L’isola misteriosa

L’isola misteriosa di Jules Verne non è fra i titoli più noti del grande scrittore francese ma, non per questo, non è meno bello e avventuroso, ponendosi al cospetto del composito pubblico bibliofilo come l’ennesima perla letteraria di uno scrittore visionario che con i suoi romanzi anticipò la nostra realtà con pagine indimenticabili che non hanno mai smesso di rapire milioni di avidi lettori.

L’incipit del L’Isola misteriosa è in perfetto stile Verne, una descrizione che, senza inutili orpelli, getta il lettore subito nella mischia. Il romanzo si apre, infatti, con un icastico «Risaliamo?» il grido pronunciato dall’ingegnere Cyrus Smith, poco prima del rovinoso ammaraggio della mongolfiera su cui si trova in compagnia di altri quattro uomini e del suo cane Top, «un magnifico anglo-normanno, un cane che dall’incrocio delle due razze traeva la velocità delle zampe e la finezza dell’olfatto, le due qualità per eccellenza dei cani.»

Scritto nel 1874 e uscito a puntate sulla rivista Magasin d’Éducation et de Récréation, L’isola misteriosa rappresenta, di fatto, il terzo e ultimo capitolo della trilogia iniziata con I figli del capitano Grant e proseguita con uno dei capolavori dello scrittore originario di Nantes: Ventimila leghe sotto i mari, romanzo che attraverso le picaresche avventure del sommergibile Nautilus ha fatto sognare più di una generazione.

La storia che Jules Verne racconta con L’isola misteriosa è, se vogliamo, meno visionaria rispetto ad altre trame, pensiamo solo a quelle narrate in Viaggio al centro della terra o nel fantascientifico Dalla terra alla luna, in cui Verne anticipa, di oltre cento anni, l’allunaggio del 1969 ma ugualmente emozionante, scandita da descrizioni affascinanti e da colpi di scena.

È il pomeriggio del 23 marzo 1865 e l’avventura sta per cominciare.

L'isola misteriosa - Jules Verne
L’autore Jules Verne in una fotografia del 1892.

La navicella della mongolfiera, su cui i cinque uomini e il cane sono saliti giorni prima per fuggire dalla città  Richmond, dove sono stati fatti prigionieri per mano dei secessionisti americani, quando tutto lascia presagire il peggio, approda, invece, su una spiaggia deserta, il primo di una serie di eventi fortunati.

Su quella che si rileverà essere un’isola disabitata e in seguito decisamente misteriosa, persa nella vastità del Pacifico, i cinque naufraghi devono iniziare a sopravvivere, dopo aver visto in faccia la ruvidezza della morte.

Un’eterogenea popolazione composta dal già citato ingegnere Smith, «un luminare di prim’ordine, al quale il governo dell’Unione durante la guerra aveva affidato la direzione delle ferrovie»; dal giornalista Gedeon Spilett, «della razza di quegli straordinari cronisti inglesi o americani che non indietreggiano di fronte a nulla pur di ottenere un’informazione esatta»; da un ex schiavo, il fidato Nabucodonosor «ma che rispondeva all’abbreviativo familiare di Nab», dal marinaio Bonadventure Pencroff e, infine, dal giovane Herbert Brown, studioso di botanica, una passione che tornerà molto utile nel corso della permanenza sulla terraferma.

I quattro naufraghi (l’ingegner Smith inizialmente è creduto disperso, e il suo ritrovamento sarà la salvezza per gli altri quattro malcapitati) si trovano, dopo quel rovinoso ma al tempo stesso fortunato ammaraggio, «non su un continente e neppure su un’isola, ma su un isolotto che non misurava più di tre chilometri di lunghezza e la cui larghezza era evidentemente esigua.»

Alla gioia iniziale per lo scampato pericolo, si aggiunge ben presto, però, la disperazione per essere su un luogo spopolato, sospesi fra la felicità per una morte scampata e il rischio per un futuro prossimo che si preannuncia per nulla ridente.

Ma la disperazione è un’emozione breve che non appartiene a quegli uomini intessuti d’esperienza e conoscenza, forgiati dallo stigma della civiltà.

Quei naufraghi, su quella terra sconosciuta, non hanno altro all’infuori dei loro malridotti abiti, visto che, durante le disperate fasi, erano stati costretti, per provare ad alleggerire la navicella, a gettare ogni oggetto in loro possesso, sperando, in tal modo, di evitare il peggio.

Ma quella sofferta decisione, i cinque avevano gettato nell’oceano sottostante non solo i pochi viveri conservati ma persino il contenuto delle loro tasche, era stata un’operazione, al fine, del tutto inutile.

Su quel lembo di terra, i superstiti della mongolfiera si trovano in una condizione ben peggiore di quella occorsa a un «Robinson Crusoe o altri eroi immaginari, vittime di naufragi.»

Perché, al contrario, ad esempio, del protagonista del romanzo di Daniel Defoe, l’ingegner Smith e i suoi sfortunati sodali non possono fare affidamento sul prezioso carico giunto sulla spiaggia all’interno di un salvifico relitto.

Quei cinque disperati non possiedano nulla, «nessun strumento, nessun utensile» devono procurarsi tutto dal nulla.

Ma è proprio in quello stato di disperazione che quegli uomini affinano la loro intelligenza e, sapientemente guidati dall’ingegner Smith, senza il cui geniale apporto probabilmente sarebbero rapidamente periti, cominciano a fare fronte comune alle evidenti avversità, organizzandosi in modo da rendere non solo possibile ma anche meno ardua la vita su quell’isola che, ben presto, mostrerà il suo lato più misterioso.

Ogni giorno quello sparuto gruppo che assume rapidamente i contorni di una piccola e ben organizzata società, affronta i diversi problemi che si presentano, trovando, ogni volta, con la forza dell’ingegno e l’esempio del passato, la più efficace delle soluzioni.

Così, in una sorta di rapidissima riproposizione della storia dell’evoluzione umana, con tanto di scoperta del fuoco, affinamento delle tecniche di caccia, allevamento e agricoltura e, cosa non trascurabile, invenzione della ruota, quel nucleo di cinque uomini riesce a soddisfare ogni singola, impellente esigenza, arrivando, persino, ad appagare bisogni meno primari, ma non per questo del tutto secondari.

Una sola privazione pesava ancora sui coloni dell’isola. Il nutrimento azotato non mancava, e nemmeno i prodotti vegetali per equilibrarlo; le radici legnose della dracena, fermentate, davano una bevanda acidula simile alla birra; erano anche riusciti a produrre lo zucchero, senza canna né barbabietole, raccogliendo il liquido secreto dell’acer saccharinum, un albero della famiglia delle aceracee, che prospera nelle zone temperate e di cui l’isola possedeva un gran numero di esemplari; facevano un tè molto gradevole con l’erba raccolta nella garenna; infine avevano in abbondanza il sale, l’unico dei prodotti minerali che entri nell’alimentazione… Mancava però il pane.

L'isola misteriosa - Locandina film 1929
La locandina del film del 1929 liberamente tratto da “L’isola misteriosa” di Jules Verne. A onor del vero, questo film prende dal libro solo il titolo e poco altro.

Ma la fortuna, o la provvidenza, per usare le parole di Verne, viene in soccorso ai naufraghi, assumendo le  sembianze di un chicco di grano. Quel minuscolo seme, incastrato tra la stoffa e la fodera della sua giacca, viene ritrovato dal marinaio Herbert Pencroff, «un americano del Nord che aveva percorso tutti i mari del globo e al quale, in fatto di avventure, era capitato di tutto quello che di straordinario può capitare a un essere umano», un inaspettato regalo, sfuggito per un opportuno buco nella tasca che «si spiegava con l’abitudine di Herbert di portare il becchime ai piccioni.»

Un solo granello, vero, ma che opportunamente sfruttato potrebbe dare raccolti inaspettati.

Verne, un positivista convinto, strenuo difensore dell’intelligenza umana, capace di magnifiche sorti e progressive, con L’isola misteriosa edifica un altare alla ragione umana, plastica dimostrazione delle straordinarie possibilità della mente umana.

Ne esce fuori un romanzo godibilissimo, incentrato sulla capacità degli esseri umani di adattare un luogo inospitale e inadatto alla vita, in un posto confortevole.

Scorrendo le pagine di questo libro, da cui sono stati tratti diversi adattamenti cinematografici e non solo, il primo risalente addirittura al 1929, sembra di imbattersi in un vecchio sussidiario delle scuole elementari, spaginando tra discipline affascianti e talvolta dimenticate, quali la scienza, la geografia e, persino, la tecnica.

In questo lembo di fine inverno L’isola misteriosa di Jules Verne, può essere una lettura ideale, leggera, nell’accezione calviniana del termine, divagante e, perché no, nostalgicamente adolescenziale, un modo per tornare a quelle estati di qualche decennio fa, in cui le pagine di un romanzo si trasformavano, con la forza impetuosa e unica dell’immaginazione, in vele da spiegare sui mari infiniti della giovanile fantasia.

Ma se guardando dall’alto di quella cima ci accorgeremo di essere su un’isola deserta, dovremmo allora cominciare a industriarci per sistemarci come se non dovessimo andarcene mai più.

L'isola misteriosa

L’ISOLA MISTERIOSA

Jules Verne
Rusconi Editore

2 commenti su “L’isola misteriosa

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