Ovunque ma non qui

Ovunque ma non qui

Non è di buon gusto accostare il nome d’un leggendario autore a uno scrittore esordiente per aumentarne il valore.

In questo caso, tuttavia, non resisto: se Charles Dickens operasse ai giorni nostri e fosse un italiano alle prime esperienze, sarebbe una donna e si chiamerebbe Ivana Gini.

Ovunque ma non qui si ambienta a Verona, tra la metà del 1800 e i primi decenni del 1900.

Con pochi tratti e senza indugiare in sovrabbondanze d’aggettivi, quasi seguisse le orme dell’impressionismo pittorico, proprio in quegli anni sviluppatosi, Ivana Gini descrive le miserie che, all’epoca, corrodevano la società e gli spiriti dell’Italia.

I temi affrontati sono davvero moltissimi, ma la scrittura di quest’autrice mai ci dà l’impressione d’aggirarsi in un affastellato e fastidioso horror vacui.

Le dure condizioni di vita in cui vivevano operai, contadini, artigiani e piccoli commercianti sono mirabilmente illustrate in una denuncia sociale che coniuga il reportage a una mesta poesia.

I meravigliosi paesaggi del Veronese non dimenticano di tratteggiare una natura troppo spesso matrigna.

Ovunque ma non qui - Verona 1860
Verona, 1860 ca. Foto di Moritz Lotze (1809-1890)

Mirabile, ad esempio, è la descrizione della piena con cui il possente Adige devastò la città di Romeo e Giulietta nel 1882, sommando miseria a miseria.

Il fulcro centrale del romanzo è, però, ben altro. Affronta, infatti, tematiche che riguardano universali moti dell’animo umano.

Validi in ogni luogo e in ogni tempo.

Il rapporto spesso tormentato, se non tragico, tra genitori e figli, tra mogli e mariti, tra uomini e donne in perenne lotta con la propria identità.

È davvero molto ben indagato il dissidio che governa un certo tipo d’individui e che, come una malattia genetica, si tramanda di generazione in generazione.

In cosa consiste quell’equivoco che ci condanna a vivere una vita non nostra?

La vicenda inizia con il piccolo Giuseppe e la mamma Clotilde, una povera donna che, per sopportare il male di vivere, si rifugia in iperboliche fantasie fino a voler credere, senza ovviamente esserne convinta, che il suo bambino sia figlio, addirittura, di Giuseppe Garibaldi.

Nella loro vita presto entrerà Giacomo, un pittore con gravi disturbi mentali.

Sarà costui a scoprire il talento del piccolo Giuseppe: il bambino possiede il meraviglioso dono di saper guardare, e riprodurre su tela, quella vita incantata che lo circonda.

Questo è già un aspetto di grande interesse: la follia è ciò che apre le porte al talento.

Da qui inizieranno le lunghe peripezie del protagonista.

Con lui attraverseremo gli ambienti artistici che animavano la Verona dell’epoca. Incontreremo celeberrimi pittori come Napoleone Nani, Angelo Dall’Oca Bianca, Carlo Ferrari.

Per evitare sgradevoli spoiler, non dirò cosa ne sarà di Giuseppe, se non che servirà come trampolino di lancio per sviluppare la vicenda nei decenni a venire.

Ovunque ma non qui - Angelo Dall'Oca Bianca
Angelo Dall’Oca Bianca mentre dipinge in piazza delle Erbe

Egli avrà, infatti, un figlio, Spartaco, destinato ad affrontare la prima guerra mondiale, combattendo nel leggendario corpo degli Arditi.

Tornerà profondamente cambiato, mutilato, per sempre, nello spirito, tanto da non riuscire ad essere, per Eros, il padre che dovrebbe.

Sullo sfondo dei profondi tormenti che attanagliano tre generazioni, sfilano memorabili personaggi femminili.

Nessuna tra loro è amata dai propri uomini come meriterebbe.

Eppure, mentre le figure dei maschi si somigliano tutte, queste donne possiedono tratti caratteriali profondamente diversi.

Clotilde, la madre di Giuseppe, è uno spirito libero, quasi selvaggio, che si lascia trascinare nei voli pindarici offerti dalla sua sfrenata fantasia.

Adele, moglie del protagonista, è legata a principi borghesi e fin troppo condizionata da una bigotta religiosità.

Gilda, che sposerà Spartaco, è volitiva, pratica, disillusa.

Eppure tutte hanno in comune un incrollabile senso del dovere e del sacrificio.
Ciascuna di loro ha sposato uomini di talento i cui supremi ideali, però, li hanno allontanati tanto da loro stessi, quanto da quei principi che ci concedono il raggiungimento della serenità nella somma finale, tutti noi costretti a tirare quando la vita volgerà al termine.

Il tema della morte, infatti, grava su questo romanzo fin dalle prime pagine.

Ed è terribile.

Soltanto quando la nera signora sopraggiungerà, infatti, i protagonisti scopriranno quanto fossero innamorati delle proprie compagne e quanto essi stessi non siano stati capaci di volersi bene, confusi com’erano da ciò che avrebbero potuto essere e ciò che sono diventati.

Ivana Gini, lascia però una speranza. Una grande speranza.

Anche un ultimo gesto finale, può dare senso a un’intera esistenza.

Ed è un gesto che Giuseppe compirà.

Ovunque ma non qui - Copertina

OVUNQUE MA NON QUI

Ivana Gini
ChiPiùNeArt Edizioni

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