Uno studio in rosso

Uno studio in rosso nella recensione di Maurizio Carvigno per Gilda Bicêtre

Nel novero dei detective romanzeschi, figure particolarmente amate dai lettori di ogni latitudine, un posto di rilievo spetta sicuramente a Sherlock Holmes. Il personaggio creato da Conan Doyle, non solo è stato uno dei primi investigatori della letteratura, uno dei capostipiti di una lunga teoria di “colleghi”, dal celeberrimo Poirot al nostrano Montalbano, ma anche e soprattutto un modello di riferimento, per certi aspetti, un punto di arrivo.

Il detective, creato dalla fervida penna dello scrittore inglese, fece la sua comparsa nel 1887 nel romanzo Uno Studio in rosso (A Study in Scarlet), il primo di quattro fortunatissimi libri che eterneranno uno dei più ammirati e leggendari personaggi letterari di sempre.

Sherlock Holmes, in origine, come racconta lo stesso Conan Doyle nella sua autobiografia Memorie e avventure, si sarebbe dovuto chiamare Sherringford Holmes. A ispirarlo fu Joe Bell, un vecchio docente di Doyle all’Università di Medicina di Edimburgo dove, nel 1881, lo scrittore scozzese si era laureato.

Quell’anziano professore, dalla faccia grifagna e dalle maniere stravaganti, fissato per i dettagli che sosteneva facessero davvero la differenza, sembrava un modello perfetto per il personaggio di un investigatore a cui Doyle pensava da tempo, amando, sopra ogni cosa, anzitutto scrivere.

Dopo aver terminato nel 1884 The Firm of Girdlestone, «primo tentativo di narrazione di lungo respiro», scritto che seguiva cronologicamente la pubblicazione del racconto The Mistery of Sasassa Valley sul “Chambers’ Journal”, Doyle vuole osare, sentendosi «in grado di sfornare qualcosa di più fresco e incisivo, e più competente», insomma si sente pronto per dare alla luce il suo Sherlock Holmes.

Così scrive nella sua autobiografia:

Mi piaceva Gaboriau con le sue trame ben congegnate, e il magistrale detective di Poe, Monsieur Dupin, era uno dei miei eroi sin da quando ero bambino. Ma sarei stato in grado di creare qualcosa di originale?

Lo fu e si trattò di uno straordinario successo, basti pensare che Uno studio in rosso, dopo essere stato rifiutato da numerosi editori, fu pubblicato su rivista dalla Ward lock & Co. in cambio di un misero compenso per l’autore pari a sole 25 sterline. Il successo fu immediato, tanto che in poche settimane la casa editrice decise di pubblicarlo in un volume vero e proprio, impreziosito, oltretutto, da bellissime illustrazioni realizzate dal padre di Conan, Charles Doyle.

Uno studio in rosso - Casa museo di Sherlock Holmes
La casa museo di Sherlock Holmes in una foto di Enzo Mazzeo.

Sherlock Holmes piacque immediatamente al pubblico inglese e non solo, diventando in breve tempo uno dei personaggi letterari più riusciti, anche fuori dal ristretto ambito del “giallo.”

Di quell’investigatore sui generis si accorse fin da subito la nascente industria cinematografica che lo ritenne un personaggio perfetto da proporre al pubblico. Il primo film ispirato al celebre protagonista dei romanzi di Doyle fu Sherlock Holmes Baffed di Arthur Marvin, pellicola del 1900 della durata di soli trenta secondi, che fece da apripista alla successiva e copiosa produzione cinematografica che vide cimentarsi nei panni di Holmes una miriade di attori noti e non, tra cui, il celebre Robert Downey Jr. nei due film diretti da Guy Ritchie del 2009 e del 2011.

Il successo letterario ma anche filmico di Sherlock Holmes è determinato da una personalità spiccata, da una fisionomia ben precisa, da quel suo humour tipicamente inglese, da un carattere marcato, dalle immancabili e peculiari fisime e, principalmente, da quel suo stile unico nel condurre le indagini.

Holmes, come lo stesso Doyle lo descrive, è un tipo tranquillo, dalle abitudini regolari, che raramente rimane in piedi oltre le dieci di sera, capace, però, di concedersi, talvolta, delle lunghe camminate nei quartieri più malfamati di Londra, la città dove vive e “lavora”.

La capitale inglese, con la sua nebbia fitta, con le carrozze che corrono rumorose sulle strade acciottolate, con i rivoli di acqua che lambiscono le strade, animata da un’umanità varia, è la naturale quinta non solo di questo primo romanzo ma anche degli altri di cui Sherlock Holmes è protagonista.

Nelle prime pagine di Uno Studio in rosso il celebre detective viene presentato dal dottor John Watson, un giovane medico inglese congedato dall’esercito a causa di una ferita patita in Afghanistan, che va a vivere, non senza qualche iniziale perplessità, a casa dell’investigatore.

Agli occhi del dottore Holmes, un signore di un metro e ottanta «e talmente magro da sembrare più allampanato», appare decisamente singolare, con quello sguardo acuto e penetrante, capace di padroneggiare con estrema delicatezza i fragili strumenti del suo ampio e complesso laboratorio e, al tempo stesso, di risultare quasi comico nell’impiastricciarsi le mani con l’inchiostro e le diverse sostanze chimiche utilizzate.

Watson è però totalmente affascinato da Holmes, si tratta di una sorta di amore a prima vista; di quel detective apprezza tutto, anche il suo essere così visibilmente contraddittorio:

Non c’era sforzo superiore alle sue energie quando lo prendeva un accesso di attivismo, ma ogni tanto cadeva preda di una reazione contraria e rimaneva sdraiato per giorni di fila sul divano del salotto, da dove pronunciava a stento qualche monosillabo, senza muovere muscolo da mane a sera. In queste occasioni ha avuto modo di notare nel suo sguardo una luce sognante, vacua. C’era quasi da sospettare che facesse uso di droghe se non ci fosse stata a smentire la sua vita sana e morigerata.

Holmes non fa certo uso di droghe ma le conosce e bene, al pari dei veleni, di cui sa descrivere non solo le composizioni chimiche ma soprattutto i ferali effetti.

Uno studio in rosso - 3 Lauriston Gardens
Il 3 di Lauriston Gardens in una foto di M&S Literary Adventures.

La chimica, d’altra parte, è una delle sue passioni come l’investigazione, ambito in cui si ritiene, senza falsa modestia, il migliore, tanto che a lui ricorrono detective ufficiali e non, postulanti che bussano alla porta del pigro Holmes quando annaspano nelle spire di inchieste che affondano, per la loro conclamata incapacità, nel mezzo di un placido mare.

Holmes, come il più navigato dei maghi, estrae il coniglio bianco dal nero cilindro, lasciando di stucco il pubblico adorante. Ma non si tratta di magia o di trucchi ingegnosi, Holmes risolve i casi grazie alla sua proverbiale conoscenza della storia del crimine, perché, come lui stesso afferma: «i delitti presentano forti affinità fra di loro, e se conosci a menadito i dettagli di un migliaio di casi è decisamente improbabile che tu non riesca a chiarire il milleunesimo.»

Fra coloro che ricorrono a Holmes c’è anche l’ispettore Lestrade, molto noto nel suo settore ma che di recente «s’è perso in un’indagine su una banda di falsari» e Tobias Gregson «l’uomo più in gamba di Scotland Yard.»

Sono loro che un «tal giorno» chiedono l’ennesimo aiuto a Holmes su un caso molto strano, avvenuto in piena notte al numero 3 di Lauriston Gardens, una via laterale di Brixton Road, dove, dentro una casa disabitata da tempo, è stato rinvenuto il cadavere di Enoch J. Drebber, un distinto signore, stando almeno al raffinato abito che indossa, originario di Cleveland, in Ohio.

E qui inizia l’avvincente trama di Uno studio in rosso.

I due poliziotti, tronfi per le loro iniziali scoperte sulla scena del crimine, riferiscono a un dubbioso Holmes di aver rinvenuto una fede nuziale da donna e, principalmente, di aver trovato, su una camera attigua a quella dove risiede senza vita il corpo di Drebber, una curiosa e macabra scritta. Su uno dei muri è stata tracciata con il sangue la parola rache, che in tedesco, ma questo i due poliziotti lo ignorano, significa “vendetta”.

Tutto qui? Un po’ poco per il meticoloso Holmes, che quasi sdegnando Lestrade e Gregson inizia la sua personalissima e accuratissima indagine, alla ricerca di quegli indizi apparentemente banali che però, come sempre faranno la differenza, quegli stessi segni che Lestrade e Gregson, oltretutto divisi da un’atavica e insanabile rivalità, neanche scorgono, troppo presi dalle loro facili e rapide congetture, perché quei due hanno semplicemente visto, evitando di osservare, come fa sempre Sherlock Holmes, per il quale, anche il dettaglio più infimo, banale, irrilevante, può risultare decisivo, perché, come ripete a un attonito Watson: «è un gravissimo errore avanzare ipotesi prima di avere tutte le prove. Tende a falsare il giudizio.»

E le prove in quella disabitata e sinistra casa di Lauriston Gardens alla fine, grazie al fiuto investigativo di Holmes, saltano fuori e sono evidenti, lapalissiane e il caso, inizialmente irrisolvibile, viene decifrato, fra lo stupore di un estasiata Watson e il malcelato fastidio di Gregson e Lestrade che, pensando a un certo punto di aver scovato l’assassino, devono riconoscere l’assoluta superiorità del loro interlocutore.

Uno studio in rosso - Arthur Conan Doyle
L’autore Arthur Conan Doyle. 1914 – Walter Benington

Uno studio in rosso piace per la caratterizzazione dei diversi personaggi, per la fluidità narrativa, per la capacità di creare suspence ma anche la suddivisone del romanzo in due distinte parti che solo apparentemente sembra rompere l’impianto romanzesco, risultando, invece, un ottimo stratagemma per mantenere desta l’attenzione del lettore, portandolo lentamente al cospetto della verità scoperta da Holmes.

Nella prima parte, intitolata Dai ricordi del Dottor John H. Watson, ex ufficiale medico dell’esercito, il giovane cerusico, dopo aver descritto il primo incontro con Holmes, racconta le fasi dell’indagine condotte dal suo celebre coinquilino, mentre nella seconda, dall’oscuro titolo Il paese dei Santi, quelle ombre che sembravano troppo fitte, al punto da lasciare il lettore quantomeno perplesso, quasi smarrito, si diradano totalmente.

Tutto, alla fine, diviene chiaro, fra terre sconfinate nel Nuovo Continente, dove temporaneamente si sposta la vicenda, e vendette da portare finalmente a termine nella borghese Londra.

Il racconto di Conan Doyle si sviluppa in modo moderno e accattivante. Il lettore è condotto dal grande romanziere scozzese a seguire Holmes con speranza, fidandosi del suo infallibile istinto, anche se, all’inizio, quella strana indagine appare nebulosa, come la nebbia che avvolge sinistramente la City.

Poi, però, la nebbia svanisce e accanto al profilo della città emerge quello di un’inchiesta in cui ogni tassello torna perfettamente al suo posto, un mosaico completo, minuziosamente ricomposto da Holmes che fa bella mostra di sé al cospetto dello stupefatto lettore.

Holmes, novello Gordio, scioglie ogni nodo dell’intricata matassa, anche quello più ostico da sciogliere, lasciando con l’eleganza che arride solo ai grandi le luci della ribalta ad altri, a Gregson e Lestrade, fulgidi esempi dell’efficienza della polizia londinese, la cui bravura nel risolvere casi spinosi, in un accenno di fanatismo tipicamente british, come sciovinisticamente declamato dalla stampa locale, «servirà da lezione a tutti gli stranieri, spingendoli a risolvere le loro faide in patria senza esportarle su suolo britannico.»

Alla fine Holmes può modestamente cantare vittoria e lo farà a modo suo, senza ricevere meriti od onori ma cullandosi per una vittoria sommessa, lontano da squilli e titoli cubitali, accontentandosi del suo ennesimo, inevitabile successo e magari prendendo in prestito, come suggerisce Watson a conclusione del suo diario, le parole dell’avaro descritto da Orazio:

Populus me sibilat, at mihi plaudo ipse domi simul ac nummos contemplor in arca.

(La gente sparli pure di me, io me la godo quando a casa mia ammiro le monete nel mio scrigno)

Uno studio in rosso - Copertina

UNO STUDIO IN ROSSO

Arthur Conan Doyle
Edizoni Feltrinelli

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