Le con d’Irène

Le con d'Irène

Louis Aragon Nacque nel 1897 a Parigi dove morì nel 1982.

Il grande autore francese non ebbe infanzia facile. Suo padre, il diplomatico Louis Andrieux, non volle riconoscerlo e il piccolo Louis fu fatto passare per il figlio adottivo della nonna materna. Ritroviamo questo dolore, che Aragon custodì in sé per tutta la vita, nella raccolta di Poesie Domaine Privé.

Durante la prima guerra mondiale prestò servizio come Medico, guerra che, comunque, in qualità di giornalista osteggiò con tutte le sue forze.

Fu uno dei più prestigiosi fondatori del movimento surrealista e, alcuni anni dopo, aderì al partito comunista francese cui rimarrà fedele fino alla morte.

Nel 1939 sposò Elsa Triolet, sorella di quella Lilya Brik grande amore di Majakovskij.

Louis Aragon fece parte del leggendario gruppo di Poeti che, durante la seconda guerra mondiale, si schierò a favore della Resistenza.

Concluderà la sua vita con un colpo di scena: alla morte della moglie, avvenuta nel 1970, dichiarerà pubblicamente la propria omosessualità.

Il 1928, anno in cui fu pubblicato Le con d’Irène, appartenne a un periodo che rimase mitico nella storia dell’editoria e della letteratura francese. Sempre di Aragon, nel 1929, apparvero Traité du style, La grand gaité, Nadja e Introduction au discours sur le peu de réalité.

Dello stesso anno, di Breton, è Le second manifeste du Surréalisme, di Eluard L’amour la Poésie e di Benjamin Perret Le Grand Jeu.

Le con d’Irène fu uno dei libri più ammantati di mistero e ricco di vicissitudini che il mondo letterario abbia mai visto.

Nella sua prima edizione venne pubblicato clandestinamente e con autore anonimo. Il pregiato volume era arricchito con illustrazioni di André Masson, uno dei più grandi pittori surrealisti in circolazione.

Destinato a un pubblico d’intenditori, non circolò molto nei mercati ufficiali.

Molto più tardi, nel 1953, vide la luce una ristampa.

Quindi si dovette attendere il 1962 perché fosse disponibile di nuovo, seppure in copie limitate, in librerie e biblioteche.

Le con d'Irène - Louis Aragon
L’autore Louis Aragon

Ma fu soltanto nel 1969 che l’opera uscì dalla clandestinità e firmata con lo pseudonimo di Albert di Routisie. È facile immaginare come, in quegli anni, un romanzo con tal titolo suscitasse non poco scalpore tra la media borghesia. Non doveva essere cosa semplice avvicinarsi a una libraia o a una bibliotecaria e domandare : scusi, ha la fica d’Irène? Oppure: mi dà la fica d’Irène? Neppure osiamo immaginare cosa sarebbe accaduto se detta libraia o bibliotecaria si fosse effettivamente chiamata Irène, nome proprio, peraltro, molto comune in Francia.

Non crediamo, a dire il vero, che oggi le cose sarebbero molto diverse. A quel bigotto moralismo, di stampo religioso e all’insegna del peccato, se n’è sostituito un altro. Quello che soggiace nell’ipocrisia, madre del politicamente corretto. Come minimo, infatti, a una richiesta del genere, saremmo tacciati di sessismo, Aragon messo alla gogna come maschilista e le sue intenzioni processate su Chi l’ha visto.

In ogni caso, perché questo splendido lavoro potesse circolare davvero liberamente, si dovrà attendere il 1983, un anno dopo la morte dello stesso autore.

Dalla prima pubblicazione all’ultima e definitiva, si affannarono, a vario titolo, le personalità più in vista della cultura francese. Andrè Masson, Hans Bellmer, Pascal Pia, Jean-Jacques Pauvert, Régine Deforges, André Pieyre de Mandiargues. E solo per citare i più noti. Albert Camus lo definì il massimo capolavoro della letteratura erotica.

Tutto ciò perché fu molto più che un romanzo da ascriversi nell’ambito esclusivo della letteratura di genere.

La forza espressiva, la capacità d’unire, in meraviglioso sincretismo, aspetti realistici e altri del tutto onirici, è semplicemente magistrale.

L’altissimo tratto lirico, con metafore che non smettono mai di sorprenderci, lo ha fatto definire da molti “novella in versi”.

Ci si stupisce, quindi, come sia possibile che Louis Aragon abbia sempre rifiutato, malgrado le inconfutabili prove, di attribuirsene la paternità.

Qualcuno avanza l’ipotesi che, essendo l’autore uno dei massimi portavoce del comunismo francese, avrebbe urtato, con un libro tanto licenzioso, la sensibilità di quel famoso “moralismo rivoluzionario”, in auge all’epoca.

Si sarebbe, inoltre, attirato le antipatie della borghesia bigotta.

Sono tesi che, francamente, non ci convincono, soprattutto considerando la personalità dell’autore.

Temiamo che il vero motivo di questo disconoscimento resterà per sempre un mistero.

Notoriamente questo grande autore francese è sempre altamente autobiografico. Non a caso disse: “Non credo si possa comprendere nulla di me se non si datano i miei pensieri o i miei scritti“.

Ebbene, Le con d’Irène fu partorito durante un soggiorno del poeta a Commercy, cittadina che nel romanzo viene indicata con la sola lettera iniziale. Ospite presso un suo zio, lo scrittore visse in questi luoghi un’ossessionante storia d’amore.

La trama

Il protagonista, per problemi personali, ascrivibili a denaro e a una naufragata storia d’amore, si ritira in provincia presso dei parenti.

Qui la noia è pressoché insopportabile.

Le con d'Irène - prima edizione
Copertina della prima edizione di Le con d’Irène

La cittadina è scarna, arcigna e popolata più da pettegolezzi che da abitanti.

Alcuni squallidi bistrò sono gli unici luoghi di ritrovo.

Quasi gli unici.

Esiste, infatti, anche un bordello in cui il protagonista, sia per uggia che per placare irrefrenabili impulsi, si reca.

Non meno squallida della cittadina si presenta la casa di piacere. Le prostitute lasciano piuttosto a desiderare, non certamente belle, ostentano una marcata sciattezza.

Ne incontreremo soltanto una, osservata da uno spioncino, con un incantevole e invitante corpo. È, costei, una vera e propria ninfomane. Disprezzata perfino dalle colleghe, si intrattiene con tre uomini alla volta. Addirittura, quando non lavora, passa il tempo a masturbarsi.

Stanco anche di questi divertimenti e sempre più posseduto dalla noia, il nostro eroe inizia a ripercorrere il proprio passato.

Gli si profila in mente, quindi, la figura della donna, oggetto e soggetto di quella passione travolgente, che lo ha letteralmente devastato.

La scena della narrazione si sposta, allora, piuttosto bruscamente, a osservare l’infanzia d’Irène che gravita intorno alla figura di suo nonno.

Costui, colpito molti anni prima dalla sifilide, è paralizzato da decenni su una sedia a rotelle. L’uomo, nel tempo, vede morire la moglie, quindi crescere sua figlia e diventar adulta Irène.

Nei confronti di tutte e tre le donne, con marcatissimo accento incestuoso, il vecchio, a cui l’apparato genitale non ha mai smesso di funzionare, prova un’attrazione irresistibile. Ma non può muoversi, non può parlare. Non può fare nulla se non bramare follemente. Si trasforma, così, nell’incarnazione dell’essenza più astratta del desiderare.

Lo stile

Il romanzo presenta un patto narrativo estremamente raffinato e indagarlo in queste poche righe risulta davvero limitante.

Teniamo, però, a indicare una frase, proferita dal protagonista, che ci fornisce una chiave interpretativa molto precisa:

Io per esempio non penso mai senza scrivere, voglio dire cioè che scrivere è il mio modo di pensare. Per il resto del tempo, non scrivendo, non ho che un barlume di pensiero, una specie di imitazione di me stesso, come un ricordo di quel che è.

Occorrerebbe un intero volume per sviscerare quest’unico breve periodo.

Noi ci limiteremo a sottolineare come il protagonista stia dichiarando che ogni sua azione, ogni sua esperienza, ogni suo desiderio viene esercitato in uno dei tanti mondi possibili offerti dalla dimensione del pensiero e del ricordo.

L’autore sta chiaramente avvisando che il suo è un “io narrante inattendibile”.

Ogni cosa ci venga raccontata da questo personaggio è, infatti, vissuta, addirittura pensata, solo nell’atto della scrittura e trasfigurata dalla notoria fallacia che le sovrastrutture dei ricordi crea.

Le con d'Iréne - illustrazione di André Masson
Una delle illustrazioni di André Masson per Le con d’Irène

Ciò è messo ben in evidenza quando Aragon inizia a parlare di Irène che s’aggira intorno a lui in una qualche dimenticata stanza.

La donna, il lettore subito si domanda, è presente o no? È esistita o è mera immaginazione?

Scomparivi di nuovo senza essere ancora comparsa […] Ma all’improvviso tu c’eri. Il tuo passo. Il tuo abito. Sembra che per arrivare tu scegliessi esattamente il momento in cui al mio tavolo stretto scrivevo, avendo di fronte a me soltanto il muro […] Sapevo che alle mie spalle, muta, andavi e venivi. A volte ti avvicinavi a me. Il cuore mi batteva. Sapevo che voltarsi significava perderti. Non mi voltavo. Scrivevo. A poco a poco ti facevi più ardita. Avvertivo il tuo respiro. Non mi voltavo.

Lo stesso destino d’estrema precarietà tocca al destinatario del romanzo.

A volte il narratore si rivolge alla donna amata, a volte a un lettore assolutamente virtuale. Più spesso a uno reale.

Il fruitore del romanzo, insomma, è disorientato e, in qualche modo, annulla il ruolo che gli è proprio.

Né questo ci deve meravigliare, giacché, ovviamente, ciò comporta un vero e proprio annullamento della “storia” così come è comunemente intesa. Legge imprescindibile dei surrealisti era, infatti, l’abolizione di qualsiasi plot narrativo.

Con un mirabile esempio stilistico, Aragon conduce a una convergenza, tanto del narratore quanto del destinatario, nella figura di quel vecchio paralitico che si ritrova nell’impossibilità di potersi esprimere, precipitando in un vortice dove visioni e realtà sono la stessa cosa e permettono, quindi, ai primordi del nostro essere d’innalzarsi al di sopra di qualsiasi legge che non sia puro istinto.

Sicuramente le pagine più belle del romanzo si trovano proprio nella verità-miraggio vissuta dall’invalido.

Gli addetti alle uscite si sono scambiati delle occhiate. Un gran vento che usciva dal mare profondo e nero, che usciva dal mare colmo di annegati nudi, un gran vento sollevò, gonfiò, la tendina di percalle col rumore di un’improvvisa risata nella vela di gabbia […] Una notte soprannaturale prende d’un tratto il paese alla gola delle colline salate, ai bassifondi delle paludi dove vaga, lo si sa fin troppo, il fuoco del grisou che giuro è lo spirito inquieto dei morti nelle sabbi mobili […] Sono ormai dieci anni che non può parlare. Vuol parlare. Sbava. Guarda Irène che arrossisce[…] Il nonno indica Irène che arrossisce.

Ci troviamo di fronte a un genio poetico. Come ben dice, nell’introduzione all’edizione del 1962, André Pieyre de Mandiargues:

La prosa di Irène è talmente splendida che, se un esiguo numero di opere della letteratura francese può essere messo sullo stesso piano di quel breve romanzo, nessuna, a mio parere, lo supera.

Il tempo ha dato ragione a questo giudizio. Dopo quasi un secolo dalla sua pubblicazione, il romanzo di Aragon riesce ancora a pervadere, con molte sue istanze, la migliore letteratura di Francia. Pensiamo, ad esempio, a La grande Beune di Pierre Michon che ne eredita tutta la carnalità primitiva e feroce senza rinunciare al lirismo della lingua.
Non ci sorprendiamo se, attualmente, in Italia, in questo Paese di ridicole Streghe, Campielli e Bancarelle varie, l’unica opera di Aragon disponibile è rappresentata da una silloge poetica edita dalla Crocetti. Di Le con d’Irène non v’è traccia. E quando non c’è le con tocca prendercelo in un altro posto.

LE CON D’IRÈNE

Louis Aragon

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