, il ritratto dell’Imperatore è stato spostato, significativamente, dalla sala principale, alla cucina.

Nell’ombra verdognola che il paralume disegnava sulle pareti della cucina intonacate di bianco, affiorò il noto ritratto del Comandante supremo delle forze armate in uniforme candida, in mezzo a due gigantesche padelle di rame rossiccio. L’abito bianco dell’imperatore era punteggiato da infinite tracce di mosche, come crivellato da una gragnuola di minuscoli pallini, e gli occhi di Francesco Giuseppe Primo, senza dubbio dipinti anche in questo ritratto nel solito azzurro porcellana, si erano spenti nell’ombra del paralume.

Alla stessa maniera ci affascinerà la figura di Wally von Taussig, fascinosa femme fatale che diventerà l’amante del giovane e inesperto Carl il quale, ormai, definitivamente disgustato dalla sua divisa, è preda dell’alcool e del gioco.

Proprio questa donna, che sembrerebbe rappresentare la frivolezza personificata, alla fine della guerra, presterà servizio come infermiera in un manicomio dove, per evitare spoiler, non diremo chi vi è ricoverato.

Commovente la figura di Jean, il fedele servitore di Franz von Trotta, che mai avrebbe immaginato quale fondamentale punto di riferimento fosse per il suo Signor Prefetto. L’alto funzionario, rimasto solo per un susseguirsi di tragiche vicende, prende infine coscienza di un sé celato per tutta la vita. E ne è annichilito. Ha attraversato la sua intera esistenza come fosse un sogno. Lo stesso sogno infranto dell’Impero.

Molto interessante e arguto è il venditore di caldarroste, coprotagonista, insieme al Barone  Trotta, ma di un altro ramo della famiglia, ne La Cripta dei Cappuccini.

Questi è un uomo abituato a girare l’intero regno per vendere castagne e mele cotte e che, a guerra terminata, a Impero caduto, sarà, invece, costretto a mostrare un passaporto per muoversi nei territori che fino a pochissimo tempo prima erano un’unica grande patria.

Da questa immensa nostalgia per un mondo perduto, da questa sarabanda d’ebrei profetizzanti, fastose processioni cristiane, visioni d’alcolizzati Ucraini e Polacchi, da tutto ciò prenderanno il via le suggestioni  che ancor oggi caratterizzano la letteratura dell’Est Europa.

La Marcia di Radetzky - Copertina

LA MARCIA DI REDETZKY

Joseph Roth
Edizioni Adelphi

La Cripta dei Cappuccini - Copertina

LA CRIPTA DEI CAPPUCCINI

Joseph Roth
Edizioni Adelphi

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *