La signora Teresa

La signora Teresa

Nel suo delizioso libro dal titolo La signora Teresa il famoso giornalista e vignettista satirico Giovanni Mosca ci conduce con giocosa malinconia lungo tutta la sua vita, a partire dalla Roma affettuosa e paesana dove ebbe il privilegio di vivere un’infanzia felice e ricca di magie, anche se la madre era morta nel darlo alla luce. Conosciamo così un’Italia che non c’è più, attenta e rigorosa, nella quale, come accadde al padre di Mosca, si rischiava di venir licenziati se si veniva sospettati di condurre una vita dissoluta:

Non possedendo un cappotto decente, si recava all’ufficio indossando un pipistrello, eredità paterna, acquistato con pochi soldi, di carnevale, in una bottega d’abiti usati e insieme ad esso, ch’era un soprabito nero usato dai viveurs, a più mantelline, foderato di rosso scarlatto, una tuba. Chi lo vedeva, alle otto di mattina, presentarsi così bardato al ministero, non poteva non pensare a una notte d’orgia.

Era, quell’Italia, un luogo che da qui, oggi, appare quasi fatato e che l’autore descrive con la medesima divertita tenerezza con la quale si ricordano le favole che ci hanno fatto sognare da bambini. È un libro da leggere con piacere e tutto d’un fiato, quindi, nel quale trovano posto pagine che ti rimettono al mondo anche quando è lunedì, piove, e il sole pare definitivamente scomparso. È ricco infatti di una sostanza preziosa e sempre più rara, quel sentimento luminoso – proprio sentimento, niente da spartire con certo sentimentalismo – che presto si rivela al lettore per ciò che realmente è: amore autentico verso la vita e tutto quanto vi accade.

Scrivevo piccoli racconti dei quali ero l’unico lettore, ma Filiberto Scarpelli mi procurò la gioia di vederli pubblicati. Dire gioia è poco. Provai qualche cosa che sulle prime mi tolse il respiro e m’accelerò il batter del cuore, poi mi prese, mi portò via da Piazza Firenze e depostomi in un luogo molto alto, del quale non serbo memoria, mi fece sentire in perfetta sintonia con il creato, le foreste, i mari, i giardini, il suono delle campane, il volo dei gabbiani.

La signora Teresa - Giovanni Mosca con i figli
l’autore Giovanni Mosca con i figli Maurizio e Paolo.

Se ne rimane conquistati, soprattutto perché l’ironia che pervade ogni pagina non è mai graffiante o distruttiva, vuole soltanto descrivere, senza retorica, certe tensioni, certe angosce sociali, ma sempre attraverso quella sorridente visione della vita che è il tratto distintivo di Mosca. Un’ironia gentile, dunque, anche se, certo, qua e là ogni tanto traspare una vena di tristezza quando l’autore descrive la strada in salita che deve imboccare chi cerca di rimanere fedele a se stesso e alla propria autonomia intellettuale ed etica:

Ho passato la mia vita a esercitare questo mestiere: i più che vent’anni di regime fascista e i trent’anni abbondanti di regime antifascista. Cosa tutt’altro che allegra. Si finisce col diventare dei solitari.

E più avanti aggiunge:

…non esiste dittatura che non guardi con diffidenza all’umorismo.

Eppure, lo spirito trasgressivo del famoso giornale satirico Marc’Aurelio, con il quale Mosca collaborò, venne apprezzato addirittura da Galeazzo Ciano, che procurò lavoro a molti intellettuali cui il dissenso era costato la disoccupazione. E Mosca:

Più tardi, naturalmente, nessuno gliene fu grato.

Era quella l’epoca del giornalismo vero, vissuto con passione travolgente – se poi fossero arrivati anche i soldi, nessuno se ne sarebbe dispiaciuto – anni felici nei quali la carriera di Mosca cominciò a spiccare il volo e insieme comparve nella sua vita Teresa, una maestra che insegnava nella stessa scuola elementare dove lui prestava servizio. Fu un incontro folgorante.

Io non credo agli incontri casuali. Dipendesse da questi l’amore sarebbe ben misera cosa. Dagli incontri casuali nascono gli amori presunti, che, poi, tutti finiscono male. Credo nell’amore, spirito del mondo, che determina gli incontri. Li prepara con una cura, una pazienza, una precisione inimmaginabili. Dall’una e dall’altra parte s’impiegano anni a percorrere gli itinerari che poi, come due corsi d’una stessa acqua, un giorno naturalmente dovranno convergere.

Fu l’incontro del destino, quello che può curare e forse guarire tutte le ferite che la vita infligge. Entrambi amavano nell’altro il bambino che era stato, quelle fragilità che l’età non cancella, ma rende semmai più evidenti. Teresa aveva vissuto un’infanzia molto difficile e Mosca s’incaricò di risarcirla di tutto il suo dolore, così come Teresa accettò – e fu per tutta la vita, non soltanto sull’altare – l’incapacità del suo uomo di adeguarsi alle regole, dire di sì, abbassare la testa e rinnegare se stesso. Continuò a comprendere anche quando, con quattro figli da allevare, quell’accettazione perse ogni aura romantica e si rivelò un pericoloso azzardo.

Abbiamo vissuto, lei, implacabile con le sue verità, io, ostinato nel respingerle o nell’accettarle solo quand’era troppo tardi, la qual cosa avrebbe dovuto dividerci e ciascuno riprendere la propria strada, invece ancora adesso camminiamo insieme, sempre più vicini, io grato a lei d’avermi sempre, in virtù d’un suo straordinario intuito, consigliato per il meglio, lei grata a me per non aver mai praticato quell’obbedienza propria del bravo marito sottomesso, privo di personalità e mancante del prezioso dono di sbagliare ch’ella, presto o tardi, vinta dalla noia, avrebbe finito con l’abbandonare.

La signora Teresa - Vignetta
Una delle vignette caratterizzate dall’inconfondibile tratto di Giovanni Mosca.

Non più a Roma, ma in una Milano ancora quasi campestre, nacque poi un altro giornale satirico, il Bertoldo, fondato da Mosca insieme a Metz, frutto del loro talento e del lavoro di una redazione eccezionale, della quale fecero parte, tra gli altri, Walter Molino, Guareschi, Marotta, Marcello Marchesi: autori di una satira che deliziava anche i gerarchi, almeno fino a quando Mosca viene informato che, sì, era vero, il duce rideva, però cominciava a digrignare minacciosamente i denti.

E poi arrivò il lusinghiero invito a collaborare con il Corriere. E scoppiò la guerra, e Mosca, a causa delle sue idee conobbe anche la prigione, e arrivò il secondo dopoguerra durante il quale continuò a lavorare, scrivere e produrre vignette, ma i tempi erano drammaticamente cambiati. Non c’era più spazio per i sogni. La sua personale visione dell’esistenza rimaneva affettuosa, ma veniva ormai attraversata da una serpeggiante amarezza, anche se altre figure importanti – Renato Simoni Orio Vergani, Mario Missiroli, Dino Buzzati – fecero il loro ingresso lungo il percorso, ognuno portatore di nuove lezioni di cui fare tesoro, ognuno un prezioso compagno di strada, tutti coinvolti nella grande corsa dell’appassionata esistenza di Giovanni Mosca. Si arriva alle ultime pagine del libro quasi inavvertitamente, e con dispiacere, grazie alla levità di una narrazione che fino a lì ti ha condotto gentilmente per mano.

Giovanni Mosca – giornalista, scrittore vignettista – nacque a Roma il 14 luglio del 1908. Fu maestro elementare, ma scriveva articoli per numerose testate, incluso il giornale satirico Marc’Aurelio. Insieme a Giovanni Guareschi e a Vittorio Metz fu chiamato da Rizzoli a far parte del team del nuovo settimanale di satira “Bertoldo”, Nel 1945 fondò insieme a Guareschi il “Candido”, che abbandonò poi per contrasti di opinioni e di visioni politiche. Fu direttore di diversi giornali: “Settegiorni” (che lasciò dopo l’8 settembre del 1943), “Il Tempo di Milano” e il mitico “Corriere dei piccoli”. Fu critico teatrale del “Corriere d’Informazione” e collaborò al “Corriere della Sera” con le sue celebrate vignette (raccolte in volumi da Rizzoli). Scrisse alcune commedie e diversi romanzi, tra i quali Ricordi di scuola (1940) ispirato all’insegnamento elementare, Non è ver che sia la morte (1941), La lega degli onesti (1943), Questi nostri figli (1951), I ragazzi di Villa Borghese (1954) e Diario di un padre (1961), sempre in bilico tra umorismo e sentimento. Ancora con Rizzoli pubblicò: La storia d’Italia in 200 vignette (1975), La storia del mondo in 200 vignette (1975), La signora Teresa (1977) e Il nuovo galateo (1980). Fu un ottimo traduttore di Orazio e dei “Dialoghi” di Luciano. Morì a Milano nel 1983.

Era il padre dei noti giornalisti televisivi e della carta stampata Benedetto, Maurizio e Paolo Mosca.

La signora Teresa - Copertina

LA SIGNORA TERESA

Giovanni Mosca
Rizzoli Editore

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