L’immoralista

L'immoralista - Gide

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André Gide era solito affermare che un’opera letteraria è composta da due aspetti. Uno, il meno importante, si rintraccia in ciò che lo scrittore vuole dire, l’altro, quello quasi divino, in ciò che lo scrittore non vuole dire, ma, suo malgrado, dice lo stesso.

Quest’acuta osservazione del grande scrittore francese, si percepisce, in particolar maniera, nella novella, così tanto autobiografica, che presentiamo oggi.

André Paul Guillaume Gide nacque il 22 novembre 1869 e morì il 19 febbraio 1951. Il suo genio, quindi, operò in un periodo storico dove una gran quantità di correnti letterarie, che lui toccherà magistralmente per la maggior parte,  fiorirono intrecciandosi l’un l’altra. Ciò gli valse il premio Nobel nel 1947.

Rimasto orfano di padre molto giovane, venne allevato dalla madre Juliette Rondeaux, che lo improntò a una rigida educazione puritana.

Tra i sedici e i diciannove anni, Gide visse una sorta d’esaltazione religiosa, condivisa con sua cugina Madeleine. Ritroveremo questa parte della sua esistenza abilmente descritta ne La porta stretta.

Nel 1893, insieme al pittore Paul Laurens, partì per affrontare un viaggio che per lui fu rivelatore. Visitò la Tunisia, l’Algeria e l’Italia. Abbracciò, in quest’occasione, la sua omosessualità e si liberò, una volta per tutte (?), dalle pesanti catene etiche che l’educazione famigliare gli aveva imposto.

Di tutto ciò si parla ne L’immoralista.

L'immoralista - André Gide
André Gide nel 1937

Marcel Drouin, amico inseparabile di Gide, ebbe modo di notare, fin già dalla prima edizione della novella, quanto di Nietzsche fosse presente in quest’opera.

L’influenza del filosofo tedesco si fa sentire, mutatis mutandis, con grande evidenza.

Potremmo individuare tutta l’estatica tragedia, che pervade il protagonista, nella prima parte della novella, più precisamente nel momento in cui parla l’alter ego dello scrittore, il discusso Professor Ménalque:

Ma i più […] si accettano solo contraffatti. Ognuno desidera assomigliare il meno possibile a se stesso; ognuno si costruisce un modello, poi lo imita; accetta addirittura un modello già scelto…hanno paura di essere soli e così non si trovano mai.

La teoria, intorno cui tutto ruota, è proprio questa.

Gli esseri umani hanno edificato una serie di leggi morali, basate sulle conseguenze che ne deriverebbero se a esse non si obbedisse e non su un superiore senso del bene. Non si ruba se non si vuol essere derubati, non si uccide se non si vuol essere uccisi, non si rumoreggia masticando una salsiccia  se non si vuol essere disgustati dal ciancicare del nostro commensale.

L’uomo  è un animale politico, ha bisogno dell’altro, il branco gli è necessario. Perché, tuttavia, possa funzionare l’ingranaggio del nostro convivere, siamo stati costretti a edificare una serie di codici comportamentali.

Dunque non agiamo come agiamo in nome di un aprioristico senso morale, bensì per leggi che derivano dalla “convenienza”. Una morale, quindi, altamente artificiosa, se non ipocrita, che pian piano ci ha condotti lontano dal nostro più profondo Io.

Cosa accadrebbe se ci spogliassimo da queste sovrastrutture?

Forse ci troveremmo, finalmente ci riconosceremmo, ma al prezzo di essere soli e non è possibile alcuna identità senza il sistema di riferimento che “l’altro” ci offre. Come, allora, entrare in possesso di noi stessi,  sapere davvero chi siamo?

Questo il grande dilemma che lo scrittore francese ci offre e a cui non dà soluzione.

Michel, il protagonista, è cresciuto seguendo le orme del padre, prestigioso studioso di storia antica. Il ragazzo, ben presto, si rivela talmente brillante e dedito alla disciplina dello studio, da superare il suo maestro. In lui ben saldi sono i principi religiosi con cui una madre, fervida credente e troppo presto scomparsa, lo ha educato. Michel, però, durante un viaggio in Africa, contrae la tubercolosi, giungendo alle soglie della morte. Non solo guarisce, ma grazie ai continui esercizi cui si sottopone per riacquistare la salute, scopre finalmente il suo corpo. Quella carne così poco presa in considerazione, tutto concentrato com’era stato, fino  a quel momento, nel coltivare il suo intelletto.

Michel è prima di tutto un paziente che vuole guarire quindi, per lui, diventa Bene tutto ciò che lo fa stare meglio e Male tutto ciò che ritarda la sua guarigione.

Ecco, dunque che le diadi, di impronta etica, bene/vero-male/falso, magistralmente affrontate da Nietzsche, vengono abbattute.

Il protagonista, giunto in punto di morte, si è spinto fino all’estrema soglia dell’umano esistere e ne è ritornato catapultato in una dimensione al di là del bene e del male.

L’ebbrezza che conduce Michel ad aver conosciuto il suo essere animale,  lo trascina in una sorta di simbiosi con la natura.

E la natura non ha morale.

Nessuno direbbe mai: è ingiusto che piova.

La pioggia potrebbe avere come conseguenza un’alluvione o un rigoglio di messi.

Non è né buona né cattiva. Piove e basta.

L’acquisita consapevolezza di ciò porta Michel a rifiutare tutte le regole e i principi che un tempo erano stati i fondamenti del suo esistere.

Rifiuta ogni cosa: il suo passato di studioso, la sua dedizione di figlio, la sua assennatezza di possidente.

Durante un breve soggiorno in Svizzera arriva a dire:

Ho orrore delle persone così dette oneste. Se non ho niente da temere da loro, non ho neanche da imparare qualcosa. E d’altronde non hanno niente da dire…Onesto popolo svizzero! Il comportarsi bene non gli giova affatto. Senza delitti, senza storia, senza letteratura,  senza arte è un rosaio vigoroso che non ha né spine né fiori.

Ama, come mai gli era successo, gli alberi, le valli, i fiumi, il buon cibo, il sorgere o il tramontare del sole. Scopre, finalmente, la sua omosessualità.

Pagherà, però, molto alto il prezzo del suo ritrovarsi.

Dovrà vivere con la colpa, e qui Nietzsche viene abbandonato,  per aver distrutto la vita di un altro essere umano, trascinato nel turbine della sua ebbrezza.

Saper liberarsi non è niente, il difficile è saper essere libero.

Così avverte Michel.

LA STRUTTURA

Ci permettiamo di spendere due parole velocissime sulla struttura de L’immoralista.

Bisogna, infatti, sempre tener presente che, all’inizio del ‘900, la forma in cui la narrazione era esposta doveva  stilisticamente riflettere il suo contenuto, quando non si trasformava, addirittura, nel contenuto stesso.

Gide non sfugge a questa regola.

Egli si preoccupa, infatti, di coinvolgere, nell’atto  creativo della scrittura, il suo lettore affinché possa completarne il messaggio.

L’immoralista si apre con una lettera di uno dei tre amici che Michel ha convocato per raccontare la sua storia. La lettera ci appare come una risposta a una missiva precedente. Inizia, infatti, così:

Sì, avevi ragione. Michel ha parlato con noi, mio caro fratello. Eccoti il suo racconto.

jean paul
Jean Paul Laurens – L’Agitateur du Languedoc

Già qui è chiara la polifonia delle voci dicendi: benché poi sia Michel a parlare, dobbiamo pensare che tutta la storia venga veicolata come un racconto trasmesso da un non ben identificato mittente, non si sa quale dei tre amici scriva la missiva, a un fantomatico destinatario.

La parola, quindi, passa a Michel:

Miei cari amici, sapevo che mi eravate fedeli…ho bisogno, ho bisogno di parlare, vi dico…

Durante il racconto il protagonista richiama l’attenzione dei suoi amici rivolgendosi a loro di frequente.

Ha, perciò, questo narratore, un pubblico preciso, radunato intorno a lui.

Noi lettori, come è ovvio, siamo portati a identificarci con questi ascoltatori che amano profondamente il protagonista e a guardare, quindi, con affetto a questo “immoralista”.

Ma il destinatario finale e sconosciuto, quello della lettera iniziale, resta pur sempre un ricevente super partes e la nostra simpatia per il protagonista è suscettibile di prendere le distanze.

Tutto questo non fa che gettarci in uno stato psichico di amore/sospetto, di dubbio permanente. Quello stesso dubbio che tormenta Michel e a cui, come preannunciato, mai darà risposta.

Molto interessante notare anche come Gide ricrei, in quest’opera, la tipica situazione del racconto orale, una forma di narrazione che richiama quella edificata agli albori della civiltà. Tanto il dicitore quanto il suo pubblico erano,  per così dire, ancora ingenui nei confronti d’una fabula che accoglievano come un vero e  proprio rituale. Narratori e ascoltatori, dunque,  appaiono primitivi e, quindi, meno condizionati da obblighi stilistici e sovrastrutture etiche che sono, appunto, l’argomento principale di questo romanzo.

L'immoralista - copertina

L’IMMORALISTA

André Gide
Garzanti Editore

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