Vivere per raccontarla

Vivere per Raccontarla - Gabriel Garcia Marquez

La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.

Arrivato all’età di settantasette anni, Gabriel García Márquez decide di raccontare la sua vita, facendolo, però, a modo suo, con lo stile che i suoi milioni di lettori hanno imparato ad amare.

Partendo dall’età dell’innocenza e passando per il vigore e le passioni giovanili, l’autore ricostruisce il suo percorso fino ad arrivare alla saggezza della senilità.

L’autobiografia dello scrittore premio Nobel, dal titolo Vivere per raccontarla edita nel 2004 da Oscar Mondadori, prende le mosse da un viaggio che Márquez intraprende con la madre, all’età di ventitré anni, per vendere la casa di Aracataca dove l’autore aveva trascorso i primi anni della sua vita.

Il viaggio si trasforma, così, in un pretesto per ripercorrere gli anni della sua giovinezza.

Attraversando i luoghi che lo hanno visto bambino, prima, e adolescente, poi, Márquez riporta alla mente i momenti più significativi della sua esistenza e le persone che vi hanno preso parte, a cominciare dal nonno, affettuosamente chiamato Papalelo, figura centrale della sua infanzia.

Lo scrittore ricostruisce la sua vita non seguendo un filo cronologico, bensì il flusso dei ricordi così come richiamati alla memoria dai luoghi ripercorsi, quegli stessi luoghi che sono divenuti le quinte delle vicende narrate nei suoi romanzi; come Macondo, nome della piantagione di banane che tanto lo aveva affascinato nell’infanzia e che in Cent’anni di solitudine diviene il paese immaginario dove si svolgono le vicende della famiglia Buendía.

Nelle stesse figure che hanno contrassegnato la vita dell’autore il lettore può facilmente riconoscere i protagonisti dei romanzi di Márquez. È l’autore stesso ad ammettere di essersi ispirato ad esse per caratterizzare molti, se non tutti, i personaggi che popolano le sue storie.

Oltre alla sua vita, Márquez ricostruisce quella della famiglia tornando indietro fino a cinquanta anni prima della sua nascita, «perché – come ebbe a dire – il mondo dei miei nonni spiega la mia vita e la giustifica.»

Il lettore si ritrova così proiettato nel mondo di Gabito, l’affettuoso soprannome che gli diede il nonno e che rende ancora più intimo il rapporto fra l’autore e chi legge che, in tal modo, si sente ancor di più autorizzato a esplorare il mondo di Márquez nel modo più informale possibile.

È, infatti, con uno stile colloquiale, al limite del confidenziale, che Márquez narra le vicende della sua vita, facendo sentire chi si accosta alla lettura un intimo amico, a cui confidare veri e propri segreti, come le sue insospettabili difficoltà con la grammatica, che lo stesso Gabo definisce «il mio dramma personale.»

Nell’autobiografia dichiara con straordinaria sincerità, mista a un pizzico di modestia, come la carriera di scrittore sia stata puntellata dal diligente lavoro di revisione dei correttori delle case editrici e che «ancora oggi – scrive – con diciassette libri pubblicati (…) mi onorano con la galanteria di correggermi gli errori di ortografia come semplici refusi.»

Vivere per raccontarla è assolutamente privo del tono aulico e autocelebrativo con cui si pensa debba decantarsi la narrazione della vita di uno dei più grandi scrittori nel nostro secolo. Márquez racconta le vicende della sua esistenza con uno stile pacato e colloquiale, come se non fosse la sua la vita a dipanarsi tra le pagine del racconto (è così che l’autore definisce ogni sua opera distinguendola dal romanzo che considera a un livello più basso) bensì quella inventata di uno qualsiasi dei suoi personaggi; nulla è taciuto, nemmeno i suoi primi e forse prematuri approcci con l’amore da “due pesos” che lo iniziarono a uno dei piaceri della vita, mostrando l’uomo al di là del genio della letteratura.

I continui salti temporali, che caratterizzano l’intera biografia, non solo non disturbano la narrazione ma esaltano il nesso causale alla base di ogni spostamento, rendendo, in tal modo, la lettura del racconto sempre chiara e scorrevole.

Vivere per raccontarla - Luisa Santiaga
Luisa Santiaga Márquez
Credits:
Foto archivo Gabriel García Márquez, Harry Ransom Center

Ogni salto cronologico è sapientemente utilizzato dallo scrittore colombiano che così consente al lettore di cogliere i suoi stati d’animo quando si imbatte in un luogo o in una persona particolarmente significativi. Così l’autore, ad esempio, riesce bene a descrivere l’affetto e l’incommensurabile stima e gratitudine che nutre nei confronti della madre, Luisa Santiaga; donna forte, sebbene provata dagli undici parti affrontati nel corso della sua vita, che conserva la nobiltà nei lineamenti per nulla turbati, ma perfino ingentiliti dall’avanzare del tempo. Con questo riverente affetto, Márquez descrive colei che non solo fu confidente preziosa negli anni della sua adolescenza ma anche la musa ispiratrice del suo amore per il racconto.

Intense, ma decisamente chiaroscurali, sono le diverse pagine dedicate al controverso rapporto con il padre. Si passa dai toni aspri con cui Márquez descrive l’iniziale opposizione paterna alla scelta di diventare scrittore, a quelli decisamente più dolci con cui ricostruisce la storia d’amore tra i suoi genitori. Un rapporto gravato fin dall’inizio dall’ostilità, mai completamente superata, della ricca famiglia di Luisa Santiaga, che desiderava ben altro partito per la propria figlia, e poi dalle continue liti per via dei frequenti tradimenti di Gabriel Eligio. Così l’autore ricorda: «Si tolse il fiore che portava all’occhiello del bavero e disse: “Le offro la mia vita in questa rosa.” Non fu un’improvvisazione, mi disse lui molte volte, perché dopo averle conosciute tutte era giunto alla conclusione Luisa Santiaga era fatta per lui.»

Il racconto della vita di Márquez si intreccia, per tutta la sua narrazione, a doppio filo con la storia politico-sociale del paese in cui vive e che ne influenzerà le scelte professionali. Un intreccio in cui lo stile romanzesco si associa, inevitabilmente, alla sua straordinaria vena giornalistica con cui lo scrittore colombiano narra del continuo susseguirsi dei governi e delle difficoltà economiche e sociali figlie di quel clima di instabilità che caratterizzava il paese.

Una forma che è il prodotto dei numerosi contatti intessuti, fin dai tempi del liceo, con molti personaggi di spicco del mondo politico e letterario e che lo introdurranno nel mondo della letteratura e del giornalismo. È in questo periodo che lo scrittore colombiano comincia a collaborare sporadicamente con piccole redazioni giornalistiche, iniziando anche a pubblicare i suoi primi racconti.

Vivere per raccontarla racconta dei primi passi compiuti da Márquez nel mondo del giornalismo, contrassegnati dall’incoscienza ma al tempo stesso anche da un’evidente audacia con cui si fece portavoce di una realtà spesso scomoda da raccontare. È così che Márquez si guadagna la benevolenza del pubblico e l’ostilità del governo del suo tormentato paese e che lo costringerà ad un esilio volontario in Europa.

Proprio con il viaggio che lo porterà nel vecchio continente, termina Vivere per raccontarla che, come lo stesso autore ricorda, «non è un libro di memorie in senso cronologico, un racconto che inizia dalla mia nascita biologica per arrivare al giorno della mia nascita vera, quando ho deciso di diventare scrittore. Potrebbero chiamarsi “memorie” se non fosse che i miei romanzi sono già le mie memorie. In realtà è il mio gran libro di narrativa, il romanzo che ho cercato per tutta la vita.»

Vivere per raccontarla - copertina

VIVERE PER RACCONTARLA

Gabriel García Márquez
Edizioni Oscar Mondadori

* Per le foto usate nell’immagine di copertina
Credits: Adonias_Filho,_Jorge_Amado,_Gabriel_Garcia
Credit httpmagazine.bsbtheatre.com
Di Sonya Ines Ocampo-Gooding

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