Vita breve di Katherine Mansfield

Il bellissimo Vita breve di Katherine Mansfield, con il quale nel 1981 il grande Pietro Citati vinse il Premio Bagutta, non racconta soltanto la scrittrice oggi unanimemente considerata uno dei maestri della narrativa breve, ma, con abilità quasi medianica, ci restituisce a tutto tondo la donna che Katherine fu. Proprio come in un romanzo. E in un modo così profondamente empatico, che risulta davvero difficile, all’ultima pagina, dirle addio. La descrivevano più fragile di una porcellana cinese, ma dimostrò invece una grande forza nell’affrontare un destino tanto luminoso quanto crudele. Ebbe in dono, infatti, uno straordinario talento, disponibile però soltanto a patto che accettasse di lasciarsi completamente investire dal caos che infuriava dentro di lei. Doveva inoltrarsi, sola e disarmata, nelle tenebre di quel caos e avventurarsi alla cieca, lontano, verso una sorta di dimensione altra, che coincideva con il suo inconscio, ma anche con un terrificante aldilà.

Vita breve di Katherine Mansfield - Pietro Citati
L’autore Pietro Citati

E Katherine accettò la sfida, pagando quell’audacia con i disordini psichici che sempre la tormentarono e che oggi chiameremmo “disturbo bipolare”: depressioni che si alternavano a furiose esaltazioni, continui, inspiegabili passaggi dalla gioia alla collera alla prostrazione. Uno stato che minò irrimediabilmente la sua salute.

Citati lo spiega molto bene:

[…] subito la capricciosa e furibonda isteria la riassaliva violentemente. Perché ribellarsi contro di essa? L’isteria era una grande ispiratrice. Spezzava la continuità della vita in vibranti frammenti nervosi, interiorizzando e intensificando le sensazioni. Bastava che una spazzola posasse pesantemente o leggermente sui capelli per rivelarci la malinconia o la bellezza delle cose: bastava il silenzio innaturale, sceso adagio come fiocchi di neve, l’aspetto quasi maligno dei rubinetti di nichel e dei getti in un negozio di parrucchiere per farci capire com’è atroce la vita, com’è spaventosa la solitudine.

Riferisce Citati che il 1914 e il 1915 furono i suoi ultimi anni felici, prima che la tubercolosi e i tremendi dolori artritici la trasformassero rapidamente in un’invalida, schiava del dolore. Dall’agosto 1912 viveva con John Middleton Murry – “in parte snob, in parte vigliacco, in parte sentimentale”, come lui stesso si descriveva, che divenne uno dei critici più stimati del tempo. In breve però quell’amore parve esaurirsi, per lasciare spazio alla relazione con Francis Carco, un modesto scrittore francese, che Citati descrive come un individuo losco ed equivoco, un vero cialtrone. Si trattò inizialmente di una grande passione a distanza, nutrita di lettere e di tutte le iperboliche fantasie che Katherine costruì su di lui: un amore recitato, letterario, che crollò come un castello di carte quando lo raggiunse a Gray, vicino al fronte francese, dove Carco soldato l’aspettava. Si accorse che lui non la amava. E che nemmeno lei lo amava. Eppure ogni cosa, ancora, rimaneva al suo posto. L’universo continuava ad essere un luogo meraviglioso dove vivere. C’era la guerra, certo, ma ancora non le aveva rivelato il suo terribile volto e Katherine poteva continuare a vivere nella sua dimensione fantastica:

La notte gli Zeppelin volavano in cielo con piume grigie di seta e c’era un suono continuo e carezzevole là in alto – doo-da-doo-da – che pareva venire da un corno: le automobili correvano veloci per le strade suonando la tromba per indicare l’inizio e la fine degli allarmi e i riflettori spazzavano il cielo accendendo le nuvole una ad una.

Vita breve di Katherine Mansfield - Katherine Mansfield
Katherine Mansfield

Improvvisamente però la realtà irruppe con violenza nella sua vita: il fratello Leslie, quel ragazzo amatissimo con cui era cresciuta, colui che le somigliava più di chiunque altro, morì sul fronte francese e, in rapida successione, a Katherine venne diagnosticata la tisi. Cominciarono gli anni del suo terribile, solitario vagabondaggio, quell’irrinunciabile nomadismo che detestava, ma che le garantiva sempre nuove possibilità di fuga dalla realtà.

So che morirò in un albergo. Mi troverò davanti alla tovaglietta a uncinetto di una toilette, raccatterò la lunga invisibile forcina lasciata dalla signora precedente e morirò di disgusto. È veramente comico amare come me, amare appassionatamente, le belle camere i bei mobili, i colori, la quiete ed errare eternamente in queste camere tappezzate a uccelli o a crisantemi in urne guarnite da ciuffi di nastri – in camere con mobili di quercia affumicata e tendine a merletti.

Scrive Citati:

Nei tre mesi di Bandol come negli altri ancora più tremendi di Ospedaletti e in quelli più miti di Mentone visse in solitudine, traendo conforto solamente dalle lettere che scriveva e riceveva da Middleton Murry e nelle quali confluiva tutto il tesoro della sua immaginazione.

Eppure su di lui non si illudeva. Comprese che non aveva bisogno di lei, la amava, ma a patto di tenerla lontana. E anche se nell’aprile 1918 si sposarono all’ufficio di stato civile di Kensington, a Londra, dopo due settimane appena lui la lasciò di nuovo sola.

La tosse la squassava, parte di un polmone non esisteva più, il cuore si ammalò. I medici le prescrissero un clima più caldo: era sempre più difficile ignorare la vicinanza della morte. Cercando di fuggire da ciò che le stava accadendo, si traferì a Ospedaletti, presso Sanremo, ma, scrive Citati:

Se la tenebra era l’orrore, anche la luce poteva esserle nemica. La luce brutale entrava dalle finestre, la feriva, l’accecava, la raggiungeva in ogni angolo, come se in tutto il mondo posseduto dal sole non ci fosse un luogo dove nascondersi.

E anche:

Sentiva spalancarsi i cancelli della sua anima e un fiume di bestie selvagge e ululanti – le bestie che sempre le stavano accalcate e minacciose intorno – prorompere dentro di lei furiosamente.

Scrisse disperata a Murry:

La camera è buia e sono sola tutto il giorno, tutto il giorno, ogni giorno, ogni giorno.

Vita breve di Katherine Mansfield - Katherine Mansfield e John Middleton Murry
Una foto che ritrae Katherine Mansfield insieme al marito John Middleton Murry

Partì per la Costa Azzurra, alla ricerca del clima ottimale per la sua salute. A Mentone, affittò la Villa Isola Bella, “deliziosamente arredata da una contessa italiana”, ma il vero tesoro era la cuoca, Marie, dotata di un tale temperamento artistico da creare con mele e arance autentiche opere d’arte nelle fruttiere. Marie divenne il suo angelo custode, si occupava di lei con l’affettuosa sollecitudine di una madre ed era, come scrive Citati “la voce fantastica e consolatrice della realtà giunta a difenderla contro se stessa.”

Fu, quella, per Katherine, una stagione bellissima, ma nel febbraio 1921 si ammalò gravemente. Dovette lasciare Mentone per Montana, in Svizzera, che godeva di un clima più salubre per i suoi polmoni. La Svizzera non le piacque. Troppo pulita, ordinata, asettica. Proprio là però scrisse un racconto dopo l’altro, accusandosi duramente di negligenza quando non riusciva a lavorare senza interrompersi mai, come Kafka – anche quindici ore di fila così che la morte non la ghermisse prima che il nuovo racconto fosse finito. Eppure di questo delirio, nulla traspare dai racconti, guidati da una mano sicura, perfetti e armoniosi.

Dice Citati:

Di una cosa era certa: si sarebbe salvata solo se fosse stata riconoscente per le proprie sofferenze, giacché il dolore era il mezzo che qualcuno le aveva offerto per “assolvere il suo compito nel mondo”.

Vita breve di Katherine Mansfield - Francis Carco
Francis Carco in uno scatto del 1930 circa (da lui firmato il 26 Giugno 1930)

Quando arrivò l’inverno, sperò di sopravvivere, guarita non dai medici, ma dal fuoco risanatore della sua ispirazione. Qualcuno le parlò di un medico russo che sottoponeva i malati di tisi ad applicazioni di raggi X alla milza. Lo incontrò a Parigi, ne ricevette l’assicurazione di una guarigione completa in pochi mesi, ma, dopo una breve esaltazione, perdette ogni fiducia. Si mise invece in contatto con George Gurdjieff, che si diceva avesse studiato con i sufi e gli anacoreti del monte Athos e che aveva appena aperto a Fointainebleu un centro per lo sviluppo spirituale dell’uomo. Gurdjieff le impose uno stato di passività assoluta. Le ordinò di danzare nuda in mezzo ai maiali e di inalare il fetore delle mucche nella stalla, in modo da accogliere in sé la «radiazione del magnetismo animale», che avrebbe dato forza ai suoi polmoni malati. Soprattutto la obbligò a non scrivere né racconti né lettere. Cioè, la obbligo a rinunciare alla sua vera salvezza. Katherine non poteva sopravvivere. Morì in pochi minuti, in una sera dell’inverno 1923, soffocata da un fiotto di sangue.

Katherine Mansfield nacque a Wellington (Nuova Zelanda) il 14 ottobre 1888 e morì di tubercolosi a Fontainebleau, vicino a Parigi, il 9 gennaio 1923, a soli 34 anni. Famosa soprattutto per i suoi racconti brevi, in vita pubblicò pochissimo: In a German Pension, la sua prima raccolta, esce nel 1911; poi verranno Bliss (1920) e The Garden Party (1922). Alla sua morte lasciò un gran numero di pagine inedite, che verranno stampate a cura del marito John Middleton Murry, insieme al diario e alle lettere.

Vita breve di Katherine Mansfield - Copertina

VITA BREVE DI KATHERINE MANSFIELD

Pietro Citati
Edizioni Adeplhi

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