Più tardi nel pomeriggio

Più tardi nel pomeriggio

Anche se non è stata una scrittrice prolifica, Grace Paley è ugualmente passata alla storia come una delle più grandi maestre delle short stories. La sua produzione letteraria infatti, oltre a tre “chapbook” di poesie, contempla tre raccolte di racconti: Piccoli contrattempi del vivere (1959), Enormi cambiamenti all’ultimo momento (1974) e infine quella di cui desidero occuparmi qui e che si intitola Più tardi nel pomeriggio.

Si tratta di racconti spesso molto brevi, che offrono uno spaccato della vita di tutti i giorni in una New York multirazziale, soprattutto in quel settore della città dove risiede la comunità ebraica alimentata dai flussi migratori provenienti dall’Europa. Le protagoniste – Faith, l’alter ego della Paley, e le sue amiche – si muovono tra le strade di quartiere, il parco giochi, i figli, la cucina, la casa di riposo dei genitori. Anche nell’amarezza o nell’infelicità, non smettono di credere in un futuro migliore per i propri figli e attraversano la vita armate di una saggezza disperata, che soltanto a volte viene attraversata da un raggio di luce. Ed è quel raggio a indicare loro la via.

Più tardi nel pomeriggio - Grace Paley
L’autrice Grace Paley

Lo stile asciutto ed essenziale di Paley è stato definito “ingannevolmente semplice”: in realtà la stringatezza del parlato presenta inaspettate metafore e sorprendenti giochi di parole, ma soprattutto rimanda all’estrema sintesi di alcuni linguaggi poetici: Paley prediligeva infatti la poesia, quella era la sua attitudine più autentica. Ed è proprio grazie all’abilità di concentrare il significato in poche parole che, come tutti i grandi scrittori, Paley riesce a sintetizzare in poche righe il dramma di un’intera esistenza, individuando l’aculeo velenoso che vi si nasconde. Non prepara storie ad effetto. Scrive di corsa, sembra, proprio come vive, pressata dai molteplici impegni di una madre di famiglia. Però è acuta. Essenziale. Estremamente efficace. Soprattutto non ha paura di descrivere la vita così com’è:

Jack se n’era andato in Arizona per un anno a ripulire polmoni e cavità e anche, magari, per avere un nuovo amore, di quel genere pieno di terrificante intenso desiderio, ineluttabile attrazione e così via. Non dico per ironizzare, però è naturale avere una qualche reazione. In bocca al lupo, Jack, dissi io, ma non tornare a casa di cattivo umore. I ragazzi erano in differenti quartieri che cercavano di trovare la giusta armonia per le loro vite. Erano diventati amanti di un paio di donne e di conseguenza tornavano a cena solo di tanto i tanto. Li preoccupava la mia solitudine e proposero diversi modi in cui avrei potuto acconciarmi i capelli.

Poche righe, appunto, parole lasciate libere, guidate soltanto da ciò che Paley conosce molto bene per esperienza personale e personale dolore. E, ogni volta, in assenza di una trama tradizionalmente intesa, perché – dice – la trama è “una linea assoluta tra due punti, mentre chiunque, reale o inventato che sia, merita il destino aperto della vita”. Nel bene, come nel male.

Lei vuol dire, disse Faith, che è la vita che l’ha fatta ammalare?

Così ho detto e così è.

Innegabile, nei suoi racconti, l’influenza degli scrittori russi che venivano letti abitualmente a casa Paley e quella dello storytelling ebraico, ereditata attraverso le letture bibliche con le quali il padre era solito intrattenere i figli. Innegabile anche il bisogno di parlare e di essere ascoltate, che da sempre contraddistingue le donne, insieme al desiderio di conferire visibilità a figure femminili appartenenti alla lower-middle class a e alla working class, in genere classificate come “non interessanti” dal punto di vista letterario. Una tensione morale, quindi, che diventa testimonianza non solo delle donne, ma di tutte le realtà oppresse.

Dopo il matrimonio con il regista Jess Paley, Grace va a vivere in un appartamento sull’Undicesima Strada, dove lei e il marito condividono l’atmosfera libera e anticonformista di molti altri giovani del Village. L’arrivo dei figli prospetta però una realtà diversa, incontri quotidiani con le altre madri nel parco di Washington Square – bambini piccoli dondoli e scivoli – durante i quali la futura scrittrice costruisce una rete sociale e interiorizza spunti letterari che si concretizzeranno in seguito. L’inquietudine è il tratto costante di quegli anni, nei quali la minaccia della Guerra Fredda spinge gli americani a ricercare serenità tra le pareti di casa. Ci si illude, forse, di tenere così a bada il terrore di una guerra atomica, ma la paura non si lascia certo domare così facilmente, anzi, ti insegue ovunque. Anche nel cuore della famiglia. E contamina i rapporti tradizionalmente idealizzati tra madre e figlia, s’intrufola tra moglie e marito, s’insinua nei legami con i genitori anziani, presentandosi sotto le mentite spoglie del senso di colpa e dell’amara incapacità di comunicare in modo autentico con coloro che amiamo.

Ecco, io non voglio star qui, te l’ho già detto. Se non voglio star qui devo andar via. Se vado via lascio la Mamma. Se lascio la Mamma, bè, è terribile. Ma Faith io non posso più vivere qui. Mi è impossibile. Non è vita per me. Io non mi sento vecchio. Mai mi ci sono sentito. Solo mi dispiaceva per tua madre – eravamo molto legati. Lei non stava più tanto bene da seguire le faccende domestiche come era abituata a fare. Dopo l’operazione è cambiata… Bè, non eri a casa in quel brutto momento. Avevi già la tua vita… bè, per lei qui è come il Grand Hotel, solo pieno di compatrioti. Lei non vede la Hegel-Shtein, una donna amara, acida. Lei vede una pittoresca matriarca piena di vita. Lei non vede i gemelli Bissel, ottantaquattro anni, tragici, infantili, puzzolenti di urina. Lei vede meraviglie. Un’intera vita insieme, meraviglie! Lei non vede, ah, Faithy, lei semplicemente non vede.

Più tardi nel pomeriggio
Vista sul Washington Square Park (e sull’arco) con uno scorcio dei quartieri alti di Manhattan.
Foto di: Isabella Ruffalo-Burgat.

Accadimenti apparentemente minimi, quindi, quotidiani, ma in qualche modo universali, perché riguardano sempre e comunque quel certo nervo scoperto che ognuno di noi cerca invano di proteggere, ma che è sempre a rischio di lesioni, soprattutto nell’ambito dei rapporti con coloro che ci sono più cari. E ai quali maggiormente assomigliamo.

Come ha detto qualcuno “l’unico vero peccato per uno storyteller è negare la parola”. Scrivere per Paley significa assumersi la responsabilità di dare visibilità proprio a tutti, privilegiando, come già detto, coloro che le cronache ufficiali ignorano. Le loro sofferenze “normali”. Quegli eventi apparentemente trascurabili, che possono invece segnare una vita, influenzare il suo futuro. Come, per esempio, un casuale incontro al parco:

Ricordo gli occhi di Anne e il cappello che portava il primo giorno che ci guardammo. I nostri bambini strillando erano appena usciti dal recinto di sabbia sulle loro gambette inesperte. Li tirammo su. Al di sopra delle loro teste piene di sabbia ci sorridemmo. Credo che in quel momento fu suggellato un patto, utile quanto il giuramento che tutte noi avevamo pronunciato coi mariti ai quali non eravamo più sposate. Il senno di poi, per solito guardato dall’alto in basso, probabilmente è prezioso quanto la preveggenza, poiché contiene alcuni fatti.

Dalla fine degli anni Sessanta la visione di Paley comincia ad allargarsi, esce dalla casa e dal parco, si affaccia sulla scena cittadina e mondiale, diviene militante: i movimenti pacifisti, femministi e antinucleari che hanno attraversato gli Stati Uniti a partire dal secondo dopoguerra l’hanno vista impegnata a livello sia locale che nazionale. A proposito del razzismo dice “Il razzismo è come la polmonite e l’antisemitismo è come un comune raffreddore: ce l’hanno tutti”. Negli anni Ottanta poi si avvicina ulteriormente alle figure femminili più trascurate dal canone letterario: donne senza uomini, madri senza compagni, donne omosessuali, confermandosi ancora una volta portavoce di coloro che di voce non ne hanno.

Grace Goodside nota come Grace Paley dal cognome del primo marito, nasce a New York da Isaac e Manya Ridnyik Goodside, ebrei russi emigrati dall’Ucraina. Nel 1938 e 1939 frequentò l’Hunter College, e poi la The New School, ma non ricevette mai la laurea. Nei primi anni 40, Paley studiò con W. H. Auden alla New School for Social Research. L’interesse sociale di Auden e il suo uso pesante dell’ironia è spesso citato come un’influenza importante sui suoi primi lavori, in particolare le poesie.

Nel 1942, Grace sposò Jess Paley dal quale ebbe due figli e da cui divorziò, per poi risposarsi nel 1972, col poeta Robert Nichols. Nel 1989, il governatore Mario Cuomo la nominò prima scrittrice ufficiale dello stato di New York. È morta nella sua casa di Thetford a 84 anni.

Più tardi nel pomeriggio - Copertina

PIÙ TARDI NEL POMERIGGIO

Grace Paley
La Tartaruga Edizioni (Baldini & Castoldi)

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