L’Istituto

L'Istituto

Con L’Istituto Stephen King torna ai fasti di un tempo, a quei romanzi leggendari con cui ha venduto milioni di copie in tutto il mondo, divenendo un’icona letteraria, un autore capace, ogni volta, di adescare il lettore attraverso storie senza tempo.

Cosa lega Tim Jamieson che su un volo diretto a New York decide prima del decollo di cedere il suo posto in cambio di una somma in contanti e un voucher per un albergo, con Luke Ellis, un ragazzino prodigio?

Cosa lega DuPray, una cittadina che «sembrava sopravvissuta all’ondata di megastore che aveva preso d’assalto le città più grandi» dove a parte un vecchio motel, qualche negozio e delle case disposte in fila ai margini di un’unica strada con un luogo misterioso, di cui nessuno sa nulla, perso nelle foreste inaccessibili del Maine?

Apparentemente nulla, in realtà moltissimo.

Tim Jamieson è un ex poliziotto con un passato oscuro alle spalle e un presente tutto da scrivere, un foglio bianco appena sfiorato dalla sfera di una penna biro.

Tim fugge dai suoi ricordi, da un errore che gli è costato caro, mettendo fine a una fulgida carriera. Nella piccola DuPray, tagliata in due dalla statale 92, Jamieson trova un luogo ideale per ricominciare, l’antro perfetto, forse, per sparire per sempre.

In quel buco di posto, di cui in molti al mondo ignorano l’esistenza, Tim accetta il lavoro di guardiano notturno. Non ci pensa più di tanto, nonostante la paga sia modesta. Lo alletta, più delle parole di circostanza di John Ashworth, il panciuto sceriffo dai modi compassati, con due guance da bassotto e un gran cespo di capelli bianchi, l’idea di lavorare di notte, quando gli incubi e i ricordi si vestono di buio, diventando, perfino, impalpabili.

DuPray e quel lavoro, magari permetteranno a Tim di confondere i suoi ricordi, allontanare per un attimo gli incubi, trovare, attraverso la quotidiana e ripetitiva normalità di una cittadina, dove non succede quasi mai nulla, la forza per ricominciare, il coraggio per dimenticare.

A Tim DuPray, «una cittadina di cinquantamilaquattrocento abitanti (di cui la maggior parte sparsi nelle campagne dei dintorni)» piace fin da subito, la trova semplice, magari scontata, ma più umana.

L'Istituto - Stephen King
L’autore Stephen King in un’immagine del 2011.
Fonte: https://www.flickr.com/photos/steph_lawton/7634622516/
Autore: Stephanie Lawton
Su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

Ma ancor di più gli piace quel suo nuovo lavoro, attraverso il quale scopre il mondo della notte, palcoscenico su cui recitano senza copione attori diversissimi. Di notte, infatti, mentre la città riprende fiato, la gente vive una seconda vita, fatta di ritmi diversi, di parole mai dette, di gesti singolari, di inevitabili confessioni.

Tim scopre che DuPray, un punto sulla cartina degli Stati Uniti, possiede sorprendentemente una vita notturna di tutto rispetto. Grazie alla sua nuova professione, che lo fa vivere di notte e dormire di giorno, Tim ha la possibilità di incontrare persone di ogni risma, l’aspetto decisamente migliore del suo nuovo mestiere.

Perché di notte, specie tra mezzanotte e le quattro, quando «tutti dovrebbero avere il diritto di parlare liberamente» si fanno gli incontri più singolari, conoscendo l’autenticità delle persone, qualità che di giorno, alla luce del sole, praticamente sfuggono, celandosi dietro paraventi di forzata rispettabilità.

Nel cono dell’ombra della notte si staglia la fragile figura di Annie Orphan, una senzatetto con pochi denti che adora i sottaceti o quella di Corbett Denton, un altro singolare animale notturno. Lui è il barbiere della città che tutti, a DuPray, chiamano Drummer, «alludendo a qualche impresa di gioventù sulla quale nessuno sembrava avere le idee del tutto chiare ma che gli era costata un mese di sospensione alle superiori.»

Di notte, quando i contorni sono sfumati, i profili ingannevoli e le fioche luci sfocate, tutto appare differente, perfino un barbiere che protetto dalle tenebre si trasforma in un filosofo, spiegando a un ex poliziotto che ha accettato di buon grado un lavoro modesto e solitario, come la vita quotidiana non sia affatto reale ma «solo un teatrino di ombre cinesi», ombre che, però, al buio spariscono, perdendosi nell’abbraccio sommesso della notte.

Luke Ellis, invece, è un ragazzino prodigio, dotato di un’intelligenza non comune che fa dire a Jim Greer, uno dei tre consulenti scolastici della Broderick School per bambini dotati, al cospetto di Herbert ed Eileen Ellis, i genitori di Luke, di non aver mai avuto nella scuola uno studente come Luke, capace di assorbire «in una sola settimana la stessa quantità di nozioni che vengono trasmesse in due semestri di un dottorato di ricerca particolarmente complesso.»

Ma queste straordinarie capacità costeranno care al piccolo Luke.

In una delle tante notti che abbracciano Minneapolis, mentre il silenzio si stende come un mantello pesante su una città che finalmente rifiata, un gruppo di persone fa irruzione dentro casa di Luke e, dopo aver ucciso i suoi genitori, porta via quel ragazzo prodigio, conducendolo a bordo di un Suv nero verso il Maine, destinazione Istituto.

Ma in quel luogo sinistro, dotato di camere senza finestre e porte tutte uguali, bocche senza sorriso che si aprono lungo spettrali corridoi illuminati da algide luci, Luke scopre di non essere solo.

Dopo essersi svegliato in una camera del tutto simile alla sua e aver preso consapevolezza della sua nuova e drammatica realtà, Luke fa la conoscenza di altri ragazzi che, come lui, hanno doti non comuni, preziose rarità che dei cinici adulti vogliono completamente sfruttare.

In quel luogo lugubre, dove si consuma il più atroce dei delitti, il furto dell’adolescenza, Luke comprende dalle parole di Nick, uno degli “ospiti anziani dell’Istituto” la ferale verità:

caro mio nuovo arrivato, lascia che ti ricapitoli la situazione. Ci portano qui. Ci fanno un mucchio di test, ci iniettano Dio solo sa che cosa e poi ci fanno qualche altro test. Alcuni ragazzi finiscono nella vasca, tutti vengono sottoposti a quello strano test degli occhi che ti fa quasi svenire. Abbiamo delle stanze che somigliano a quelle di casa, probabilmente per tenere a bada le nostre emozioni più incontrollate.

L’istituto dove questi ragazzi vengono imprigionati è composto di due case. Nella prima i ragazzi vengono sottoposti prevalentemente a dei test, svolgendo una vita più o meno normale, seppur in un regime di assoluta segregazione, senza più sapere nulla delle famiglie a cui sono stati strappati nel cuore della notte.

Nella seconda casa, invece, quei ragazzi speciali vengono “finalmente” usati, sfruttati per progetti segretissimi, fino a essere distrutti, letteralmente annientati.

Come nel leggendario It, anche in questa nuova fatica letteraria del re dell’horror, edita in Italia per Sperling & Kupfer per la traduzione di Luca Briasco, i protagonisti sono degli adolescenti.

Tra le pagine di uno dei suoi romanzi più riusciti, conosciamo la bella Kalisha, l’irrequieto Nick, l’indomito George o Avery Dixon, il più piccolo di questa stramba compagnia di geni che, nonostante i suoi soli dieci anni è, però, l’ospite decisamente più singolare, dotato di poteri che nessuno dei suoi nuovi amici possiede.

L'Istituto - Foresta
Tipico paesaggio forestale del Maine.

Al contrario del bellissimo Il signore delle mosche, opera prima di  William Golding, dove un manipolo di ragazzi naufragato su un’isola deserta, si lacera in lotte intestine, nel vano tentativo di autogovernarsi, dimostrando come “gli umani producono il male come le api producono il miele” qui, invece, nel romanzo di King, dei ragazzi decidono di allearsi, di fare fronte comune contro un nemico terribile e insidioso, personificato da adulti senza scrupoli, capitanati dalla perfida signora Sigsby.

Si uniscono per non dividersi, si alleano, sfruttando le loro capacità, uniche armi a disposizione per resistere, unici appigli per non soccombere.

In quella galera generata dalla follia di persone che ritengono «di avere nelle mani niente di meno che il destino del mondo», in quel carcere che rinchiude detenuti rei solo di essere geniali, quel manipolo di ragazzi comprende, non senza difficoltà, con la forza di un’autentica rivelazione come sia talvolta necessario essere imprigionati per capire fino in fondo il valore della libertà, prezioso bene che nel momento in cui si perde diventa necessario quanto l’aria che respiriamo.

L’Istituto, prima ancora che una storia avvincente, claustrofobicamente circoscritta negli algidi confini di una struttura spettrale, dove pure un campo da basket appare un luogo sinistro, è, innanzitutto, un libro sull’amicizia.

A questo sentimento, forse il più bello e spontaneo, che germina improvviso dopo un sorriso, una partita a calcio, un saluto fugace, una vigorosa stretta di mano o, talvolta, pure, dopo una rovinosa spinta, da sempre Stephen King dedica nei suoi romanzi un particolare e nostalgico spazio.

L’amicizia è, per certi aspetti, il filo rosso che lega buona parte dei suoi libri più belli, arabesco sottile che punteggia le pagine di romanzi indimenticabili, dal già citato It, forse il suo capolavoro, all’agghiacciante Shining, dove la luccicanza del piccolo Danny riluce nel vuoto angosciante dell’Overlook Hotel, nel Colorado, passando per Il corpo, uno dei racconti di Stagioni diverse, dove quattro giovani amici, nell’immaginaria Castle Rock, si imbattono nel corpo senza vita di Ray Brower, un loro coetaneo uscito in cerca di mirtilli e mai più tornato.

Non vi rivelo altro, perché L’Istituto è un romanzo che merita di essere letto senza svelare troppo i dettagli, lasciando al lettore solo degli indizi, sassolini che, come nella celebre fiaba di Charles Perrault, condurranno il lettore verso scenari imprevisti, verso un finale tutto da leggere.

Con L’Istituto, come ha scritto su Robinson Giancarlo De Cataldo, «il re del brivido torna al suo massimo splendore» imperniando l’ennesimo straordinario prodotto della sua fervida fantasia intorno a un gruppo di dodicenni coraggiosi, dando vita a una trama in cui paura, claustrofobia e adrenalinici colpi di scena la fanno da padrone. Ne esce fuori l’ennesimo successo, un romanzo, punteggiato come al solito da una prosa mai banale, che come lo tesso King ricorda nella nota finale per il Fedele Lettore, deve tanto, se non tutto a Russ Dorr.

Questo nome per molti sconosciuto, morto nel 2019 e da sempre il medico di casa King, ha ispirato capolavori come L’ombra dello scorpione, da rileggere in questi tempi di pandemia, La zona morta, il claustrofobico The Dome, il bellissimo 22/11/’63 ma anche l’originalissimo Cujo, il primo romanzo di King a essere tradotto in Italia.

Luke è il cioccolato, e Avery il burro di arachidi. Se avessero agito da soli, non sarebbe cambiato niente per noi. Insieme, però, sono la tortina Reese.

L'istituto - Copertina

L’ISTITUTO

Stephen King
Sperling & Kupfer

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