Racconti di Pietroburgo

Racconti di Pietroburgo

Nikolaj Gogol’ è stato senza dubbio uno dei maggiori rappresentanti della letteratura russa, perfetto esemplare di una produzione letteraria unica nel suo genere, capace di rinnovarsi costantemente, pur mantenendo un inossidabile legame con la tradizione, con quel carattere malinconico e crepuscolare che contrassegna gli scrittori russi a qualsiasi latitudine ed epoca.

Il nome di Gogol’ è indubbiamente legato al suo capolavoro, a quel Le anime morte, che rappresenta uno dei più alti vertici non solo della letteratura russa ma anche, a ragione, di quella mondiale.

Eppure, per certi aspetti, quello straordinario romanzo, mirabile esempio di come con tono comico si possa raccontare la mediocrità umana che si anima nel microcosmo russo, probabilmente non avrebbe visto la luce se prima Gogol’ non si fosse cimentato con alcuni racconti che non hanno nulla da invidiare al suo testo più famoso.

Stiamo parlando dei cosiddetti Racconti di Pietroburgo, ovvero di quei cinque racconti che Gogol’ scrisse fra il 1835 e il 1840 e che Tommaso Landolfi intravide come l’ideale fase di passaggio fra le produzioni gogoliane dell’estrema giovinezza e, per l’appunto, Le anime morte.

In realtà Gogol’ pubblicò i racconti in diversi momenti, senza pensare di raccoglierli in un unico volume, ma inserendoli in due diverse raccolte, insieme ad alcuni saggi e articoli. Fu solo in seguito che quei cinque racconti, Il naso, Il ritratto, La Prospettiva, Il giornale di un pazzo e il celeberrimo Il mantello furono raccolti in unico volume a cui fu dato il titolo di Racconti di Pietroburgo.

Racconti di Pietroburgo - Gogol'
Otto Friedrich Theodor von Möller – Ritratto di Nikolaj Gogol’ (olio su tela – 1840)

Il primo di questi è Il naso, probabilmente il più paradossale fra tutti, lodevole esempio di quella letteratura grottesca e surreale di cui Gogol’ è stato uno dei padri putativi. Tutto il racconto ruota intorno a un naso, non un naso qualsiasi, bensì quello dell’assessore di collegio Kovalvev, un uomo tutto d’un pezzo, rispettato e amante del bel vestire, accasatosi a Pietroburgo, ritenendo quella città confacente al suo titolo.

Ebbene quel naso, il 25 marzo, non si trovava più nella sua naturale collocazione, bensì all’interno di un caldo pane alle cipolline, appena sfornato, spiacevole scoperta che fa Il barbiere Ivan Jakovlevic, alla bisogna, come riporta sull’insegna del suo negozio, anche cava sangue.

Tutto il racconto gogoliano verte sul grottesco tentativo messo in atto dal povero Kovalvev, inopinatamente deturpato dell’indispensabile organo olfattivo, di ritrovare il suo caro naso, al posto del quale non c’è più nulla.

L’amara scoperta, fatta nell’atto di riassettare davanti allo specchio il colletto di batista della sua camicia inamidata, «gettò Kovalvev in preda alla disperazione. Egli tornò indietro e si fermò un momento sotto il colonnato, guardando invano a dritta e manca» per vedere, se per caso, non vedesse il suo naso.

E, alla fine, il povero Kovalvev il suo naso lo scova, dando inizio a un’incredibile caccia da far invidia al più accanito degli scrittori gialli e di cui, ovviamente, vi celo l’esito finale.

Il naso è un racconto irresistibile per ironia e capacità descrittiva che si legge davvero tutto d’un fiato, perfetto antipasto al successivo pranzo narrativo.

Meno grottesco è il secondo dei cinque racconti, Il ritratto, la cui trama anticipa, di qualche decennio, un altro capolavoro della letteratura mondiale: Il ritratto di Dorian Gray.

Il racconto narra le gesta di un quadro che il pittore male in arnese Čartkòv acquista per venti copechi in una bottega che «presentava la più eterogenea accolta di cianfrusaglie» tra cui moltissimi quadri, «la massima parte a olio (…) coperti da una vernice verde cupo, incorniciati d’un oro falso e ingiallito.»

L’opera comperata dallo spiantato pittore, (che vive in un’umile stanza, sulla Quindicesima Strada, nella periferia ovest di Pietroburgo, in compagnia dell’amata Nikita, un docile cane gelosissimo del padrone), non è in verità un capolavoro ma è di un realismo incredibile, specie per gli occhi così vividi e inquieti, quasi «fossero stati strappati a un uomo vivo e incastonati nella tela.»

Ma quel realistico quadro, di cui nella seconda parte del racconto si scopre la misteriosa genesi, è «in qualche maniera la causa» della trasformazione della vita del giovane pittore, perché quel dipinto, comprato al Mercato Scukin per una manciata di copechi, si trasforma per Čartkòv in una fonte di inopinata ricchezza, soldi e fama che, però, sono alla base di una inevitabile deriva che spalanca le porte a una spaventosa e insopprimibile rabbia.

Il ritratto è un racconto complesso ma scorrevolissimo, caratterizzato da una narrazione che, se nella prima parte può sembrare lenta, senza particolari picchi, diviene, nella seconda, assolutamente trascinante, scortando il lettore nei meandri di una trama gotica, con accenni noir, riassumibili in questo icastico e misterioso passaggio:

Fammi il ritratto. Io forse morrò presto, non ho figli; ma non voglio morire del tutto, voglio vivere ancora. Sai fare un ritratto che sia proprio come vivo.

Totalmente diverso per stile e trama è il terzo racconto gogoliano, dall’iconico titolo di La Prospettiva. Si tratta, infatti, di un racconto interamente dedicato alla principale strada di Pietroburgo, la via per antonomasia della città fondata nel 1703 da Pietro il Grande.

Gogol’ in questo racconto rende omaggio alla Nevskij Prospekt, letteralmente Corso della Neva, (il fiume cittadino), l’asse viario principale dell’allora capitale russa che con i suoi oltre 4 chilometri di lunghezza è l’emblema stesso di Pietroburgo, la strada che nessuno cambierebbe «contro tutte le felicità del mondo».

Se nei due precedenti racconti Pietroburgo era rimasta pressoché nell’ombra, delicata quinta di un palcoscenico calcato da protagonisti in carne e ossa, ora, in questo terzo scritto, la città aristocraticamente adagiata sulla Neva, diventa la star assoluta, mostrandosi attraverso il suo volto più bello: la Prospettiva.

Gogol’ ce la presenta nei vari momenti della giornata, dall’alba, «quando tutta Pietroburgo odora di pani caldi appena sfornati ed è piena di vecchie in abiti e mantelli a brandelli» al primo pomeriggio quando i ragazzi, che in precedenza la percorrevano rumorosamente, vengono sostituiti dai loro «solleciti genitori, i quali procedono sotto braccio alle loro variopinte, multicolori e isteriche amiche.»

Ma è al crepuscolo, quando «le tenebre cadono sulle case e sulle strade, e il vigile s’arrampica sulla scala per accendere i lampioni» che la Prospettiva «di nuovo s’anima e ricomincia il movimento.»

Nel bel racconto di Gogol’ la Nevskij Prospèkt diventa l’affascinante sfondo di incontri fugaci, di passioni fatali, di storie che ricevono dalla Prospettiva l’energia per vivere, l’incoraggiamento per raccontarsi, la spinta necessaria per rimanere, nonostante tutto, eterni.

Racconti di Pietroburgo - Castello di San Michele
Giacomo Quarenghi – Veduta del castello di San Michele – 1801

Fra gli involontari attori che recitano sulla Prospettiva ci sono anche il giovane tenente Pirogòv e il suo amico Pìskarëv, che Gogol’ descrive come un artista timido, che riflette nel suo grigio animo la sua provenienza settentrionale. Ma la sua esistenza, ormai priva di variazioni sul tema, viene sconvolta da una ragazza che scorge sulla Nevskij Prospèkt e che inizia a seguire e che sarà foriera di inattesi e imprevisti sviluppi tutti da leggere.

Con il penultimo racconto, Il giornale di un pazzo (in altre edizioni titolato anche Le memorie di un pazzo) Gogol’ torna a immergersi nella narrazione grottesca, raccontando le peripezie di Aksentij Ivanovič Popriščin, un giovane collaboratore di un giornale, la cui occupazione principale, in attesa di spiccare il grande volo, è quella di temperare a puntino le penne del direttore.

Il racconto, scritto in prima persona, narra in forma diaristica, le vicissitudini di Popriščin, segretamente innamorato della figlia del direttore, che, a un certo punto, inizia a manifestare chiari, inequivocabili segni di precoce follia.

L’epifania della sua pazzia si palesa il 3 ottobre, come Popriščin riporta minuziosamente sul suo diario, quando sente parlare due cani. Sulle prime quell’insolito dialogo canino lo sorprendente, poi, passato l’iniziale stupore, trova quella curiosa conversazione assolutamente normale, riflettendo come «al mondo d’esempi simili» ve ne fossero già parecchi, ricordando, addirittura, come in Inghilterra «venne a riva un pesce il quale pronunciò due parole in una lingua così strana, che i dotti ci si affannarono sopra già da tre anni e fino a tutt’oggi non hanno chiarito ancora nulla.»

Ma l’aver udito parlare i due cani è solo l’inizio di un percorso di un folle climax che tocca l’acme quando il giovane viene a sapere che in Spagna il trono è vacante.

Oggi ho letto tutta la mattinata i giornali. Strani fatti succedono in Spagna. Io anzi non ci capisco bene. Scrivono che il trono è vacante e che gli alti gradi si trovano in una posizione imbarazzante per ciò che concerne la scelta del successore, e ne derivano torbidi.

Quella notizia ha un effetto deflagrante, scatenando un crescendo di pensieri e valutazioni gradatamente più folli.

Gogol’ con la sua straordinaria penna descrive questo crescendo di follia, sottolineando l’evidente contrasto fra una narrazione lucida, particolareggiata, quasi analitica e dei contenuti surreali, trascinando il lettore nel vortice insensato del malcapitato Popriščin.

Racconti di Pietroburgo si conclude con il più noto di tutta la raccolta. Stiamo parlando di Il mantello, in altre traduzioni noto anche come Il cappotto, di cui uno dei più grandi ammiratori fu Dostoevskij. Il grande scrittore russo così ebbe a dire: «siamo tutti usciti dal Mantello di Gogol’» volendo sottolineare quale contributo abbia dato alla letteratura mondiale quel geniale racconto, dove si narra il personalissimo dramma di Akakij Akakievič Bašmačkin, un umile e povero impiegato, «bassino di statura, alquanto butterato, rossigno anzichenò, persino un po’ miope all’aspetto, con un tantino di calvizie sulla fronte», a cui viene rubato il cappotto nuovo di zecca.

Questi è un copista, addetto, cioè, alla pedissequa manuale trascrizione di tutti gli atti che colleghi e superiori gli propinano durante l’orario di lavoro e non solo, perché Bašmačkin, non di rado, si porta il lavoro a casa, copiando alla debole luce di una candela lettere, verbali, relazioni.

Ma la routine di questo povero impiegato, una sorta di Fantozzi ante litteram, viene sconvolta dall’impellente necessità di cambiare il suo vecchio cappotto, talmente frusto da non proteggerlo dal nemico numero uno dei poveri impiegati pietroburghesi, quelli che guadagnano «quattrocento rubli l’anno di stipendio o giù di lì», il famigerato freddo nordico.

Il povero Bašmačkin, sulle prime, pensa di far riparare il suo logoro pastrano ma, quando il sarto, che in origine si chiamava Gregorio ed era un servo della gleba ma che, quando fu affrancato, «principiò a chiamarsi Petrovic» e ad avere una certa familiarità con l’alcol, gli vaticinò l’assoluta impossibilità di accomodare quel cappotto, Bašmačkin prese la decisione di acquistarne uno nuovo.

Ma la felicità per il cappotto nuovo che gli conferiva un’aria da signore, quasi emancipandolo da quella condizione in cui da sempre annaspava, dura l’attimo di una notte estiva pietroburghese.

Il cappotto, infatti, gli viene rubato.

Quel furto, che molti derubricherebbero a mera sfortuna, a uno spiacevole incidente di percorso, è, per il povero Bašmačkin la summa di un’esistenza grama, la drammatica firma su una vita segnata da patetiche restrizioni, da un’inaccettabile condizione miserevole.

Con Il Mantello Gogol’, (che prese spunto da un fatto di cronaca, in cui un impiegato fece chissà quali economie per potersi comprare un fucile Lapage, salvo poi lasciarlo cadere nelle gelide acque del Golfo di Finlandia, durante la sua prima battuta di caccia), torna a quella letteratura “accusatoria”, civile, realistica, tratteggiando con il suo stile, in cui dramma e grottesco, facce della medesima medaglia, si fondono insieme, la variegata e spietata società pietroburghese, rigidamente classista, stolidamente inquadrata in azzimate uniformi.

Racconti di Pietroburgo, da consigliare l’ineguagliabile traduzione di Tommaso Landolfi, è un florilegio letterario, perfetto esempio di come il racconto, nella sua brevitas, possa essere uno straordinario strumento per descrivere il microcosmo umano, fatto di personaggi immersi in una luce crepuscolare, quell’agitarsi turbinoso della gente, come amava ripetere Gogol’, che equivale «a leggere un libro vivente, come imparare una nuova scienza.»

Racconti di Pietroburgo - Copertina

RACCONTI DI PIETROBURGO

Nikolaj Gogol’
Edizioni Adelphi

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