Lo specchio vuoto

Lo specchio vuoto

È davvero necessario richiudersi in un monastero zen e sottoporsi alla durissima disciplina di quei monaci per individuare il vero significato della vita?

Secondo Jan Van Wetering – un atletico olandese di ventisei anni, amante della motocicletta e delle ragazze – sì, è proprio necessario. Quella è la strada giusta. E si snoda in un misterioso ed elusivo “altrove” che nulla ha in comune con l’intelletto umano, né con quella razionalità della quale quotidianamente ci serviamo per eludere domande troppo scomode. Le stesse che tormentano Jan: per quale ragione tutte le cose hanno un inizio, soltanto per incontrare una inevitabile morte? E perché la vita è sempre così faticosa da vivere? Il dolore, ha un significato? E il male?

lo specchio vuoto - Jan Willem van de Wetering
L’autore Jan Willem van de Wetering in una foto del 3 Marzo 1982.
Autore: Hans van Dijk / Anefo. Su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

A Jan non basta l’esistenza “normale” di tutti noi, sospesa tra la ricerca del piacere e la fuga dal dolore. Non si accontenta di sopravvivere alla superficie di se stesso. E non riesce ad ignorare quelle scomode domande senza risposta. Forse perché qualcuno, una volta, gli ha raccontato che ogni vita ha un valore enorme. Anche quella apparentemente più banale e insoddisfacente. Come dubitarne, infatti, se solo si considera la disperata battaglia che lo spermatozoo vincitore deve sostenere per sbaragliare tutti gli altri e arrivare a segno. È grazie a quella vittoria che tu sei qui, gli ha forse detto quel tale. Tu, non un qualsiasi altro, proprio tu. Perciò, esiste una ragione importante, un compito speciale per il quale ognuno di noi deve vivere la propria vita. Adesso. In questa oscurità. E in questa luce.

A quelle parole, forse Jan ha visto il cielo spalancarsi come dopo una burrasca, quando tra le nuvole appare l’azzurro. Ma non è stato che un attimo. Subito, il cielo si è richiuso e lui è tornato quello di prima, un uomo spaventato, amareggiato, deluso. E ormai incapace di rinunciare al ricordo di quell’azzurro, che forse ha soltanto immaginato, ma che ancora gli sembra più inebriante di qualunque realtà. Sta per cadere in una profonda depressione. Poi, il suo professore di filosofia, per il quale solo i mistici, i depressi e i folli hanno simili tormenti, gli indica che cosa fare: “Vada in un monastero, si trovi un maestro… e vedrà che guarirà!

Così Jan salpa per il Giappone. E arriva a Kyoto, la città dei monasteri. Quella che durante la seconda guerra mondiale venne risparmiata dai bombardieri americani in cambio della promessa giapponese di non insediarvi l’antiaerea, così come ci viene raccontato subito all’inizio di questo affascinate Lo specchio vuoto, diario della straordinaria avventura di Jan:

Tirai la campana, un’enorme campana verderame che pendeva dal tetto sopra la porta. Più tardi scoprii che era sacra – si usava solo in certe cerimonie religiose – e che ai visitatori era consentito entrare senza che si annunciassero.

La vita è uno scherzo; un giorno imparerai a capirlo, non ora, ma più tardi“: queste le parole con le quali il maestro lo accoglie. Lo accetta subito trai suoi monaci senza porre alcuna condizione, tranne una: Jan deve impegnarsi a rimanere al monastero per otto mesi, visto che un soggiorno più breve si rivelerebbe per lui inutile.

“Io posso rimanere tre anni”, dissi

“Non è necessario”, ribatté il maestro, “tre anni sono tanti nella vita di un uomo. Non devi impegnarti, né promettere niente, solo rimanere otto mesi. Non è facile la vita qui. C’è molta tensione e tu avrai il problema di trovarti in un ambiente estraneo. Tutto sarà differente per te, la lingua, il modo in cui sediamo, il cibo. Quello che hai imparato finora non ti servirà a niente. Ma questo è un bene; un po’ d’esercizio non ti farà male.”

La vita che attende Jan al monastero è molto dura: dovrà svegliarsi ogni mattina alle tre per la meditazione collettiva con gli altri monaci – due sessioni di venticinque minuti ciascuna, intervallate da una brevissima sosta – e potrà coricarsi soltanto alle undici di sera. Dovrà anche lavorare in giardino, provvedere alla cerimonia del tè e affrontare i sesshin, quelle settimane in cui la meditazione diviene incessante e la disciplina inflessibile. Lo informano anche che riceverà il suo Koan, un enigma apparentemente privo di senso da decodificare, che gli permetterà, se elaborato interiormente nel giusto modo, di accedere al Sentiero delle Otto Vie indicato dal Buddha.

Jan incontra subito grandi difficoltà. Durante le lunghissime meditazioni, è davvero impossibile per lui mantenere la posizione del doppio loto, quella che, secondo i monaci, permette di rimanere in assoluto equilibrio di corpo e di mente: le gambe tremano per il dolore e i piedi diventano subito incandescenti. Rimanere immobile sembra impossibile, impossibile anche svuotare la mente. A tutto ciò, si aggiungono le percosse che i monaci riservano a chi si distrae.

Lo specchio vuoto - Tempio Eiheiji
Cancello centrale nel complesso del tempio Eiheiji, il cancello Chujakumon.

Quando poi gli viene assegnato il koan sul quale meditare, alla sofferenza fisica si aggiunge l’assillo mentale: gli hanno detto che deve diventare tutt’uno con quel koan, fondersi con esso fino a che ogni altra cosa si allontani e non rimanga niente altro a riempire l’universo che il koan. Jan si attiene disperatamente a queste indicazioni, prova e riprova, ma alla fine deve arrendersi: il senso del suo koan continua a sfuggirgli, così come, almeno per il momento, sembra inaccessibile l’illuminazione a cui ardentemente anela.

Il soggiorno al monastero però gli ha insegnato molte cose, soprattutto gli ha rivelato l’esistenza di una legge eterna e immutabile: gli esseri umani sono così strettamente connessi tra di loro e con tutte le altre forme di vita esistenti, che azioni e pensieri di ognuno di noi si ripercuotono sull’intero creato. Chiunque conosca questa verità, impara ad essere spontaneamente compassionevole. Diventa prudente, saggio e consapevole in tutto ciò che fa, E considera il bene dell’altro importante come il proprio. Impara anche a limitare la sua attenzione soltanto al momento presente, così come uno dei monaci insegna a Jan:

Qualsiasi cosa tu stia facendo, devi farla bene, meglio che puoi, ed essere consapevole di quello che fai. Non cercare di fare due cose alla volta, come pisciare e lavarti i denti. Ti ho visto farlo. Forse pensi che facendo così risparmi tempo, ma il risultato è che sporchi sia il gabinetto che la tua bocca.

Quando arriva il momento del congedo, le parole del maestro suonano alle orecchie di Jan come un incoraggiamento e un prezioso viatico:

Una spada ben forgiata non perde mai il suo oro. Tu non lo sai, o credi di non saperlo, ma in questo momento tu sei stato forgiato. E tuttavia le spade non si forgiano solo nei monasteri. Tutto il nostro pianeta è una fucina. Andandotene non interrompi niente. Il tuo esercizio continua. Il mondo è una scuola in cui vengono svegliati i dormienti. Ora sei un po’ più sveglio, quel tanto più sveglio da non addormentarti più.

Janwillem Van De Wetering dopo aver studiato filosofia a Oxford, all’età di 26 anni decide di abbandonare il sistema di vita occidentale e di trascorrere un lungo periodo in un monastero zen giapponese, allo scopo di trovare una risposta agli interrogativi del suo spirito. Dopo questa esperienza, conduce una vita piuttosto movimentata: diventa direttore di una società tessile, ufficiale di polizia ad Amsterdam, scrittore di romanzi polizieschi. Ha vissuto i suoi ultimi anni presso una comunità zen nel nord del New England (U.S.A.), dove è morto nel 2008, dividendo il suo tempo tra la scrittura e la meditazione.

Lo specchio vuoto - Copertina

LO SPECCHIO VUOTO

Janwillem Van De Wetering
Neri Pozza Editore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *