Uscita di sicurezza

Uscita di sicurezza

Dopo Fontamara, il più noto tra i romanzi di Ignazio Silone, mi è sembrato doveroso dedicare spazio anche a Uscita di sicurezza, che è invece un’opera certamente dimenticata dell’editoria italiana, pur essendo stato il lavoro che garantì a Silone, nel 1965, anno della sua pubblicazione, il successo fino ad allora negatogli in Italia per motivi ideologici, diversamente da quanto accadde in altri paesi occidentali in cui era già fortemente apprezzato.

Uscita di sicurezza - Silone, Saragat e Chiaromonte
Silone, Saragat e Chiaromonte. Fonte http://amici-silone.net/album/il-ritorno/

Si tratta di una raccolta di ricordi e riflessioni che abbracciano l’arco di buona parte della vita dell’autore e in realtà la struttura di questo libro sfugge ad una classificazione canonica, raccogliendo quattordici lavori che passano dai racconti ai saggi, stesi in epoche diverse e disomogenei nella struttura e nel taglio, ma pervasi da uno spirito di fondo talmente coerente da rendere l’intero lavoro organico e compatto. La narrazione di Silone in Uscita di sicurezza rimane avvincente per tutto l’arco dell’opera, sia quando lo vediamo impegnato in racconti autobiografici, attraversati da una forza suggestiva che ci fa immaginare di essere accanto all’autore nelle vicende che narra, sia nei testi più propriamente politici, in cui si ravvisa un’intonazione decisamente polemica in una concatenazione di elementi filosofici, socio-politici, storici ed etici, passando anche per alcune considerazioni di carattere religioso.

Vediamo Silone ancora bambino, seduto sull’uscio della propria casa situata nella parte vecchia del suo paese natale, “un vasto alveare di nere casucce di cafoni, molte stalle incavate nella roccia, un paio di chiese e qualche palazzo disabitato”. Lo sguardo del piccolo, alle prese con le prime difficoltà dello studio, viene catturato dalla scena che gli si svolge dinnanzi, portando un moto di inaspettata ilarità.

Un piccolo uomo cencioso e scalzo ammanettato tra due carabinieri, procedeva a balzelloni, nella strada deserta e polverosa, come in un penoso ritmo di danza, forse perché zoppo o ferito a un piede. Tra i due personaggi in uniforme nera, che nella crudezza della luce estiva sembravano maschere funebri, il piccolo uomo aveva un vivace aspetto terroso, come di animale catturato in un fosso. Egli portava sulla schiena un fagottino dal quale usciva, in accompagnamento al suo saltellare, uno stridio simile a quello della cicala. L’immagine pietosa e buffa m’apparve e venne incontro mentre mi trovavo seduto sulla soglia di casa, col sillabario sulle ginocchia, alle prime difficoltà con le vocali e le consonanti; e fu una distrazione inaspettata che mi mosse al riso.

Ma proprio questo riso offrirà al padre dell’autore la possibilità di impartire al figlio una grande lezione sulla vita e il rispetto per il prossimo:

«Guarda com’è buffo», gli dissi ridendo. Ma mio padre mi fissò severamente, mi sollevò di peso tirandomi per un orecchio e mi condusse nella sua camera. Non l’avevo mai visto così malcontento di me.

«Cosa ho fatto di male?» gli chiesi stropicciandomi l’orecchio indolorito.

«Non si deride un detenuto, mai». «Perché no?».

«Perché non può difendersi. E poi perché forse è innocente. In ogni caso perché è un infelice».

Senza aggiungere altro, mi lasciò solo nella camera, in preda a un turbamento di una nuova specie. Le vocali e le consonanti, con i loro complicati accoppiamenti, non mi interessavano più.

Attraverseremo poi molti altri episodi, a partire dal giorno trascorso accanto al padre, in una giornata che, nel ricordo dell’autore, segna il passaggio all’età adulta, in cammino verso il campo da arare vicino alla conca del Fucino. Un “viaggio” di otto chilometri percorsi su un carro trainato da buoi, a passo lento, prima che l’alba porti un caldo troppo forte da poter sopportare. Le immagini che si susseguono sono quelle di una terra dura e di una gente segnata e inasprita dalla fatica e dall’abitudine al sacrificio, ma sempre disposta a slanci di altruismo inaspettati.

Uscita di sicurezza - Pescina dopo il terremoto del 1915
Una veduta di Pescina dopo il sisma che devastò la Marsica nel 1915.

Vivremo con l’autore adolescente la ferocia del terremoto che si abbattè su quelle terre nel 1915 e incontreremo Don Orione, accanto al giovane Silone in un treno diretto in Liguria, accompagnandoli in un viaggio che darà vita ad una delle pagine più belle di questa raccolta, caratterizzata da un ritratto vivido ed espressivo dei due personaggi.

Tutto il racconto è volto a farci comprendere il cammino che portò Silone ad avvicinarsi al Comunismo come speranza di fattiva e forte vicinanza tra gli uomini, ma soprattutto le motivazioni che diedero origine al suo allontanamento dal Partito, mirabilmente raccontate nel puntuale resoconto dei viaggi a Mosca e delle riunioni dell’Internazionale.

Lo stesso autore riassumerà perfettamente tutto il percorso in queste poche parole:

Ci si libera dal comunismo come si guarisce da una nevrosi.

L’unico modo davvero efficace per distaccarsi da una ideologia che ha pervaso un’intera vita è solo quello di trovare un’uscita di sicurezza…

Quest’opera ci ripropone in maniera risonante il carattere di testimonianza che spesso assume la scrittura di Silone, non importa che si tratti di saggi o di romanzi, “è solo una differenza di tecnica”. Ogni parola diventa traccia di un autore volto, nel pensiero e nel cuore, all’uomo, che pur essendo immerso nell’ingranaggio delle strutture sociali, non può essere visto come parte integrante di esso, ma deve essere svincolato dalla morsa di rassegnazione e indifferenza che ne deriva.

Certamente possiamo dire che Uscita di sicurezza ci fa comprendere ancora di più quanto Silone, “come ogni scrittore che concepisce la propria attività al servizio del prossimo”, abbia portato avanti una continua e puntuale osservazione di una realtà in costante evoluzione che, alla fine, apparirà in tutta la sua bruciante incoerenza.

Uscita di sicurezza - Copertina

USCITA DI SICUREZZA

Ignazio Silone
Edizioni Mondadori

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