Lo strano è vivere

Lo strano è vivere

Protagonista e narratrice in prima persona di Lo strano è vivere è Agueda Soler, una trentacinquenne ex autrice di canzoni rock, che, dopo anni di eccessi e trasgressioni, sembra aver deciso di cambiar vita: riesce ad assicurarsi un lavoro regolare come archivista, s’innamora di un uomo finalmente normale e torna a coltivare un vecchio progetto di ricerca su un avventuriero del Settecento. La morte misteriosa della madre, celebre pittrice e donna bellissima, scompagina però le carte e sembra volerla riportare a quel passato che credeva ormai morto e sepolto: tutti i piccoli e grandi fallimenti, gli amori che hanno lasciato l’amaro in bocca, la faticosa precarietà degli affetti familiari. Riprende vita dentro di lei tutto quel confuso sentire mai divenuto azione né realtà, un sovrapporsi di emozioni che adesso urgono ai confini della coscienza e lottano per emergere.

Lo strano è vivere - Carmen Martin Gaite
L’autrice Carmen Martin Gaite.

È soprattutto la figura della madre scomparsa, a tormentarla: una donna forse troppo autonoma dal punto di vista affettivo, anticonformista non solo come artista, ma anche come madre, tanto da averle sempre negato i gesti tradizionali dell’affetto. Così Agueda Soler cresce con la certezza di non essere mai stata amata. Nonostante ciò, pur odiandola, lei continua ad amare appassionatamente quella madre che le si nega. Neppure adesso che è morta smette di cercarla dietro ogni ricordo, ogni minima pena. Sa di somigliarle moltissimo. Al punto che il medico che ha in cura il nonno le propone di fingersi proprio sua madre, allo scopo di proteggere l’uomo dalla notizia di quella morte e da un dolore che potrebbe essergli fatale.

Agueda Soler però si ritrae, non si sente pronta per sostenere quella triste recita, chiede tempo. Ed è proprio durante questo periodo di riflessione, che sprofonda dentro se stessa alla ricerca di sua madre e di tutto il suo passato. Perché è nell’interiorità più segreta che va cercata ogni soluzione – così sembra dire l’autrice del libro – inutile cercare al di fuori di noi. Meglio armarsi di coraggio e inoltrarsi tra le nostre mille scorciatoie mentali, abbandonate e imboccate nuovamente, tra i vicoli bui dove può annidarsi il peggior malintenzionato, lungo strade che credevamo sbarrate, ma che improvvisamente ci si spalancano davanti. La scrittrice Carmen Martin Gaite è davvero una gran maestra nel dipanare le emozioni e i sentimenti della sua protagonista, conosce bene il luogo dove essi giacciono, nascosti alla vista, ma non per questo meno urgenti. Chiama quel posto “il bosco”, ed è fitto, intricato. Là dentro, Agueda Soler non solo incontra sua madre, ma anche suo padre, anch’egli in qualche modo perduto, perché ha ormai da tempo un’altra famiglia; e Braque, protagonista insieme a lei di una storia che sembrava finita, ma che forse non lo è del tutto. Nel bosco ritrova tutte le incompiute della sua vita, le sue ferite, le occasioni mancate, le disfatte e le fallaci vittorie. Nel bosco si può smarrire la strada e anche la speranza di ritrovare la felicità:

La felicità era un peso morto. L’avvolsi in un giornale vecchio e la buttai nel primo cestino, aveva un cattivo odore ed era sporca di sangue.

Così, incespicando e arrancando, procedendo a fatica tra le sue peggiori paure e i dolori più grandi, spesso la donna è costretta a fuggire terrorizzata, perché, dice:

Quelli come me che, imitando Edith Piaf, si vantano di aver acceso il fuoco della sopravvivenza con i propri ricordi e di considerarli carboni spenti ormai innocui, ne vengono scottati ogni giorno, siamo maldestri tanto in piromania quanto nella cura della nostra memoria, e questa si impenna contro chi la coltiva clandestinamente utilizzando tecniche approssimative.

Nel bosco, il passato non è mai passato:

Le voci del passato s’inerpicano su per la schiena come un vento improvviso. Siamo come una montagna il cui versante frontale, lussureggiante ma vulnerabile, è difeso da fortificazioni e vi sono orti, case, viali e negozi; lì si apprende ciò che è noto, si teme l’ignoto e la vita è governata da leggi che li tessono insieme; al versante opposto non pensa nessuno, è più difficile accedervi dalla valle – come recitano le cartine – il sole non batte quasi mai e la vegetazione è scarsa. Alla fine ci dimentichiamo della sua esistenza. Eppure da questa parte attaccano all’improvviso gli spettrali eserciti del passato, quasi impercettibilmente, solo un solletico. Non sono mai arrivati qui davanti, non possono farmi male – ci diciamo avvertendo i primo sintomi – non meritano neanche attenzione. Se ne vanno così come sono venuti, per la stessa strada. Però ci proteggiamo il ventre e il petto con le mani e drizziamo le orecchie trattenendo il fiato.

Lo strano è vivere -
Monumento a Carmen Martín Gaite, opera in bronzo e granito grigio dello scultore spagnolo Narcisa Vicente Rodríguez. La scultura alta 280 cm è stata inaugurata in Plaza de los Bandos a Salamanca l’8 dicembre 2000, mesi dopo la morte della scrittrice.

E come si esce dal proprio buio, dalla confusione interiore, dallo smarrimento, dalla paura? Come si esce, dal bosco?

La risposta del libro è:

Aggrappandosi agli altri.

Forse si tratta di una soluzione troppo rischiosa, ma certo, gli altri sono importanti. Possono indicare la strada giusta, portarci messaggi essenziali, vitali, addirittura, che mai arrivano per caso. A volte ci accompagnano per un tratto, magari persino ci indicano dove trovare la luce:

Ma noi la luce la diamo per scontata, la lasciamo scivolare via senza prestarle l’attenzione che merita, che vada pure, finisca pure nel canale di scolo degli avanzi ne vengono scottati ogni giorno, siamo maldestri tanto in piromania quanto nella cura della nostra memoria, e questa s’impenna contro chi la coltiva clandestinamente utilizzando tecniche approssimative. Fa lo stesso. Il tempo, che è come la pioggia, cade implacabilmente sopra tutti gli orti, e arriva sempre il momento in cui fiorisce qualcosa.

Non è un libro, questo, adatto a chi desidera trame avvincenti. Qui il personaggio principale, l’eroe, è rappresentato dalla vita interiore della protagonista – che diventa in qualche modo quella di tutti noi – dalla sua complessità, il sovrapporsi di piccole e grandi folgorazioni o, addirittura, di illuminazioni. È un libro adatto soprattutto a coloro che chiedono alla lettura molto di più di un intrattenimento: comprendere meglio se stessi, per esempio, e gli altri intorno a noi, e il mondo in cui ci troviamo a vivere. Magari condividendo ciò che dice Lao-Tzu: capire gli altri è segno d’ intelligenza, ma la vera saggezza risiede nel capire se stessi.

Carmen Martin Gaite ( Salamanca 1925-Madrid 2000) narratrice e saggista, è considerata una delle personalità più significative della letteratura spagnola, un successo confermato sia dalla critica sia dal favore del pubblico. Durante gli studi di filologia romanza presso l’Università di Salamanca, vince due borse di studio, una per l’Università di Coimbra e una per quella di Cannes. Più tardi si trasferisce stabilmente a Madrid, dove entra in contatto con i circoli letterari della città e conosce scrittori ed intellettuali di spessore, come Juan Benet, Ana María Matute, Ignacio Aldecoa e Rafael Sánchez Ferlosio, con il quale si sposa nel 1953. Vicina al gruppo di intellettuali e scrittori della “generazione del ’50”, dopo i racconti di esordio e il romanzo Tra le tendine, si dedica alla saggistica e alla storia del costume. Torna alla narrativa negli anni Settanta con racconti e romanzi di sapore intimista – tra gli altri Tutta la notte svegli, La stanza dei giochi, Nuvolosità variabile, Via da casa – focalizzati sull’universo femminile, per i quali, suo malgrado, viene considerata una scrittrice femminista.

Lo strano è vivere - Copertina

LO STRANO È VIVERE

Carmen Martin Gaite
Edizioni Giunti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *