Maria Zef

Maria Zef nella recensione di Gilda Bicêtre

Siamo nella Carnia degli ultimi anni ’30, abilmente tratteggiata dalla penna di Paola Drigo, che ci restituisce descrizioni poetiche e delicate anche quando ci fa capire apertamente la desolazione e la durezza dei paesaggi in cui si muovono i suoi personaggi. La protagonista è Maria Zef, Mariutine, timida adolescente di cui colpiscono il candore e l’innocenza fin dalle prime parole con cui la Drigo ce la presenta:

Veramente, benché alta e complessa con larghe spalle di montanara, era ella piuttosto una bambina che una donna, di tredici o quattordici anni appena, con un visotto tondo ed ingenuo, e due begli occhi azzurri dall’espressione infantile.

E più avanti:

Infatti, le bambine erano belle, robuste, colorite; le bambine piacevano a tutti: Mariutine furba svelta ed allegra, impavida contro il freddo, la fame, il sonno e la fatica; Rosùte, così buffa, col suo ciuffetto ritto di capelli rossi, insaccata in una vecchia giacca da uomo, grassa e pacifica come si nutrisse di tordi e beccafichi, anziché di pan duro.

Proprio l’alternanza e il confronto tra la delicatezza che a volte sfiora il lirismo e la crudezza dell’ambiente, caratterizzato da egoismo, ignoranza, diffidenza e infine paura, sarà il nodo centrale da cui si dipanerà questa storia intrisa di un realismo mai morboso.

Maria Zef - Paola Drigo
L’autrice Paola Drigo

Il romanzo si apre facendoci fare la conoscenza di Maria Zef, la nostra Mariutine, di sua madre Catine e della sua sorellina Rosùte, accompagnate dal loro fido e buffo cagnolino Petòti, mentre sono impegnate in un “viaggio” che per loro si ripete ogni anno: trascinando un carretto a due ruote carico di mestoli, scodelle e vari oggetti intagliati nel legno, si muovono di paese in paese, soffermandosi nelle fiere o presso i cortili delle case a vendere la loro mercanzia in modo da racimolare quanto più possibile per poter sopravvivere all’inverno in alta montagna.

Proprio durante questo viaggio Catine, che vediamo già provata e precocemente invecchiata, troverà la morte dopo un malore a cui le figlie assistono impotenti.

Le bambine si ritroveranno improvvisamente orfane: il padre, Gaspari Zef, era morto molti anni prima in America. L’unica persona che possono ora chiamare famiglia è Giuseppe Zef, detto Barbe, fratello del padre (Barbe, nel dialetto friulano usato dalla Drigo, vuol dire proprio “zio”), che aveva accolto loro e Catine nella sua baita quando Gaspari era venuto a mancare.

Dopo un breve affidamento alle suore del paese in cui Catine è spirata, le ragazze si ricongiungono con lo zio.

Particolarmente belle sono le pagine in cui la Drigo ci descrive il cammino dei tre verso casa. Vi troviamo, infatti, un leggero accento gotico immerso in un alone onirico e quasi fiabesco:

Per raggiungere il loro casolare, i tre dovevano attraversare la zona più desolata della montagna.

Là, dove un giorno era stato un bosco fittissimo, profondo, gli alberi erano stati tagliati, e le lunghe aste snelle e diritte dei pini scagliati giù per l’erta e abbandonate al torrente che le aveva trascinate alla pianura. Sul terreno povero e gialliccio, dove per anni ed anni il sole non era riuscito a insinuare il suo raggio, rimanevano i ceppi degli alberi, segati a poca altezza dal suolo, simili a enormi monconi di membra umane inchiodate alla terra. Le pioggie, i venti, le nevi, avevano strappato a quei monconi la scorza, li avevano vuotati del midollo, ed essi apparivano ora nudi, grigi, più simili all’osso che al legno, senza una foglia verde, senza ombra di vita, nulla, che ricordasse la freschezza e la dolcezza dell’albero vivo.

Di sera, la sinistra ceppaia sembrava un’adunata di nani difformi emergenti a mezzo petto dalla terra, immobili, eppure come tormentati da un tragico vento; di giorno, il luogo era squallido, di uno squallore malinconico e deserto, battuto atrocemente in pieno sia dal sole che dalla pioggia.

Ma per le fanciulle e per l’uomo, avvezzi alle tragiche forme della montagna, quello spettacolo non rappresentava nulla di strano.

È da notare quanto l’aspro paesaggio che ci troviamo di fronte sia avvolto da un sentimento di consuetudine: per la gente di montagna c’è una sorta di abitudine ai silenziosi e lenti mutamenti che la natura compie.

La Drigo ci offre un ritmo estremamente variabile che si adatta a questi mutamenti, ma sottolinea quanto essi scivolino via nella percezione dei suoi personaggi.

Momenti di estrema dolcezza e delicatezza si scorgono nella descrizione dell’innamoramento tra Mariutine e Pieri, un ragazzo di poco più grande che, prima di partire per l’America, si dichiarerà timidamente e goffamente a Mariute, lasciandole la vaga promessa del suo ritorno.

Nelle sue parole c’era ancora un po’ della fanciullesca spavalderia che l’aveva indotto, la notte del ritorno, a raccontare le sue prodezze esagerandole alquanto, ma era una spavalderia più apparente che reale, era piuttosto fiducia e sicurezza provenienti dal carattere felice, che tendeva a vedere le cose in bene e a scartare le idee tristi.

Questi piccoli segni di una possibile felicità, però, rappresentano solo un fugace istante:

e tutto fu ancora solitudine e silenzio.

Maria Zef - Renata Chiappino
Renata Chiappino interpreta Maria Zef nel film del 1981 per la regia di Vittorio Cottafavi

Nei luoghi in cui scorre la vita di Mariutine l’uomo si trova a combattere le difficoltà che ogni giorno la natura gli impone e la Drigo ci fa capire una grande verità: c’è differenza anche tra povero e povero. La vita di chi abita in alta montagna non è paragonabile a quella di chi vive a quote più basse o in pianura. Anche nelle privazioni c’è una gerarchia…

In alta montagna l’uomo acquista una connotazione animalesca che lo rende schiavo della paura, facendogli considerare gli altri come pericoli da cui è necessario difendersi. Gli istinti prendono il sopravvento sulla ragione e sui sentimenti.

Mariute e Rosùte sono cresciute senza quasi rendersi conto di questa condizione, protette dalla silente figura della madre che, al pari di un animale feroce, ha difeso le sue piccole dalle brutture e i pericoli della vita, pur senza sollevarle dalla fatica del duro lavoro.

L’assenza della madre, però, farà crollare su Mariute tutto l’orrore fino a quel momento risparmiatole: una notte, di ritorno dall’aver accompagnato Rosùte all’ospedale a causa di una ferita al piede che si era via via aggravata, Barbe Zef, ubriaco, abuserà di lei. La descrizione dello stupro è magistrale. Non una parola in più di quante siano necessarie a far intuire l’accaduto senza indulgere in inutili particolari. In queste poche parole tutta la sofferenza di una ragazza che, in un attimo, vede il suo mondo cambiare per sempre:

Ed in quello due dure mani l’afferrarono alle cosce, una bocca anelante le cercò le mammelle, e Barbe Zef si abbattè su di lei, e violentemente la prese.

Splendida la parte in cui Mariute, dopo la violenza, cerca senza riuscirvi un segno di quanto le è accaduto nella natura, un mutamento che rispecchi la gravità dell’atto appena consumato:

E invece l’indomani il sole si levò come sempre lento lento nel cielo, calò dietro le alte cime che si tinsero tutte di rosa; il gregge uscì per andare al ruscello, rientrò nell’ovile; Petòti mangiò, abbaiò, dormì; le civette del Bosco Tagliato mandarono per l’aria il loro lugubre grido, poi tacquero; l’ombra discese sulla montagna, senza che nulla, assolutamente nulla, sorgesse a dimostrare o a ricordare che qualche cosa di anormale era avvenuto.

La scrittura della Drigo rimane solare e lieve anche mentre ci racconta la discesa di Mariutine nel più profondo sconforto e nella rassegnazione che derivano da quell’abuso cui ne faranno seguito molti altri, visto che “L’uomo ormai si coricava con lei, e la prendeva quando voleva, così come mangiava, come dormiva, senza più rammentarsene dopo”.

Pur non avendo il conforto della religione, né la speranza di un amore mai realmente conosciuto, il cuore di Mariute risplenderà comunque nella sua innocenza cui l’abbrutimento e le privazioni non hanno tolto fulgore.

Nessuno le aveva insegnato a pregare. Speranza, luce, a lei non potevano venire dal cielo, ma, se mai, dalla terra. Ah, non da Pieri. Il ricordo di lui, oggi, raddoppiava la sua infelicità. Il pensiero di lui, oggi, era quanto di più atroce potesse turbarla.

È toccante sentire la piccola parlare con pietà e rispetto di suo zio anche dopo tutta la sofferenza che lui le ha ripetutamente inflitto.

Malgrado tutto, egli rappresentava l’unico essere che impedisse a lei e alla sorella di sentirsi completamente sole e abbandonate sulla terra, colui che le aveva ricoverate e raccolte invece di lasciarle andar mendicando, colui che dai più lontani ricordi era nei suoi ricordi… Malgrado tutto, Barbe Zef era la famiglia, la casa; ella gli doveva riconoscenza, e gli era ancora ingenuamente affezionata…

Il fragilissimo equilibrio raggiunto da Mariute è però destinato a spezzarsi quando, dalle parole di un’anziana donna consultata come guaritrice, comprenderà che lo stesso trattamento riservato a lei era già toccato a sua madre. Tutto precipiterà nel momento in cui Barbe Zef le imporrà di andare a servizio. Mariute inizierà a temere per la sorte della sorella che, in sua assenza, sarà sicuramente investita delle laide attenzioni dello zio.

Nelle ultime pagine si sprigioneranno tutta la violenza e l’odio repressi… anche Mariute cederà ai propri istinti animaleschi.

La rivalsa di una donna abusata nell’indifferenza caratteristica dell’epoca.

Nata a Castelfranco Veneto il 4 gennaio 1876, la Drigo morì a Padova, dove si era stabilita dopo la morte del marito, il 4 gennaio 1938. Ha pubblicato elzeviri e novelle sui maggiori quotidiani e riviste del tempo, tra cui il Corriere della Sera e Nuova Antologia. La pubblicazione di Maria Zef, sua ultima fatica, risale al 1936, in pieno periodo Fascista e le valse il Premio Viareggio del 1937. Da questo romanzo furono tratti due film, nel 1953 dal regista Luigi De Marchi, e nel 1981 dal regista Vittorio Cottafavi.

La Drigo vive e scrive al tempo di Ada Negri, della Serao e della Deledda, per citare solo i nomi di tre donne sue contemporanee, e la sua scrittura tratteggia gli stessi ambienti caratterizzati da povertà e sentimenti primordiali. Come per le sue contemporanee, possiamo scorgere alcuni suoni di tipo romantico, caratteristici di quegli anni. Inoltre, nel 1916 era morta Carolina Invernizio, per sottolineare e dare testimonianza di un periodo della nostra storia letteraria in cui le donne ebbero un ruolo di primissimo piano. La scrittura della Drigo, quindi, si riallaccia per gusto e formazione a quella verista dell’ultimo Ottocento a partire dal Fogazzaro e passando per il Capuana, per Neera, altra autrice dimenticata, fino a giungere al primo Verga.

Sarebbe bello se questa autrice, considerata una delle voci più originali della narrativa Italiana del primo Novecento, venisse sollevata dall’oblio in cui, purtroppo, è caduta nonostante si possa dire che le sue opere abbiano resistito all’usura del tempo, mantenendo una freschezza ancora oggi straordinaria.

Maria Zef - Copertina

MARIA ZEF

Paola Drigo
Editore Il Poligrafo

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