La notte

La notte

Ci eravamo ripromessi di non recensire libri che raccontassero gli orrori avvenuti nei campi nazisti ai danni degli Ebrei.

Sono opere che parlano da sole.

Certo è possibile intervenire analizzando le scelte linguistiche e strutturali che questo o quell’autore ha preferito applicare.

Il tema trattato, tuttavia, è talmente spaventoso che, inevitabilmente, qualsiasi intento estetico cade in secondo piano.

Pertanto, in questa recensione, abbiamo preferito presentarvi l’opera di Elie Wiesel cedendo la parola all’autore stesso, con brani tratti dal romanzo, e intervenendo il meno possibile.

L’eccezione, da noi operata, è in onore di Elie Wiesel, tra pochi giorni, infatti, sarà l’anniversario della sua nascita.

È, inoltre, una buona occasione per presentarvi La Giuntina, casa editrice di piccole dimensioni che, però, può vantare innumerevoli meriti tra cui quello d’aver pubblicato, per prima, in Italia, l’ormai leggendario Abraham Yehoshua.

La notte - Elie Wiesel
L’autore Elie Wiesel

Elie Wiesel, nato a Sighetu Marmației (Romania) il 30 settembre 1928 – e deceduto a New York il 2 luglio 2016, è stato un superstite di Auschwitz, Buna e Buchenwald.

Scrittore, filosofo e attivista per i diritti umani, fu insignito del premio Nobel per la pace nel 1986.

Al suo attivo si contano 57 libri.

La notte, forse il suo lavoro più conosciuto, è il romanzo di cui parleremo.

A impreziosire ulteriormente questo volume, vi è la splendida introduzione di François Mauriac, di cui Wiesel fu pupillo.

L’opera, tragicamente autobiografica, inizia descrivendo la tranquilla comunità ebraica di Sighet che molto ci ricorda le atmosfere cantate da Danilo Kiš, anche lui Ebreo, anche lui proveniente dall’Europa dell’est e anche lui figlio d’un uomo distrutto dalla furia dell’Olocausto.

A Sighet gli Israeliti vivono in armonia con i Rumeni e nessun Ebreo teme, neppure lontanamente, che i nazisti possano sfiorarlo.

È il 1944.

I tedeschi iniziano a subire pesanti sconfitte, la guerra sembra volgere al termine.

Elie è un ragazzino che ripone un’immensa fede nella sua religione e che, con grande fervore, si pone a studiare i più complessi testi sacri.

Ha un padre, una madre e tre sorelle: Hilda, Bea e Judith.

Improvvisamente iniziano le prime limitazioni inflitte al popolo ebraico, compreso l’obbligo di portare la stella gialla in bella mostra. La cosa viene minimizzata. Il padre di Elie afferma:

– La stella gialla? Ebbene? Non se ne muore…

 Provvedimenti e divieti, però, continuano:

Non avevamo più il diritto di entrare nei ristoranti, nei caffè, di viaggiare in treno, di recarci alla sinagoga, di uscire per le strade dopo le 18.

Ancora, tuttavia, si dà poca importanza a questo tipo di vessazioni.

Tutti pensano che è solo una mossa politica, da parte del governo, per evitare uno scontro diretto con la Germania, ormai condannata alla disfatta.

Improvvisamente, contro le previsioni di tutti, i nazisti entrano in Sighet.

Gli ebrei vengono caricati su carri bestiame e condotti nei campi di concentramento.

Già qui assistiamo alle prime portate di quel pasto d’orrore che verrà consumato, in tutta la sua crudeltà, non appena i prigionieri giungeranno a destinazione.

La notte - Elie Wiesel a 15 anni
Elie Wiesel a 15 anni, alla fine del 1943 o nella primavera del 1944, all’epoca dei fatti riportati in “La notte”. Fonte: Chicago Public Library. Autore: Elie Wiesel. Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Unported

Ammassati, senza acqua, senza cibo e costretti ad espellere i loro escrementi all’interno dei vagoni, alcuni dei deportati iniziano a impazzire.

La terza notte, mentre dormivamo seduti l’uno contro l’altro e qualcuno in piedi, un grido acuto squarciò il silenzio:

– Un fuoco! Vedo un fuoco! Vedo un fuoco!

Seguì un istante di panico. Chi aveva gridato? Era stata la signora Schächter. In mezzo al carro, al pallido chiarore che proveniva dalle finestre, assomigliava a un albero secco in un campo di grano. Col braccio indicava la finestra, urlando:

– Guardate! Oh, guardate! Quel fuoco! Un fuoco terribile! Abbiate pietà di me! “Quel fuoco!”

Degli uomini si attaccarono alle sbarre. Non c’era nulla, eccetto la notte. 

Ma quella della Signora Schächter non è follia. È la visione d’un profeta. Le fiamme, il fumo, la cenere: i forni crematori.

Dopo un viaggio lunghissimo la famiglia di Elie giunge a destinazione.

Vengono separati.

Gli uomini da una parte, le donne dall’altra.

Elie resta col padre.

E con lui condividerà un lungo, inaudito martirio.

Continue percosse, assenza di cibo, visioni di bimbi massacrati, torture gratuite, sbrigative esecuzioni.

E la minaccia, sempre presente, di quegli appelli quotidiani atti a eliminare per sempre il maggior numero possibile di deportati.

I troppo vecchi, i troppo giovani, i troppo malati, i troppo deboli finiscono nei forni.

Fingere salute in quell’aura d’osceno terrore per non morire.

E poi la colpa.

La colpa di restare vivi aggrappandosi a una buccia di patata che, forse, avrebbe concesso qualche minuto di vita in più a quel compagno meno forte.

Magari a tuo padre.

Elie Wiesel non si dilunga, fatte rare eccezioni, in descrizioni particolarmente accurate, non indugia a dipingere, con dovizia di particolari, l’orrore in cui è precipitato.

Preferisce pochi tratti essenziali, rapide frasi raggelanti che s’imprimono nella memoria come immensi e veloci gesti, figli delle tenebre più oscure.

Ci avvicinammo a poco a poco alla fossa da cui proveniva un calore infernale. Ancora venti passi. Se volevo darmi la morte, questo era il momento. La nostra colonna non aveva da fare più che una quindicina di passi. Io mi mordevo le labbra perché mio padre non sentisse il tremito delle mie mascelle. Ancora dieci passi. Otto. Sette. Marciavamo lentamente, come dietro un carro funebre, seguendo il nostro funerale.

 

Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.

Mai dimenticherò quel fumo.

Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.

Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede.

Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.

Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.

Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.

Qui, invece, descrive l’impiccagione di tre detenuti.

Tra loro un bambino di tredici anni.

Gli altri prigionieri sono costretti ad assistere all’esecuzione e poi a fermarsi per guardare i cadaveri penzoloni:

Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora…

Più di una mezz’ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.

Dietro di me udii il solito uomo domandare:

– Dov’è dunque Dio?

E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:

– Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…

La notte - Casa natale di Elie Wiesel
Casa natale di Elie Wiesel a Sighetu Marmaţiei, Romania

Ho avuto occasione d’incontrare diversi Ebrei scampati ai campi. Molti di loro non raccontavano a parole. Quando l’argomento veniva toccato il loro sguardo si chiudeva in un silenzio improvviso che neppure sembrava più appartenere al mondo dei vivi.

E, trovo, che perfino Wiesel spesso cada in questo mutismo.

Poche righe per raccontare la sua separazione dalla mamma e dalle sorelle che non rivedrà mai più.

Silenzio assoluto sul tipo di torture subite.

Silenzio sull’aspetto degli aguzzini.

Silenzio sugli esperimenti di Mengele che pur è citato nel romanzo.

Ma è proprio grazie a queste omissioni che l’autore ci dice ogni cosa.

A ogni paragrafo, forse eccitati da morbosa curiosità, vorremmo sapere di più, invece Wiesel ci lascia a bocca asciutta, lasciando che le nostre domande continuino a perdurare, come un’eco, nell’infinita cassa di risonanza della coscienza.

La notte è anche, incredibilmente, un omaggio d’amore.

L’affetto indistruttibile tra un quindicenne e suo padre che si sostengono fino allo stremo delle forze, sacrificandosi, in una girandola demoniaca, l’un per l’altro.

Sono il passato e il futuro che si stringono forte per vincere un’inaccettabile presente.

Ma che, poi, quali tempi a venire potranno mai esserci per chi, da quell’inferno è uscito?

Ricordo un Ebreo scampato che disse: non è vero che la vita continua. La vita finisce. Poi ne inizia un’altra. Con un te completamente diverso. Ma la vita, la vita di prima, è finita per sempre.

La notte - copertina

LA NOTTE

Elie Wiesel
Editore La Giuntina

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