La panne

La panne

La panne, recita il dizionario, è un sostantivo di origine francese e di genere femminile che indica un guasto improvviso, il momentaneo arresto del motore di un veicolo che determina una sosta forzata, rendendo impossibile la prosecuzione della marcia.

A finire in panne, un tal giorno, su una delle principali arterie del Paese, è una appariscente Studebaker, una vettura invidiata da molti che, però, all’improvviso, lascia Alfredo Traps, di professione rappresentante di commercio di prodotti tessili, titolare, in esclusiva, dell’Efestion, il re dei tessuti sintetici, come si suol dire in mezzo a una strada.

Il responso del meccanico non lascia adito a dubbi. Il problema riguarda l’alimentazione e, prima dell’indomani non c’è possibilità alcuna di ripararlo. Insomma il destino in mano a un meccanico, «d’altra parte siamo alla mercé dei meccanici come i nostri antenati erano alla mercé dei predoni e, ancor prima, delle divinità locali e dei demoni.»

Così ha inizio La panne, romanzo breve dato alle stampe nel 1956 dal poliedrico Friedrich Dürrenmatt, scrittore, drammaturgo, nonché pittore, originario di Stalden im Emmental, frazione del comune svizzero di Konolfingen, nel Cantone di Berna.

Friedrich Dürrenmatt
L’autore Friedrich Dürrenmatt.
Foto di Elke Wetzig su licenza Creative Commons

L’improvviso guasto della sua Studebaker obbliga Tramps a prendere una decisione e anche nel minor tempo possibile. Le opzioni sul campo sono due: tornare a casa con il treno, raggiungendo a piedi la stazione dei treni che però dista mezz’ora a piedi, oppure pernottare in paese.

Due ipotesi antitetiche, quasi dicotomiche, un confronto decisamente impari che vede contrapporsi una noiosa quotidianità a una stimolante imponderabilità, resa allentante dalla «speranza d’una qualche avventura, perché a volte nei villaggi c’erano ragazze – come recentemente a Grossbiestringen – che sapevano apprezzare i rappresentanti di articoli tessili.»

Tramps, senza pensarci troppo, ringalluzzito dalla possibilità di una serata alternativa, certamente ben diversa da quella che avrebbe vissuto tornando a casa dalla moglie e dai quattro figli, sceglie di rimanere, incamminandosi verso una villa, presso la quale, con buona probabilità, stando almeno a quanto riferitogli da alcuni allevatori, potrebbe trovare ospitalità.

Ma in quella grande villa con in muri di un bianco accecante, il tetto a terrazza e gli avvolgibili verdi, Tramps non vivrà una notte di fugace passione ma assaporerà, pur sempre, una esperienza irripetibile, gustando il senso della autenticità della vita, possibile, però, solo a patto di realizzare «le grandi idee di giustizia, di colpa ed espiazione.»

Proprio il tema della giustizia, in tutte le sue declinazioni, è al centro di questo piccolo scritto, poco meno di novanta pagine. Si tratta di un argomento da sempre caro a Dürrenmatt, autore di cui il grande Simenon, dopo aver letto il bellissimo, Il giudice e il suo boia, anch’esso incentrato sul tema della giustizia, ebbe a dire: «non so che età abbia l’autore. Se è alla sua prima prova, credo che farà strada.»

Alfredo Tramps è, come lui stesso tiene a sottolineare, uno di quelli che viene dalla gavetta, con nessun studio alle spalle, uno che ha potuto frequentare solo le scuole elementari e che prima di diventare rappresentante di prodotti tessili, ha fatto il venditore ambulante, un lavoro duro, scandito da interminabili scarpinate, da notti passate a dormire nei fienili o in locande di dubbia fama.

Ma in quella villa, mezza nascosta tra abeti, faggi e cespugli, Tramps oltre a trovare l’agognata ospitalità, finirà al centro di un gioco singolare, un curioso diversivo messo in piedi da un ex giudice, il lillipuziano padrone di casa, da un ex pubblico ministero, il signor Zorm e da un ex avvocato, il signor Kummer, tre arzilli vecchietti a cui si aggiunge il signor Pillet, il più “giovane” della comitiva, con i suoi settantasette anni, prima della meritata pensione, il boia del paese.

Questi quattro attempati signori, ben diversi dai quei quattro pensionati, mezzo avvelenati al tavolino cantati da De Andrè nella struggente La città vecchia, sono degli indomiti crapuloni che, per puro diletto, per ammazzare il tedio della pensione, la sera tornano alle professioni d’un tempo, rifacendo dei celebri processi, portando alla sbarra imputati del calibro di Socrate, Giovanna d’Arco, Dreyfus e, persino, Gesù.

Ma il divertimento è maggiore se l’imputato da giudicare è in carne ed ossa, un’eventualità che, quando si profila, non è possibile farsi scappare.

E il giovane Tramps giunge a proposito, l’imputato perfetto per quegli strambi vegliardi che, nelle loro azzimate finanziere, assomigliano a immensi corvi, pigramente assisi nel vasto salotto con i mobili in vimini e le tendine leggere.

La panne - La più bella serata della mia vita
La locandina del film “La più bella serata della mia vita”. 1972. Diretto da Ettore Scola e interpretato da Alberto Sordi.

Nel corso di una luculliana cena, dove squisiti cibi vengono serviti dalla silenziosa Simonetta, innaffiati da vini pregiati, opportunamente stappati per compiacere l’inatteso ospite, ecco prendere vita il processo che vede imputato Alfredo Tramps, un piccolo borghese dalla vita normale, privo di una colpa specifica, eccezion fatta per qualche rara avventura extraconiugale.

Tramps, infatti, non ha commesso alcun reato, ancor meno un delitto ma non è un problema perché, come lo rassicurano quei quattro crapuloni, un reato si finisce sempre per trovarlo, prima o poi, basta scovarlo.

In un’atmosfera che non avrebbe sfigurato sul set della Grande abbuffata di Marco Ferreri, quell’insolito processo prende vita e Tramps, assuefatto dalla bontà delle libagioni e dall’entusiasmo di quei vecchioni, senza volerlo, si fa trascinare nel vortice di uno strano gioco in cui si entra da innocenti, salvo, però, trovarsi, in corso d’opera, imputati per una colpa di cui si ignorava, fino a poco prima, perfino l’esistenza.

Con una prosa pittorica, degna di un artista fiammingo, Dürrenmatt dipinge con tocco deciso e compiaciuto i suoi protagonisti, il minuscolo giudice, il pingue Pillet, il diafano Zorm, con il monocolo incastrato nell’orbita sinistra, perfetto contraltare al pince-nez dorato che fa bella mostra di sé sull’avvinazzato naso dell’avvocato Kummer. Una teoria di coloriti personaggi che non avrebbero sfigurato in una tela di Quentin Metsijs, in cui grottesco e reale si sfidano inesorabilmente.

Tramps, a differenza di Josef K. di kafkiana memoria, dopo un’iniziale esitazione sta al gioco, entusiasmandosi per quella colpa che l’abile pubblico ministero gli cuce addosso, una veste che, dopo un primissimo impaccio, indossa con naturalezza, guardandosi narcisisticamente in uno specchio che riflette, ora, una vita insolitamente eccitante, fatta di curve imprevedibili da affrontare correndo.

Grazie a un provvidenziale guasto della sua bella auto e quattro attempati signori, Tramps può vivere l’attimo di quella che crede una vita autentica, scintilla alimentata dal fascino oscuro della colpa, dalla inconfessabile bramosia dell’illegalità.

In un climax sillabato dall’alternarsi di succulenti cibi, vini altisonanti e brocardi citati ad arte in un’indomita sfida tra accusa e difesa, ecco che implacabile giunge la sentenza, trepidamente attesa da un commosso Tramps, degna conclusione di un singolare gioco che vede protagonista «una giustizia che sogghignava da quattro facce incartapecorite, si rispecchiava nel monocolo di un vecchio pubblico ministero e nel pince-nez di un pingue difensore, ridacchiava dalla bocca sdentata di un giudice brillo e già un po’ farfugliante, splendeva rossa sulla testa calva d’un boia dimissionato.»

Nel 1972 La panne ispirò il film di Ettore Scola, La più bella serata della mia vita con Alberto Sordi nelle vesti del rappresentante di tessuti che nella rivisitazione cinematografica, assume gli italici tratti di Alfredo Rossi, romano di nascita ma milanese di adozione.

Il finale del libro di Dürrenmatt, ben più bello, non ce ne voglia Ettore Scola, di quello del film, è la summa di questo piccolo gioiellino letterario che ai bordi di una tavola riccamente imbandita, ripropone l’atavica questione sul rapporto fra verità vera e verità processuale, confine sottile fra un’oggettiva realtà e un’artificiosa ricostruzione dei fatti, perché, in fin dei conti, come ferocemente riassunto dall’avvocato difensore:

la via della colpa all’innocenza è sì difficile ma non impossibile, mentre è un’impresa disperata voler conservare la propria innocenza, e il risultato non può che essere disastroso.

La panne - Copertina

LA PANNE

Friedrich Dürrenmatt
Edizioni Adelphi

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